FARE N-OUTING: TERAPIA DI GRUPPO PER I GROUPIES DEL LAVORO
I bravi manager hanno coraggio. Distribuito, peraltro, su più fronti. Hanno il coraggio di dire di no, di dire di sì, di ammettere i propri errori, di punire quelli altrui. E poi di lottare senza mai dimenticare la tenerezza, di stroncare le carriere dei quadri intermedi, di convocare una riunione di sabato mattina, di non concedere ferie, di non concedersi ferie, di esercitare una leadership autoritativa qualche volta, partecipativa al momento giusto, funzionale quando serve. Roba che ci vuole coraggio solo a pronunciarle certe cose.
Per non parlare poi del coraggio necessario a fare scelte difficili e a rendere difficili quelle facili col solo scopo di far vedere quanto si ha coraggio. Ovviamente l’esercizio protratto di tutte queste audaci imprese scatena una persistente soddisfazione, un duraturo amor proprio, una sensuale compiacenza di sé. Ti fa sentire un eroe, uno che cambia le sorti del mondo, che se non fosse per quel tallone… Insomma, come tutte le sensazioni piacevoli e le droge lisergiche, allontana dalla realtà e genera dipendenza.
Con l’andare degli anni, e a volte, purtroppo, solo dei mesi, non si riesce più a fare a meno delle scariche di adrenalina, della creatina d’orgoglio che gonfia il petto, dell’elettricità che tende i nervi del valoroso uomo d’azienda. E allora capita di vedere questi poveri manager che pianificano alla figlia i compiti per le vacanze, con una previsione di lungo periodo che arriva fino a settembre, aspettando con voluttà
il momento in cui la maestra darà un feedback positivo. Questi disgraziati che segmentano il mercato sotto casa per capire qual è la bancarella migliore verso cui indirizzare la responsabile d’acquisto (che sarebbe la moglie) e trarre poi beneficio dal risparmio di spesa. Roba da far accapponare la pelle.
Ma come aiutarli a uscire dal tunnel? Come salvarli dal loro tossico appagamento? L’unica soluzione è convincerli a fare n-outing. Cioè far loro confessare che, in certi mesi dell’anno, in certe ore del giorno, in certi momenti della vita, non fanno assolutamente niente, non servono assolutamente a nessuno, non è richiesto il loro intervento, non si sente il bisogno di un loro parere. Sembra facile, ma non lo è. Provate un giorno a chiamare, a qualsiasi ora diurna e notturna, cento di questi soggetti e chiedete a bruciapelo a ognuno di loro “Cosa stai facendo?”. Non ne troverete uno che vi risponde “Niente”. Non lo farà nessuno. Perché i bravi manager hanno coraggio, ma in genere manca loro il coraggio del niente. Che non coincide col prendersi un momento di riposo, una settimana di ferie. Tutt’altro.
Le vacanze possono diventare una straordinaria occasione per continuare a drogarsi con la voglia di fare, e con le cene a casa di amici “che non ho più avuto modo di andare a trovare”, e le rassegne enogastronomiche che “io vado sempre di corsa, sempre un panino e via”, e gli spettacoli “che in tutto l’anno non ho mai avuto tempo di vedere”. Niente significa niente. E non basta proiettare sul loisir il proprio cardinale
ruolo nel mondo per raggiungere il nulla assoluto. Non lasciatevi ingannare. Il drogato da lavoro sarà davvero fuori pericolo solo quando il niente riuscirà a esplicitarlo. È questo il senso profondo del n-outing.
Perciò quando dopo le prime sedute il manager avrà imparato a rispondere “Niente” alla vostra domanda a bruciapelo, stupitelo chiedendogli “Cioè?”. Se, calmo calmo, vi risponderà che si è preparato da solo una bevanda con lo sciroppo di menta e da quaranta minuti osserva come i tre cubetti di ghiaccio aggiunti al bicchiere si stanno comportando rispetto alla densità dello sciroppo, allora sarà davvero guarito.
di Roberta Casasole (robertacasasole@libero.it)



sab, lug 7, 2007
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