Anticipiamo l’intervista a Bruno Pellegrini su User Generated Content, BlogTV e VideoBlog che uscirà sul prossimo numero di 7th Floor e che ha organizzato il primo VlogCamp a Roma.
Andrea Genovese (7th Floor)
Partiamo a tavoletta Bruno per spaventare subito i nostri lettori e allontanare quei pochi investitori che ancora non capiscono bene di cosa parliamo! User Generated Content, Videoblogging e NetTv, li metti spesso insieme, cosa vogliono dire esattamente e in cosa si differenziano?
Bruno Pellegrini (TheBlogTV)
Da una parte, se parliamo di user generated content non ci riferiamo solo ai video ma anche a contenuti testuali (blog, forum, pagine personali), immagini (foto, grafica, template) e audio (podcasting, web radio).
Dall’altra, invece, nella definizione di user generated content trovano spazio solo quei contenuti che vengono realizzati e pubblicati indipendentemente da parte degli utenti, senza alcun rapporto gerarchico con editori o media company.
In questo senso possiamo trovare dei blog, e quindi anche dei videoblog e delle netv che non sono prettamente user generated, come nel caso dei videoblog della Mini o di Spiderman Returns o della nettv di Bud (http://www.bud.tv) e Diesel (http://www.diesel.com/ ) dove i contenuti sono realizzati direttamente da un pool di professionisti della comunicazione sotto la direzione editoriale di un editore. Ci sono ovviamente delle sfumature, alcuni videoblog o nettv ricadono in diversi momenti all’interno dell’una e dell’altra categoria. Infine, con la crescita del numero di individui-comunicatori, lo stesso concetto di utente o spettatore potrebbe perdere di significato e rimanere a contraddistinguere l’epoca passata dei media verticali.
A.G.
Quali sono gli esempi di maggior successo in Italia e all’estero, soprattutto in Europa e non solo oltreoceano?
B.P.
In Italia stanno avendo un buon successo i videoblog di NonRassegnataStampa (http://www.nonrassegnatastampa.it), di Maurizio Dovigi (http://nofilter.splinder.com), di Paolo Cevoli (http://paolocevoli.splinder.com), le webtv locali come MontiTV (http://www.montitv.it) e gli esperimenti di webtv di Tommaso Tessarolo (http://tommaso.tessarolo.it) e di Robin Good (http://www.robingood.tv). Ce ne è uno però in particolare che voglio ricordare perché è stato uno dei primi videoblog collettivi e ne ha ispirati tanti altri dopo: si tratta del videoblog de LaNottedellaTaranta (http://www.lanottedellataranta.net) ideato fin dal 2005 da Carlo Infante e dal suo Performing Media Lab (http://www.performingmedia.org/lab/salento). Ogni estate, in contemporanea all’evento reale che si tiene a Melpignano in Puglia, va in onda il videoblog relativo con interviste, testimonianze e opinioni delle persone che vivono quell’evento. Da non perdere.
Sempre rimanendo in tema di vlog collettivi e spostandomi all’estero vorrei ricordare quello realizzato dagli homeless canadesi (http://www.homelessnation.org) e da alcuni cittadini di Baghdad (http://www.aliveinbaghdad.com). In linea generale però le innovazioni più significative in termini di format, linguaggio e contenuto arrivano ancora principalmente dagli Stati Uniti dove sono tantissimi i videoblog di livello che attirano centinaia di migliaia di visitatori al giorno come il più famoso RocketBoom (http://www.rocketboom.com) e quello davvero simpatico di GoodNightBurbank (http://www.goodnightburbank.com).
A.G.
Quali sono invece i casi emergenti che non hanno ancora raggiunto il settimocielo?
B.P.
Da poco il mio amico giornalista Mario Adinolfi (http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it) ha iniziato a fare videoblogging col suo nuovo cellulare e sono sicuro che anche in questa occasione riuscirà a far parlare di sé. Il caso emergente che però mi preme evidenziare è quella del paese con il maggior numero di videoblog in Italia, Cattolica Eraclea in Sicilia. Il fenomeno è stato contagioso, iniziato da un gruppo di amici adesso sono decine gli abitanti di Cattolica (che in totale ne conta solo 5.000) che ogni giorno mandano in rete altrettanti video e fanno così conoscere al mondo la loro realtà altrimenti non rappresentata né rappresentabile dagli altri media. Da ricordare anche il progetto IlMioPase2.0 (http://ilmiopaese.theblogtv.it), realizzato grazie alla collaborazione di TheBlogTV, VivoFilm e l’Università La Sapienza di Roma, che sta per diventare un vero e proprio archivio della memoria e delle testimonianze video sull’Italia da cui potranno prendere liberamente spunto e contenuti per realizzare documentari, programmi televisivi e ricerche accademiche per esempio.
A.G:
TheBlogTV è la tua ultima creatura dopo NessunoTV, riesci a parlarne come se fosse il figlio di qualcun altro?
B.P.
Mentirei se dicessi di sì. Diverso però è sentirsi indispensabile per la loro crescita: come credo sia il caso dei figli naturali arriva un momento in cui possono, anzi devono camminare con le loro gambe e avere una loro vita e sviluppo indipendente. In un’impresa non conta solo il pilota, chi le guida o chi le ha fondate, ma sono altrettanto importanti le risorse immateriali, come la cultura interna, e l’aggregato di portatori di interessi (stakeholders) che le sorregge, dal pubblico-consumatore al personale, agli azionisti. Ognuno aggiunge valore ma non dovrebbe essere insostituibile.
Proprio quello che è successo con NessunoTV di cui ho lasciato la direzione l’anno scorso dopo averla fatta nascere in un garage nel 2003. In tre anni ho creato un gruppo di lavoro, attratto nuovi soci e finanziamenti, dato il via ad una community, creduto in un pubblico, costruito un brand e raggiunto un utile di bilancio e tutto è continuato anche dopo che ho lasciato la guida. Certo, avrei fatto scelte diverse ma non esiste controprova che sarebbero state migliori.
Con TheBlogTV siamo ancora in una fase di forte sviluppo e start up, stiamo costruendo giorno dopo giorno la cultura di impresa, i meccanismi informativi interni, le relazioni con i vloggers e il pubblico e ci muoviamo in un territorio nuovo, anche dal punto di vista del business, dove la velocità di sviluppo è uno dei fattori critici di successo. Probabilmente sono già oggi sostituibile perché attorno a me ci sono persone valide e motivate ma credo di poter ancora creare molto valore per TheBlogTV di cui però non dobbiamo mai dimenticare il valore centrale che sono i vloggers, quella che stiamo contribuendo a fare è la loro televisione e loro sono gli unici davvero indispensabili.
A.G.
Qual è il modello editoriale di riferimento e quello economico?
B.P.
TheBlogTV ha come missione quella di aggiungere valore alla produzione dei videobloggers attraverso una distribuzione multimediale degli stessi. La chiave sta proprio nell’organizzare, attorno a specifici progetti/programmi, la produzione dei videobloggers iscritti (che però continuano a risiedere sulle loro piattaforme di origine) e di massimizzarne la visibilità e l’audience complessiva stringendo accordi di distribuzione con altri media come la mobile television, l’iptv, il digitale terrestre, il satellite e la tradizionale televisione analogica. I ricavi vengono perciò dalla successiva valorizzazione di questa audience sia in termini di diritti di messa in onda pagati da canali terzi che di raccolta pubblicitaria sui propri spazi. Infine, il circolo si chiude, restituendo il valore creato, al netto dei costi sostenuti, alla community di videobloggers che anima il progetto. In questo senso si capisce l’importanza della critical mass, ovvero della dimensione quali-quantitativa della videocommunity, e delle economie di scala e di scopo che infatti ci spingono verso una rapida espansione internazionale del modello. Insomma, TheBlogTV è la televisione dei videobloggers, crea valore e lo restituisce ai suoi iscritti.
A.G.
I numeri di questi progetti dal sapore ancora sperimentale sono piccoli se paragonati a quelli dei broadcaster o dei grandi editori. Bisogna cominciare a ragionare con logiche diverse, ci suggerisce Chris Anderson nel suo libro paradigmatico “La coda lunga”. Che idea ti sei fatto degli sviluppi economici ma soprattutto sociali del futuro?
B.P.
Chris Anderson non solo ha dimostrato come le nuove tecnologie digitali hanno portato alla luce la long tail ma che il valore di questa, in presenza di costi zero di distribuzione, sia superiore a quello della short tail, ovvero dei blockbuster o bestsellers che dir si voglia. Nel caso di media e audience, quindi, i contenuti generati dagli utenti genererebbero più visite e audience di quelli dei media tradizionali, quantomeno sul web. Ed ha ragione Anderson: una recente ricerca di OfCom per l’Europa e di per gli Stati Uniti hanno dimostrato che il traffico generato dai video realizzati dagli utenti è molto superiore a quello dei video professionali. In questo nuovo scenario, affermatosi così rapidamente, appaiono però obsoleti non solo i nostri modelli di valutazione e comprensione ma soprattutto le forme di rappresentanza. Se il numero degli individui che fa comunicazione è già oggi superiore a quello dei broadcaster tradizionali e se anche il loro valore in termini di audience cumulata è maggiore allora non si capisce per quale motivo non possano essere rappresentati all’interno di quei tavoli istituzionali dove vengono definiti gli investimenti e le direzioni dello sviluppo strategico di un paese o dove vengono portate avanti negoziazioni rilevanti per lo sviluppo dei media, come quelli inerenti il copyright e la privacy.
A.G.
Se tu fossi un consigliere della Rai qual è la prima cosa che faresti?
B.P.
Proporrei di “spinoffare” la divisione new media, quella dove all’interno troviamo le attività fuori concessione come il web, lasciandola libera di svilupparsi sul mercato pur potendo contare su un contratto di servizio con la mamma di durata pluriennale. L’operazione si potrebbe fare mediante una fusione con una new media company internazionale per recuperare il tempo perduto e soprattutto per portare dentro quelle competenze e risorse necessarie per competere alla pari con gli altri players internazionali, come MySpace, Yahoo, YouTube, DailyMotion, etc. Ovviamente l’organizzazione dovrebbe essere fortemente meritocratica e non dovrebbe essere contaminata da quelle logiche di servilismo politico in vigore oggi all’interno del nostro servizio pubblico. In questo senso si dovrebbe anche accettare l’ipotesi del fallimento dell’impresa così come, pariteticamente, quella che l’impresa faccia concorrenza alla mamma sul fronte della produzione dei contenuti, anche per terzi.
A.G.
Che suggerimento ti senti di dare ad un politico che vuole veramente utilizzare al meglio le nuove tecnologie e i nuovi media?
B.P.
In primis gli suggerirei di affidarsi ai giovani: nessuno dei politici attuali è in grado, soprattutto per ragioni anagrafiche, di comprendere l’entità di quanto sta succedendo se non in chiave competitiva come fosse un attacco al suo personale privilegio. C’è invece bisogno di coinvolgere “politicamente” chi ogni giorno si sporca le mani con questi nuovi media, li “vive” dal di dentro e non come semplice osservatore esterno.
A.G.
Tu sei un “bocconiano”, hai preso un MBA all’estero, hai fatto il manager nelle big corporation come P&G, Bain etc. poi hai preso un’altra strada, sei diventato imprenditore, consulente, insegni all’Università. Che cosa ti ha fatto cambiare strada?
B.P.
Se non avessi fatto quelle esperienze non sarei adesso nella posizione attuale di creare imprese e avviare processi di cambiamento, non ne avrei gli strumenti essenziali. Quantomeno cerco di convincermi che ci sia un fil rouge ma potrei anche sbagliarmi. La ragione che mi ha fatto però abbandonare il mondo regolamentato delle multinazionali e delle società di consulenza è che vedevo treni più veloci passare altrove. Soprattutto in Italia le grandi imprese non sono capaci di aderire al cambiamento ma sembrano più intente a rallentarlo cercando strenuamente di difendere i privilegi acquisiti. Più che di mancanza di cultura di mercato parlerei di mancanza di cultura del cambiamento (avversione al rischio e all’innovazione) che irrigidisce tutti i settori, sia quello economico che quello politico, artistico, universitario, etc. E gli individui che lavorano in questi settori hanno poche chance di muoversi rapidamente all’interno di ambienti regolamentati perciò decidono di trasferirsi altrove, all’estero o comunque al di fuori della struttura come liberi consulenti o imprenditori.
A me è capitato questo, soprattutto nell’ultimo periodo quando lavoravo in Mediaset e mi accorgevo quotidianamente di come una potenzialità enorme di sviluppo venisse sprecata e si producesse invece uno sforzo enorme per mantenere lo status quo. Il valore di quello che si stava perdendo era evidente e se ne sono accorti gli analisti finanziari e ultimamente, di conseguenza, anche il management interno che, speriamo, sembra orientato a cambiare marcia. Non sono quindi uno di quelli, puristi della produzione dal basso, che pensa di dover combattere una battaglia, non siamo “noi” videobloggers contro “loro” mainstream media: anzi penso che ne avremmo molto vantaggio se ci sforzassimo di lavorare insieme, se le media company italiane si muovessero nella direzione richiesta dal mercato e dalla società creerebbero inevitabilmente valore per tutti. Sarebbe una società migliore. Ovviamente sto pensando ad una direzione di cambiamento aperta, in chiave totalmente 2.0.
A.G.
La guardi la TV?
B.P.
La guardo poco. A parte gli eventi e le dirette, come i mondiali di calcio o particolari spettacoli che creano evento solo in quanto trasmessi dalla tv generalista, preferisco i canali satellitari dove si trovano prodotti di qualità molto ma molto superiore. Da una parte è una questione specifica al mezzo: la tv generalista deve attrarre la grande audience e non può ascoltare né soddisfare le richieste delle nicchie. Al contrario sul satellite e sugli altri media c’è più scelta e possibiltià di sperimentare. Chissà poi se facciamo ancora bene a parlare di televisione…
A.G.
Un sito e un libro da non perdere per i nostri lettori di 7th floor?
B.P.
I siti di Robin Good (www.masternewmedia.org), quello di Luca Conti (http://www.pandemia.org) e di Giuseppe Granieri (http://www.bookcafe.net/blog) sono sempre aggiornatissimi ma, per “toccare con mano” le potenzialità di questo linguaggio, consiglio a tutti di passare un po’ di tempo su Blip.tv (http://www.blip.tv), un aggregatore dove si trovano i migliori videoblog americani. Sto leggendo un romanzo, “L’uomo che vendeva il futuro” di James P. Othmer, assieme al libro di Tommaso Tessarolo, “NetTV”: li consiglio entrambi.
A.G.
Grazie Bruno, consigli interessanti e utili per tutti, speriamo che qualcuno del mainstream ci legga!




23. giugno 2007 at 11:08
Colgo l’onda del commentario x salutarvi tutti, voi del VlogCamp, e Bruno in particolare (e Andrea e tutto il 7thFloor Crew, of course).
Oggi sono in viaggio (come al solito) e non so se arrivo in tempo x collegarmi in video con voi…
magari vi posto qui nel blog.
Sarò a San Giovanni Valdarno per “Rinascimento 2.0″ http://www.generacomunicazioni.tv/
e il varo del Performing Media Lab in Toscana!
16. novembre 2009 at 12:15
i love to do Video blogging on my online Video blog. it is more exciting that traditional blogging and microblogging.