Interaction design e Second Life: i comportamenti degli oggetti di Leandro Agrò

Wed, Jun 27, 2007

Creatività, Design

leandro_agro.jpgIntervista di Andrea Genovese (7thFloor) a Leandro Agrò (IdeariumFrontiers of Interaction)
Questa è la versione integrale dell’intervista che ho fatto a Leandro Agrò (sul numero 8 di 7th Floor). E’ lunga, densa di riferimenti e approfondimenti. Mi scuso con “i miei trenta lettori” ma Leandro è una delle persone più interessanti che ho incontrato in questi ultimi mesi del progetto 7thFloor, che è, appunto, una caccia all’uomo, a menti brillanti, fuori dagli schemi, che si stanno pre-occupando di costruire il futuro. Lo incontriamo al III appuntamento di Frontiers of Interaction.
Siete pronti? Partiamo.

Andrea Genovese
Come definiresti il tuo lavoro? Ti senti più designer, tecnologo, imprenditore… altro?

Leandro Agrò
Esiste una etichetta tipica per questo lavoro: Interaction Design. Senz’altro io, dal 1995 ad oggi, non ho mai fatto altro. Il punto è che non è facile capire esattamente di cosa si tratti; ed allora preferisco dire che “in un mondo dove gli oggetti tecnologici sono sempre più complessi, io mi occupo di definirne i “comportamenti” perché siano il più semplici ed efficaci possibile”.

Mi piace la dizione “Product Behaviour Design”, appresa da Aaron Oppenheimer della Design Continuum di Boston e che collega gli anni del web e della usability (di cui mi sono occupato soprattutto sino al 2003) con macchine hardware che fondono i loro comportamenti con le istanze più naturali dell’uomo, anticipandone quasi i desideri attraverso la lettura dei movimenti oculari (2005), e con ciò che faccio adesso, ovvero: Assistenti Virtuali Intelligenti.

idearium.jpgInoltre, dato che siamo in Italia, non mi sono mai potuto limitare a fare il mio lavoro, ma spesso ho dovuto contribuire a creare l’opportunità stessa. Questo fa di me un personaggio ibrido tra un designer e un imprenditore. Sono spesso dovuto andare in cerca, come un rabdomante, di quei rarissimi progetti coraggiosi e con una chance di divenire globali, trasformandomi in una sorta di specialista in startup (quelli che si danno missioni difficili). Per darti un’idea di cosa intendo: oggi, come responsabile del design dell’R&D Lab di Kallideas, sto costruendo una generazione di nuovi software. Nell’ obiettivo, inseguito a livello mondiale sì e no da venti aziende, noi puntiamo ad essere la numero uno. La ricetta è sì tecnologica, ma nel team lavorano esperti di linguaggio e psicologi, animatori 3D e competenti di comunicazione. Insomma nonostante dieci anni e passa di Human computer interaction in tutte le sue forme, tecnologie e metodi, mai più di oggi sto spingendo alla sovrapposizione della tecnica con i tratti più umanistici del mio mestiere.

La mia segnature, che nell’era di etichette vuote è un bell’esercizio di sintesi, per adesso cita criticamente “10y+ experienced IxD designer & manager” e, con gli anni, sono diventato una sorta di talent scout che mette insieme squadre di talenti i quali, divertendosi, hanno spesso raggiunto grandi obiettivi in quel territorio ibrido tra tecnica e human behaviour.

Quali sono gli studi e le esperienze che ti hanno aiutato di più?
caffettiera.jpg Facevo web da un paio di anni quando, nel 1997, sono andato in Domus Academy a seguire il corso di Interaction Design dove Claudio Moderini era il tutor e Marco Susani (adesso il capo del design di Motorola world Wide) il riferimento culturale. Quel periodo mi fece incontrare alcune persone, da Dimitri Negroponte a Patrizia Marti, che sono state capaci di creare un ponte tra ciò che ero (ovvero uno che amava la sua Agrigento e ne pativa i limiti in termini di sviluppo di nuove idee) e ciò che sarebbe stato il mio futuro. In Domus ho conosciuto alcuni degli amici che, dopo 10 anni, sono ancora un riferimento, ma soprattutto ho potuto vivere l’esperienza dell’Apple Design Project che mi ha catapultato in quel di Cupertino per rappresentare Domus Academy con il progetto messo in piedi da me ed altri due studenti. Per noi fu un’esperienza fantastica, inclusa la partita di volley giocata all’interno del Campus insieme a team di varie scuole di design del Pianeta e, con loro, i nostri colleghi di Scienze della Comunicazione di Siena.

Il passaggio in pochi mesi, tra Agrigento e la California, mi ha segnato in modo indelebile dal punto di vista personale, ma è stata soprattutto l’efficacia della formazione ricevuta a darmi gli strumenti per esprimere ciò che possedevo. Ho scoperto di avere un talento per il design delle interfacce di software e tecnologie che mi ha sempre dato da vivere molto bene e che non sarei mai riuscito a tirar fuori senza le sfide che Domus mi ha posto dinanzi.

Sfide che sono cominciate subito dalla inefficienza che invece Domus ha (o aveva) nell’indirizzare al lavoro. Io ho avuto molta fortuna mandando meno di dieci curriculum in quasi 15 anni di lavoro. Ho sempre preferito muovermi per primo sulle tendenze, farmi trovare pronto dal mercato e poi… condividere, incontrare e, semmai, mirare anziché “spammare”. Ho fatto la mia prima esperienza milanese di startup in una una web-agency dove ero l’assunto n° 8 e dove diventammo sessanta in pochi mesi. Alla fine ero completamente responsabile della produzione e facevo anche la selezione del personale.

E’ stato fondamentalmente grazie a queste due esperienze (una sulle competenze ed una sul mestiere) che nel 2000, grazie ad un fondo di investimento che supportò me ed altri due soci, partii con una società chiamata Altoprofilo. Fu un’azienda straordinaria per molti versi: specializzati nella user experience lavorammo per primi in ambiti inesplorati come la iTV (Banca Intesa, 2002), come i videofonini (2001), come l’e-Learning (Pirelli, 2001) e, naturalmente, tanti importanti siti web compresi e.-ommerce e e-banking. Di questa azienda oggi non rimane traccia, travolta come tante dallo sboom della new-economy, ma per tanti fu l’esperienza della vita. Certamente una delle aziende più innovative dell’intero ciclo Internet dei primi dieci anni. Per me un training on the job che mi ha visto essere numero uno e due (a seconda del periodo) di una società con oltre cento persone e sedi in Italia e negli Stati Uniti. Ho potuto confrontarmi con il top management di tante grandi aziende italiane, avere nel mio Consiglio di Amministrazione della gente che anche oggi guida le principali aziende del Paese. Ho misurato me stesso, ho misurato il Paese e, da allora, ho saputo come muovermi efficacemente senza dovermi invischiare nell’approccio al ribasso costante di sensatezza e valore, che caratterizza molti mercati nostrani.

Quali personaggi riconosci come tuoi maestri? Chi sono i tuoi compagni di viaggio?
Beh, dalle spiagge della Sicilia di fine anni ‘80, non era facile capire che strada intraprendere. Io ero “uno bravo con i computer” e quindi mi iscrissi a Ingegneria Elettronica. Non stavo avendo risultati adeguati e soprattutto non riuscivo a innamorarmi della cosa che stavo facendo quando. un giorno, un amico mi segnalò un libro dal titolo irriverente:”La Caffettiera del Masochista”. Lo lessi e improvvisamente i tasselli del mosaico, la mia passione per la grafica e l’impostazione logica delle cose, fece emergere un ordine nuovo che non conoscevo: il design delle interfacce. Dopo aver letto il libro, abbandonai ingegneria e mi dedicai al design. Personalmente la ritengo una scelta di grande successo che mi ha dato la possibilità di avere anche quell’ approccio un po’ ibrido, capace di dimensionare i problemi, com’è naturale per un ingegnere, ma anche saperli dirimere con approcci creativi e laterali. Come è più tipico che sappia fare un designer.

Quindi il giovane Donal Norman è senz’altro stato un potente maestro. Marco Susani un altro. Ma ci metterei dentro le altre mille persone che hanno saputo, con i loro discorsi o azioni, stimolare il mio modo di pensare. Non necessariamente dei maestri a tutto tondo e neanche dei semplici compagni di viaggio. Sono ancora nella fase in cui osservo e imparo anche da cose minuscole; ma se volete i grandi nomi, allora cito Steve Jobs, perché ci ha regalato una storia avvincente come quella della Apple e Tim O’Reilly per avere inventato quell’ incredibile occasione di confronto e apprendimento che è l’eTech, con tutte le conseguenze concrete che ha avuto sulla Cultura della Rete (è lì che ho incontrato le idee di Lessig, Gladwell, Sterling, Hillis, Godin, … ). Tra i compagni di viaggio, certamente Giuseppe Taibi, per me un amico del liceo a cui sono legato da un affetto infinito, per l’Italia un ennesimo cervello sfuggito all’Italia e che, tra un incarico di Cto e un insegnamento ad Harvard, vive e lavora a Cambridge (Boston) da oltre dieci anni. Un altro compagno di viaggio con cui ho condiviso molti progetti legati ad Idearium è Andrea Benassi, alfiere della formazione remota e pioniere italiano in Second Life.

Che cos’è per te la tecnologia? Che parte ha nella tua vita e nel tuo lavoro?
Non il fatto di passare tante ora usando la tecnologia, né il fatto di conoscere le potenzialità di molte delle tecnologie disponibili, può fare di me un tecnologo e soprattutto un tecnico. Se fossi un pittore direi che “la tavolozza dei colori che uso per dipingere è piena di tecnologie ma è la qualità e la rappresentazione che finirà nel quadro a contare”.

Posso definirmi un geek nel senso che possiedo e sperimento quasi tutti i gadgets che sono sul mercato. Certo, è un interesse che sopravanza la passione per la tecnologia e che è parte del mio lavoro di esplorazione culturale. Sono una persona che identifica un’area di opportunità, progetta, insieme ad altri, un prodotto/servizio e poi ne segue la prototipazione e lo sviluppo; io uso moltissima tecnologia e molti incredibili talenti tecnici con cui ho la fortuna di lavorare, ma io resto un “non tecnologo”.

Tanto meno sono un tecnico. Io sono un designer che sa fare anche il coach, ma che ha smesso di programmare per insufficiente interesse e per capacità limitate, quando avevo meno di 18anni.

Per me le tecnologie importanti sono l’iPod con il suo iTunes, il Wii con il suo WiiRemote ed i Mii, GoogleDocs e Gmail, WordPress, Pandora e Flickr, GoogleEarth (che definisco sempre il primo vero oggetto adatto all’eLearning che ho visto apparire in Rete). Ma tecnologie per me sono anche i tavoli interattivi (oggi diremmo Microsoft Surface, ma in Domus ci lavorano da dieci anni e per loro è già roba vecchia), oggetti come l’iPhone e quelli che seguiranno, ma soprattutto la Rete wireless, sempre e ovunque. Spero che Milano, e con lei l’Italia, faccia le scelte giuste, perché sento dire delle stupidità tecniche mostruose. La parola magica, oggi, è wi-max, mentre sento parlare di mettere 14,000 hotspot entro il 2010. Due stupidate nella stessa frase.

Dopo questa sventagliata di tecnologie forse non credi più che io non sia un tecnologo… Come mia moglie, che quando mi sente argomentare il mio profilo non tecnico, magari durante una cena, mi prende in giro e dice: “e cosa ci fai esattamente con i sei computer che abbiamo in casa?”. Beh, è vero: ho una piccola collezione con un Amiga500, un mac plus, un powerbook 1400, un PC486, un PowerMac G4, un macBook Pro e, tra i molti gadgets, un coniglio wireless (Nabaztag) che sventola le orecchie meccaniche quando mi arrivano messagi email da SecondLife. Peccato non avere ancora il mio primo C64!

I-Able della srlabs.it, l’altra tua creatura, è un software un po’ particolare. Che cos’è e a chi si rivolge?
Rispetto al mio lavoro oggi (sui giornali si fa un gran parlare dei K-humans, ovvero dei software intelligenti che sono parte di quell’ondata di servizi che promettono di cambiare una parte consistente del nostro futuro) se c’è una cosa che ho fatto, anche se magari meno vistosa ma che concretamente fa già del bene alla gente, questo è l’I-Able.
Premetto che la SrLabs è una piccola company focalizzata sulla tecnologia del controllo dei movimenti oculari. Tutto è partito nel 2003 con degli schermi speciali prodotti dalla svedese Tobii che consentono di sapere dove guarda, istante per istante, una persona posta dinanzi ad un monitor. Questo senza alcun sensore visibile e/o cavo di collegamento tra la persona e questo speciale schermo.

Ebbene, quando l’allora one-man-band della SrLabs mi parlò del mercato potenziale di questa tecnologia, si pensava soprattutto alle sue applicazioni in ambito di ricerche di mercato; ma discutendone insieme venne rapidamente fuori che si sarebbe potuta mettere su una company che guardasse anche allo sviluppo di hardware e software speciali e progettare tecnologie innovative per i campi più diversi: dai videogiochi controllati con gli occhi, alle applicazioni medicali, dalle consolle per il montaggio video all’automotive.
Trovata la giusta compagine sociale e assunti i primi “geni”, sperimentammo in molte direzioni e, insieme a persone di incredibile talento come Paolo Invernizzi, Paolo Salone e Aaron Brancotti, siamo riusciti a tirar fuori un vero e proprio framework che consente di pilotare un computer senza usare mouse e tastiera. Nonostante sia passato del tempo, a livello mondiale non conosco ancora nulla del genere. Badate che non è un mero fatto tecnico. Non è che basta sapere dove guarda l’occhio e spostare il puntatore come se fosse il mouse a muoverlo. Il lavoro è stato tutt’altro. Abbiamo completamente ripensato l’interfaccia utente-computer. Questo perché tutto ciò che si vede in un’ interfaccia grafica è pensato per rispondere al tipo di input device (in genere tastiera e mouse) che stiamo usando. Se cambiamo drasticamente il modo con cui comunichiamo le nostre intenzioni al computer, cambiano le tecniche e cambiano le potenzialità. In piccolo è stato come essere allo Xerox Park quando stavano disegnando la prima interfaccia grafica per il mouse.

A che cosa è servito? Ti faccio un esempio. In ambito medico, le diagnosi per immagini (dalla semplice radiografia in su) si fanno spesso al computer. Come sapete i computer sono abbastanza stupidi quando si tratta di capire cosa c’è dentro una immagine, mentre le persone sono abilissime in questo. Ebbene, se tutte le diagnosi fossero associate non soltanto alle immagini, ma anche all’indagine specifica (movimenti oculari) fatta dal medico, si potrebbe rapidamente costruire un database sensato e migliorare anche i processi di apprendimento dei medici più giovani. Inoltre, il fatto di usare un programma per la diagnosi per immagini che, anziché con il mouse, preveda la manipolazione diretta dell’immagine attraverso lo sguardo, porta ad una conseguenza stupefacente: a parità del tempo impiegato per fare una diagnosi, il medico guarda l’immagine per quasi il doppio del tempo. Vi stupirà sapere che esistono studi che dicono che una diagnosi viene effettuata in meno di cinque minuti, tre dei quali adoperati usando l’interfaccia o scrivendo del testo e non guardando l’immagine su cui è basata la diagnosi.

Con la sola tastiera ed un monitor a fosfori verdi, non si poteva far molto altro che scrivere testi e programmare. Con le interfacce grafiche ed il mouse è scoppiata l’opportunità di usare la grafica per mille cose diverse, e gli utilizzatori di computer si sono moltiplicati su scala globale. Se abbiamo un computer la cui interfaccia ha caratteristiche diverse, potremmo fare delle cose mai viste prima, compreso aiutare una persona affetta da sclerosi laterale amiotrofica a comunicare con medici e parenti, controllare l’ambiente attorno a sé e, persino, rilasciare un’intervista o scrivere un libro. Non è abbastanza, ma non è poco.

Il software che compie questo mezzo miracolo si chiama I-Able. In Italia oggi lo usano soltanto alcune decine di persone, per via del costo della parte hardware che è necessaria. Ma se le istituzioni si lasceranno coinvolgere e il prezzo dell’hardware farà il suo consueto corso (ovvero diminuirà rapidamente con l’aumento della produzione) si potrà fare qualcosa di utile per molte persone. Diavolo, se tutto il design e la tecnologia che abbiamo non serve almeno a questo, allora a cosa serve davvero?

Hai fondato una community che si chiama Idearium. Quali idee segue e produce, qual è la sua storia e il suo futuro?
Ci sono un paio di frasi ricorrenti nella storia di Idearium. Una è stata scritta dentro ad una vignetta con un breve dialogo tra due personaggi. Un personaggio piccolo e dall’aria spaurita chiede: “Cosa sono i sogni?” e l’altro personaggio dall’aria scontrosa e intelligente risponde:”I sogni sono niente senza la Community”. Era il 1998, la vignetta l’aveva realizzata un caro amico che oggi si occupa di progettare reti 3G, Danilo Abbati, e quella vignetta è stata una sorta di manifesto per noi.

Vedi, oggi tutti conoscono la teoria dei sei gradi di separazione e percepiscono il mondo come una rete di relazioni. Quel Giuseppe Taibi che ti ho citato prima ed io, forse, lo pensiamo da un po’ più di tempo e, soprattutto, ne abbiamo fatto il centro del nostro approccio alla vita ed al lavoro. Adesso ti racconto come è nata Idearium.

Quando nel 1996 Giuseppe Taibi ed io ci ritrovammo, io a Milano e lui a Boston, l’idea di community che ci accompagnava da anni ed alla quale avevamo dato il nome di Altoprofilo, cambiò scala. Da un network di intelligenze che si riunivano ogni tanto in un fantastico appartamento a Palermo, divenne una sorta di community bipolare tra Milano, dove io cercavo di accogliere giovani talenti del design, con Boston dove Giuseppe stava costruendo un network di intelligenze in ambito tecnologico.
Diverse persone top, da Gioacchino Difazio (Newton, Applicando, Virgilio.it) a Nita Sturiale (MassArt, Harvard University), passarono dalla community all’azienda; così, improvvisamente, Giuseppe ed io guidavamo una SpA ma eravamo senza quella estensione che trovavamo indispensabile. Così ripartimmo da zero, con una nuova idea di community che chiamammo Idearium, e per fondarla ci riunimmo nelle campagne di Siena, con Antonio Rizzo a suggellare quel momento.

Questo mi porta alla seconda frase importante nella storia di Idearium:”Qualche volta bisogna fare le cose soltanto perché è giusto farle”.

Abbiamo la Rete, ma la fase in cui la stiamo vivendo è parecchio disgregata e, in fin dei conti, si finisce spesso per mercificare ogni azione. Faccio un paragone con la musica… Date le tecnologie disponibili e le opportunità che il mercato offre, si sta verificando sempre con maggiore difficoltà che nascano dei gruppi musicali che fanno musica d’autore. Questa è l’era dei cantanti non autori, della gente che non sa suonare dal vivo, delle star prefabbricate, etc… Se vuoi sentire un bel gruppo vero, devi scavare, infilarti nei club, fare percorsi alternativi.

Ebbene, oggi tutti possono avere un blog e sentirsi star in qualche modo. Difficile invece è mettere in comune qualcosa senza fini commerciali e costruire fiducia, valore, progresso per molti anziché per pochi. Beh, Idearium è questo. Dal 2001 noi abbiamo accolto e generato opportunità di networking per tanti amici e autori. Abbiamo fatto scelte forti, ad esempio definisco Idearium una eZine community ma non c’è mai stato uno strumento di Forum e non l’ho mai definita una comunità online. Idearium, come dice Matteo Penzo che è un altro dei compagni di viaggio, è più un nucleo di persone con cui chiacchierare, anche di robe molto complesse, semplicemente condividendo un aperitivo. Non c’è gente che “se la tira” e zero primedonne. Solo talento, consapevolezza del valore del networking e ottica culturale alla open source.

Ti faccio un esempio: adesso vanno tutti matti per i Barcamp e anch’io li trovo uno strumento formidabile. Peccato che il barcamp dei bloggers sia spesso trasformato più in una vetrina dove ognuno mostra se stesso che una in vera opportunità di incontro, scambio e comunicazione. Anche se non c’è il palco, nei barcamp l’atteggiamento culturale con cui li viviamo è spesso ancora quello. Idearium organizza invece sin dal 2001, quindi molto prima che i Barcamp esistessero, dei DrinkLink. Il nome stesso ti fa andare lì già più rilassato. Un po’ di birra lubrifica il networking, ed il talento è selezionato per affinità elettive. Alla fine, i drinklink sono spesso esperienze molto stimolanti e, davvero, non conosco alcuna azienda che possa permettersi di mettere a libro paga tutto il talento che normalmente ci si raduna. E non è un fatto di quantità. Mai essere più di trenta. Perde di senso l’incontro.
Adesso, il prossimo DrikLink lo facciamo a Londra, dove si sono trasferiti, negli ultimi anni, un certo numero di amici di Idearium. Chissà, magari partiamo anche lì con una community.

Adesso forse ti sarai fatto l’idea che Idearium non esista su internet e sia una sorta di associazione dedita alle riunioni conviviali… beh, in verità abbiamo alcune attività molto toste: il sito web www.idearium.org ha centinaia di articoli interessanti e la sua sezione video è una delle più viste in assoluto. Su Second Life abbiamo acquistato una SIM e partecipiamo, con il progetto DECODER, ad una seconda SIM. E’ un sacco di spazio e lo stiamo condividendo con alcuni notevoli progetti artistici (Grid Gallery) e qualche iniziativa universitaria. Qualcuno mi ha chiesto cosa c’entra l’arte con la progettazione delle interfacce e la tecnologia in genere; di solito io rispondo:”Beh, siamo nell’era degli User Generated Content e della Long Tail, cosa vi aspettavate? Questa è l’era della sperimentazione dal basso.”

Le tecnologie consentono all’uomo di sperimentare ed evolversi (noi siamo gli artefatti che usiamo) mentre l’arte consente di esprimersi ed esplorare. Entrambi questi approcci tracciano nuovi mondi prima che si materializzino, il mercato o la politca arrivano dopo. Per questo ha senso che esistano posti come Idearium persino nell’era del blog facile. Anche se partecipare ad Idearium significa, come in qualunque associazione, svolgere un’ attività, pensare, sudare, condividere qualcosa che potresti tenere per te. E devi farlo soltanto perché è la cosa giusta da fare, e non perché qualcuno ti sta promettendo di restituirti il favore, trovarti un lavoro, darti una vetrina. Che sono poi cose che accadono, ma tipicamente accadono a chi da di più. Perché questa era è anche quella del dono. Più dai, più ti torna.

Com’è nata l’idea di Frontiers of Interaction?
Beh, l’occasione di mettere in pista una conferenza internazionale la dobbiamo a due fattori: il corso di Master per Informatica per Umanisti, sopravvissuto per un paio di anni all’ Università Bicocca, dove insegnavo Interaction Design ed ho introdotto un evento che abbiamo battezzato “Interactio Day” nel quale invitavo degli amici designer, ed un amico americano capitato al momento giusto in europa: Dirk Knemeyer.
Chiaramente, se due profili atipici come me e Matteo Penzo, si mettono ad organizzare una conferenza, cambiano alcuni dei presupposti classici. Noi due non siamo accademici, non siamo organizzatori di eventi e non siamo soggetti a sponsorizzazioni e cappelli ingombranti. Quindi siamo partiti ancora una volta da Idearium, di cui la Frontiers of Interaction Conference è il principale evento annuale, e abbiamo tirato su una conferenza dal format originale: un evento a metà tra divulgazione e show, con una cornice sempre coerente appunto alle Frontiere dell’Interazione e dei temi annuali specifici. Quest’anno, siamo alla terza edizione, il tema è “Internet of Things e Virtual Environment”. Sarà un’ edizione parecchio intrigante perché alcuni discorsi classici, ad esempio l’antica contrapposizione culturale tra design dell’interazione e realtà virtuale, si stanno sgretolando e contemporaneamente il Pianeta si sta popolando di presenze ed oggetti collegati in Rete. I temi affrontati alla Conferenza sulle Tecnologie Emergenti che ogni anno seguo in California, sono finalmente raccontabili anche qui in Italia, e per farlo abbiamo coinvolto parecchi personaggi interessanti, compreso Nicolas Nova (mixed reality) e Jeffrey Schnapp (Stanford University).

Ma sono andato troppo diretto ai contenuti di questa edizione ed invece voglio raccontarti di più della mentalità con cui si fanno le cose e del format, è questo che fa la differenza. L’anno scorso, entrati tutti contemporanemente nella sala della Bicocca che abbiamo trasformato per l’occasione, la gente ha visto luci da discoteca montate in modo da creare una passerella bianca; mentre ascoltava musica elettronica appositamente composta, vedeva le proiezioni alle pareti dare un’ anteprima dei contenuti visivi che sarebbero esplosi nelle slide dei relatori. Ci siamo parecchio divertiti, con tanto di DJ set che usava particolari interfacce per la musica digitale e cani robot che circolavano in giro. Ci siamo erò anche incontrati e abbiamo fatto cultura grazie ad interventi come quelli di Fabio Sergio, Nathan Shedrof, Dario Nardi, Pabini Gabriel Petit e Andrea Benassi. Quest’ultimo ci ha portato in Second Life parecchio prima che divenisse una moda.

Pensate che a questa terza edizione abbiamo, luci molto particolari fornite direttamente dagli R&D Lab della Artemide, Robot che vanno in giro a fare interviste, conigli wireless che danno feedback sui relatori mentre questi parlano, gli ultimi modelli di eBook, uno schermo immersivo tutto italiano e musica dal vivo! Ah, nessuno di questi è uno speech, questo è il contorno.

Qual è la tua prossima tappa?
Idearium e Frontiers sono davvero i progetti open che, con coerenza direi, porto avanti da parecchi anni, anche se non è facile perché ho pure una famiglia ed un lavoro. Eppure… ho ancora molto che vorrei poter condividere e, di recente, sto lavorando con un team di persone così talentuose ed intelligenti che adesso abbiamo un nuovo progetto. Vedi, secondo me si parla troppo delle persone e poco delle idee. Per spiegarmi meglio userò una frase che è attribuita ad Eleanore Roosevelt, ovvero:”Le grandi menti parlando delle idee, le menti medie degli eventi, le menti piccole delle persone”. Partendo da questo ragionamento ed osservando tutto il mondo dei reality delle vallette, dei politici, dei calciatori che sono l’Italia e rappresentano i modelli a cui i più giovani si ispirano, ho pensato che davvero servirebbe scordarci per un attimo il gioco dei ruoli e delle posizioni e mettere davanti a tutto semplicemente le idee.

Prima citavo il protagonismo di alcuni blogger nei contesti tipo Barcamp. Non conosco nessuno che sia cattivo o eccessivamente ambizioso, semplicemente qualcuno sta usando in modo primitivo degli strumenti ancora non sufficienti. Ad esempio, i Blog hanno una cosa che si chiama blogroll, ovvero elenco dei blog dei tuoi amici. Uno strumento per scambiarsi visibilità, condividere degli approcci, e anche per fare un po’ comunella. Beh, Idearium.org non ha il blogroll (anche perché non è un blog), ma neanche il mio sito personale leeander.com, che può dirsi un blog, non ha il blogroll. La verità del perché non c’è è che ho sempre pensato che non ha senso fare comunella mentre ha senso linkare sempre i post di coloro che si citano.

Infine, per completare il tassello dell’idea a cui stiamo lavorando con un team di amici, tra cui il Davide Casali autore di Intense Minimalism, c’è il passaggio dall’era eTech a quella del TED. Il TED è, oltre che la conferenza, la comunità di persone che cerca di discutere e amplificare le IDEE CHE VAL LA PENA DI DIFFONDERE.

E veniamo quindi all’idea a cui stiamo lavorando: vogliamo introdurre uno strumento in più per diffondere le idee e vogliamo farlo attraverso i blog. Vogliamo usare la potenza di indicizzazione di WordPress, la forza di technocrati e degli altri motori da blog, linkare la loro le idee e diffonderle. Vogliamo usare microcontens e blogroll, trasformandoli in un amplificatore potente la cui tecnologia abbiamo già su tutti i blog. Voglia creare uno SHIFT DA BLOGROLL A IDEAROLL.

Annuncerò questa iniziativa in coda alla conferenza di quest’anno e poi ne parleremo sui nostri blog, su Idearium e ne parleranno anche alcuni nostri siti amici, comprese delle aziende che rispettano il senso e l’originalità della proposta. Questo sul profilo del dare e creare opportunità open.

Sul fronte professionale prevedo di lavorare ancora per diversi anni sul percorso dell’embodiment, ovvero sulla creazione di software, interfacce e artefatti che avvicinino atomi (esseri umani) e bites (macchine). Gli assistenti virtuali sono una di queste tecnologie. SecondLife è un’altra. Infine, dopo essermi divertito con un mash-up come Photoshakr (utile anche come strumento di presentazione. io ci ho fatto il mio talk al BayCHI nella sede di Yahoo a Sunnyvalle), adesso c’è il sogno nel cassetto, ovvero creare un videogioco.


Complimenti a te Leandro per le cose che fai e che pensi, e complimenti a te lettore di 7th floor che ci hai seguito fino qui in fondo!

Intervista di Andrea Genovese (7thFloor)

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Andrea Genovese - who has written 257 posts on 7thFLOOR.

Andrea Genovese, fondatore di 7thFloor, marketing & communication strategist, docente di Social Media Marketing e di Experience Design.

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7 Responses to “Interaction design e Second Life: i comportamenti degli oggetti di Leandro Agrò”

  1. David Orban Says:

    Bellissima intervista Andrea. Soggetto e argomenti interessanti :) Vale la pena di proseguirne le linee con eventuali approfondimenti anche!

  2. AP-PEOPLE Says:

    quello che il signor Leandrò Agrò non dice è che grazie al suo altoprofilo 60 persone si sono trovate da un giorno con l’altro senza lavoro e con una vita da rifarsi, mentre lui abilmente si defilava fregandosene… e di gente arrabbiata ce ne è ancora oggi…

  3. leeander Says:

    un anonimo non merita commenti, ma i lettori di 7th Floor si.

    come non saperlo?!?! ero IO una delle sessanta persone che si è dovuto rifare una vita ed è uscito dall’azienda SENZA ALCUNA LIQUIDAZIONE. Perchè in qualità di dirigente non avevo alcun diritto SINDACALE e ovviamente la società non era mia ma del fondo di investimento. Banalmente, nell’azienda che ho fondato e fatto finanziare, io non ho mai avuto potere di firma, perché ho ritenuto di dare fiducia a chi -sulla carta- aveva competenze certamente migliori delle mie.
    Nessuno ha mosso un dito quando i due fondatori naturali -io e Giuseppe Taibi- siamo stati esautorati dal cda. Altro che “improvviso”. Il crollo di Altoprofilo è stato lento e gonfio di tradimenti.

    Certo, una volta fuori… La selezione naturale a volte è brutale per chi non ha talento, fortuna, forza o coraggio. Io ho avuto un mix di queste cose ed oggi posso permettermi di guardare a ciò che di positivo ho costruito (tipo dare un lavoro a molta gente, realizzare brevetti che aiutano i disabili, partecipare a nuove sfide dell’innovazione) sapendo che sono uno che NON ha mai ricevuto “aiuti” o non è mai stato al soldo di gente di BASSO profilo. Oggi -ad esempio- posso firmare ciò che scrivo. Commenti compresi.

    La vita non è facile per nessuno ed il posto “sicuro” non esiste. Se pensavi che sarei bastato io a garantirlo, allora sei un “candido” illuso. Oppure soltanto una persona che preferisce recriminare e guardare alle “colpe” degli altri, piuttosto che a cercare di migliorare se stessi ed il mondo che ti circonda.

    Renditi conto che io non sono un figlio di papà o un alleato di poteri forti. Sono uno che è arrivato a Milano che possedeva un powebook, aveva iscrizione a Domus e fitto pagato per 3 mesi e 500mila lire cash regalate da un parente. Era tutto quello che possedevo sulla Terra. quindi… se in futuro qualcuno dovesse offrirti un lavoro in un posto fico, che ti consente di fare esperienza, etc… Goditela, dai il massimo e impara! Almeno sarai più pronto per la burrasca successiva. Perchè non esiste capitano e azienda che possano proteggerti al posto tuo.

  4. Antonio Dell'Ava Says:

    Premetto che non conosco i fatti, ma per quanto riguarda la seconda parte sono comletamente d’accordo con Leandro, ci vorrebbero più persone come lui in Italia. Spero un giorno di essere una di quelle…


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