La chiesa del Software Libero e gli evangelisti dell’Open Source

mar, lug 10, 2007

Business, Cultura, Media

Intervista a Roberto Galoppini, guru italiano dell’Open Source Commerciale: cos’è, a cosa serve, chi sono i suoi padri fondatori e cosa accadrà nei prossimi 10 anni.

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Allora Roberto ci siamo conosciuti a Pisa più di 20 anni fa al primo anno di Informatica, poi ci siamo incontrati di nuovo 10 anni dopo in TIM, tu project manager di Telesoft e io consulente per il progetto Mobile Corporate Portal. Da allora è passato tanto tempo, che cosa hai fatto e di cosa ti occupi oggi?
Ho abbandonato il “posto fisso”. Non è stato facile ma forte era il bisogno di uno spazio personale in cui poter attivare e realizzare idee. Nel 2001 quando ancora l’espressione Digital Right Management nemmeno esisteva o quasi, realizzai un Juke-Box Virtuale, un sistema per poter scaricare e ascoltare musica on-line. Acme Solutions (http://www.acmesolutions. it) è nato così, un progetto imprenditoriale di tre amici e colleghi, con l’immancabile garage e tutto quello che caratterizza una start-up, comprese le malsane teorie da “no-sleeping company”.

Da quel momento ho iniziato a sviluppare e rilasciare soluzioni Open Source, basate su codice libero. Superati i primi due anni ho iniziato a lavorare su qualcosa di nuovo, il primo consorzio di imprese italiane specializzate nell’Open source (CIRS, http:// www.consorziocirs.it). Pochi mesi fa ho iniziato un’altra avventura, aprendo un blog di nicchia in cui scrivo di Open Source di classe enterprise, dal lato dell’offerta, della domanda, con una particolare enfasi sui modelli di business e sulla ricerca. Vista l’estrema settorialità degli argomenti trattati ho scelto di scriverlo in inglese, fatica (enorme!) ripagata dai contatti a livello internazionale. Contatti che in meno di sei mesi mi hanno portato ad essere invitato a far parte dell’Advisory Board di SourceForge. Parlando di Open Source sembra sempre di parlare di una setta o di un movimento politico.

Che cos’è l’Open Source per te e che differenza c’è con il free software?
L’Open Source (http://www.opensource.org/docs/ definition.php) , come il Free Software (http://www. gnu.org/philosophy/free-software-for-freedom. it.html), è un tipo di licenza d’uso con la quale vengono distribuiti i programmi: per usarli non sono richiesti riti satanici, non occorre la tessera del partito, né che “ti mandi Picone”. I software distribuiti con tali licenze, detti Open Source, possono infatti essere utilizzati, copiati, modificati e redistribuiti. Gli autori di software libero o Open Source, utilizzano il diritto d’autore per tutelare gli interessi degli utenti, non per limitarne la libertà; non impediscono quindi la copia, né tanto meno la personalizzazione di tali programmi, ma esplicitano precise regole. Certo, esistono delle differenze; il movimento del Software Libero dà maggiore enfasi agli aspetti etici, mentre l’Open Source enfatizza la valenza tecnica ed economica.

Vuoi sapere se la tua licenza, fatta dal tuo legale di fiducia, è Open Source o Software Libero? Devi chiederlo a loro e aspettare. Un semplice consiglio: scegliete tra quelle che esistono e soprattutto tenete conto che la maggior parte del software open è rilasciato con la GNU GPL, prendetela in considerazione: funziona!

Parliamo dai “padri fondatori”, Richard Stallman e Bruce Perens; sono loro i “guru” del software libero?
stallman.jpg Se Mr Stallman è il sacerdote supremo della “chiesa” del software libero, il lato etico e filosofico, Mr Perens è l’evangelista tecnico e commerciale dell’Open Source, movimento nato successivamente per enfatizzare il valore economico delle soluzioni basate sul free software.
La storia risale a circa vent’anni fa, quando il Dr Stallman scoprì che non poteva modificare un programma di stampa perché gli autori avevano protetto il codice sorgente (la matrice del programma, ndr) e decise che questa limitazione della libertà dell’utente non era più accettabile. Sfruttando il copyright, e quindi avvalendosi dell’unico istituto possibile, riuscì a concepire una licenza che garantiva permanentemente il diritto all’uso, la copia, la modifica e la redistribuzione di un programma. Chiamò questo meccanismo di tutela “copyleft”. Nasceva così la General Public License, la licenza oggi più diffusa al mondo con tanto, tantissimo software libero, come ama chiamarlo lui.

Al recente Festival dell’Innovazione, Stallman e Perens sembravano quella “strana coppia” sempre in lite; qual è la loro storia di amore/ odio?
Hanno avuto una fidanzata in comune, ovviamente ognuno all’insaputa dell’altro, e queste cose purtroppo finiscono per rovinare anche le amicizie più solide… Richard e Bruce rappresentano i due lati di una stessa medaglia: è importante, darwinianamente, che ognuno porti avanti il suo discorso. In questa diversità, c’è un valore aggiunto. Certo, questa singolare “frattura” causa rumore, non lo nascondo; io stesso che per anni ho militato in più di una organizzazione a favore del software libero sono stato giudicato ed attaccato per preferire l’espressione “Open Source” a “Free Software”. È proprio in questa diversità, la forza delle loro idee; le loro scaramucce pubbliche sono in fondo la testimonianza di una stima reciproca, se non di affetto.

Tu stai portando avanti una campagna di informazione intorno all’Open Source Commerciale, sembra un ossimoro. Di cosa si tratta e qual è l’idea e il business che gli stanno dietro?
Diversi anni fa degli amici mi portarono in un ristorante Vegano; il cameriere, preparatissimo, fece un lungo elenco di cose che non servivano (carne, pesce, uova, formaggi, etc) ed alla fine concluse: “Certo, sembra che non rimanga niente, invece ci sono un sacco di altre cose!”. Il software open commerciale è così, il fatto che sia libero e spesso disponibile per il download, fa pensare che nessuno voglia comprarlo, che non ci sia possibilità alcuna di fare business con una risorsa che di fatto è un bene comune. Invece, come direbbe il cameriere, ci sono molte opportunità.

Le maggiori opportunità, le più interessanti, sono ad esempio nella software selection, così complessa in un contesto in cui esistono decine di programmi open che presentano, almeno sulla carta, le stesse caratteristiche funzionali: a parità di prezzo, non costando nulla, le considerazioni che occorre fare riguardano non solo gli aspetti tecnici, ma anche l’esistenza di documentazione, la facilità di integrazione con altre piattaforme, la presenza di una community di sviluppo democratica, longeva e vivace, ed altre considerazioni di contesto. Ma anche la consulenza direzionale, per definire una strategia aziendale nell’adozione di soluzioni open, nell’imparare a condividere con altri soggetti sforzi e rischi, minimizzando i costi ed evitando di cooperare su quello che Perens chiama il differentiating technology, ovvero quegli elementi tecnologici che rendono l’offerta di un’azienda diversa, migliore, delle altre: basti pensare al meccanismo con cui Amazon suggerisce altri libri di potenziale interesse.

Ma il software open source commerciale è anche, e forse diventerà principalmente, una opportunità per le aziende non IT per ridurre i costi. Questo è l’ aspetto commerciale, in gran parte ancora inesplorato: condividere è la parola magica, e non occorre essere hacker (smanettoni, ndr) per farlo, come ha dimostrato la banca Dresdner Kleinwort realizzando e liberalizzando una piattaforma per l’Enterprise Application Integration, mettendolo a fattore comune con altre banche e semplificando l’interazione.

perens.jpgMi sai dire chi sono i maggiori player, in Italia e all’estero, che si occupano di Open Source e qual è la dimensione del mercato?
Purtroppo non esistono player nazionali di rilievo nel panorama internazionale, fatta eccezione per Funambol che è italiana “dentro”, visto che il CEO Fabrizio Capobianco, è italiano ma vive nella Silicon Valley, e anche italiana “fuori”, visto che i laboratori di sviluppo sono qui in Italia, ma non è italiana nei fondi dei Venture Capital, che sono appunto statunitensi. Ha ragione Federico Rampini, quando dice che le aziende italiane nascono piccole per rimanere piccole, e spesso morire piccole, mentre quelle che spuntano come funghi oltre oceano nascono piccole per diventare grandi, o grandissime.

Diverso è il fenomeno statunitense, e in parte anche europeo: la MySql svedese fa oltre 50 milioni di euro di fatturato con un database libero da loro realizzato; Red Hat con la sua distribuzione Linux ha fatto 11 Milioni di dollari nel primo quarto 2007, con un incremento del 41% rispetto all’anno precedente! La dimensione globale del mercato, però, è difficile da stimare non solo perché spesso non ci sono “scatole” da contare, ma perché molto dell’indotto è insourcing. Non è un caso che Banca d’Italia abbia al suo interno due tra i programmatori più in vista della scena italiana del software libero, come non è un mistero che l’istituto Trentino di Cultura (irst, http://www.itc.it/irst/) abbia assunto nel tempo parte significativa del gruppo di Grass, uno dei più noti software open in campo GIS (Geographical Information System).

Parlare di mercato ancora una volta mi preoccupa, a volte è facile associare all’idea di open source quella di sviluppatore/ hacker indipendente e un po’ “alternativo” che evita qualsiasi contatto con il mondo corporate, le istituzioni e le regole. Mi sbaglio?
Beh, se si vuole fare l’hacker qualche disagio sociale occorre pure averlo (consiglio di guardarli a chi non ne ha mai visto uno, anche se vederli dal vivo dà un altro “effetto” (http:// www.chi3.org/arc/articles/hackers.html), fa parte degli attrezzi del mestiere! Sul tema consiglio un “vecchio” libro di Pekka Himanen, l’Etica Hacker, edito in Italia da Feltrinelli; spiega nel dettaglio quali sono le logiche con cui l’hacker si avvicina al lavoro e, per quello che ho potuto constatare negli anni, è una buona approssimazione della realtà. Uno dei miei soci, ad esempio, lavora spesso la notte, una volta definite le specifiche, spesso non viene in ufficio, lavora da casa, o in giro portandosi dietro il portatile.

Ma attenzione, non credere che figure simili non esistano anche nelle grandi corporation. Il genio è irregolare per definizione, ma questo non significa che non sappia cosa sia una consegna, anzi, o che non sappia farsi il nodo alla cravatta [beh, questo a onor del vero un po' meno, comunque..].

Che opportunità abbiamo in Italia per sviluppare la società dell’informazione attraverso l’Open Source? Interessa più le istituzioni o le imprese?
All’Innovation Forum di IDC quest’anno, nel panel di apertura parlavano solo ed unicamente rappresentanti delle Pubbliche Amministrazioni centrali o i grandi player delle multinazionali Un segnale che è impossibile ignorare. In Italia la Pubblica Amministrazione è il Grande cliente, mentre l’industria, anche quella che una volta tirava, oggi gioca in difesa e gli investimenti sono ridotti all’osso. Tornando alla domanda, penso che l’Open costituisca, per l’Italia e l’Europa in genere, una grande opportunità, forse l’unica: in un mondo in cui la maggior parte dei prodotti software sono statunitensi, l’open costituisce un’alternativa, e il fatto che Germania, Spagna ed Italia, dopo gli Stati Uniti, siano i paesi che scaricano più software open (fonte: Ross Turk, SourceForge) fa riflettere. Oggi questo potenziale è in gran parte inespresso, probabilmente iniziative come quella del Marketplace appena lanciato da SourceForge riusciranno a far incontrare domanda ed offerta, dove quest’ultima oggi è polverizzata. Credo che vedremo presto network di imprese, società consortili od altre strutture più o meno permanenti organizzarsi per definire un’ offerta più completa, magari su scala nazionale o internazionale. E’ un mercato giovane, si deve ancora organizzare.

Io paragono l’open source alla mia free press, qualcosa di gratuito, che però ha un modello di business e di value sharing diverso dai modelli tradizionali. Cosa ne pensi?

È un paragone azzardato o solo fuori luogo? In generale temo le analogie, anche se ne riconosco l’efficacia in termini di comunicazione. Certo, il fatto che il profitto possa essere “altrove” è una caratteristica comune a molte iniziative dove il capitale intellettuale fa la differenza. Guarda Google ad esempio, contribuisce a molti progetti open anche con iniziative di ampio respiro come la “Google Summer of Code”, ed è noto che trae profitto dall’uso estensivo di software open source; è anche vero che non rilascia tutte quelle parti di codice che costituiscono il loro vantaggio competitivo, quello che Perens chiama appunto differentiating technology.

Qual è la tua dieta mediatica giornaliera (siti, giornali, blog, etc.).
Ho oltre 150 fonti selezionate che fruisco tramite Google reader, tra queste ci sono testate giornalistiche, analisti e CEO, ma anche personaggi meno noti e non per questo meno interessanti. Li trovo con Technorati, spulciando tra i link altrui, e da un po’ di tempo anche semplicemente leggendo la posta dove alcuni che mi scrivono innescano una relazione. E’ il blog, il corporate blog.

Ok immagina che ci rincontreremo tra 10 anni, che scenario vedi nel tuo settore? E nella società?
Il software sarà sempre più una commodity, veicolato come Software as a Service; le attuali licenze Open Source consentono, vedi Google, di mantenere privati gli sviluppi. Insomma la rete, con i suoi servizi remoti sempre più performanti, rischia di ridurre la portata del fenomeno open, almeno nel segmento enterprise. Al contrario, essere connessi da casa o in mobilità sarà la normalità, e in paesi come la Finlandia questo è già la norma. Qualche giorno fa parlando con Teemu Arina, ho appreso che un suo amico utilizza sistemi di “mobile presence” come Jaiku (http://www.jaiku.com/) per sapere come sta il padre, senza chiamarlo perché non sta bene chiamare il proprio padre troppo spesso. O tempora, o mores… !

Grazie Roberto, ho un’ ultima domanda: tu hai un tuo “guru”? Sì, l’ho appena cambiato, il mio nuovo “guru” si chiama Henry Poole. Magari di questo parliamo un’altra volta, che ne dici?
Andrea Genovese (7th Floor)
a.genovese(at)00map.com

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Andrea Genovese, consulente e formatore nel campo del web marketing e della comunicazione digitale, life & corporate coach, fondatore di 7thFloor.

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4 Responses to “La chiesa del Software Libero e gli evangelisti dell’Open Source”

  1. arc Says:

    L’articolo sugli hackers citato qui sopra ha cambiato indirizzo.
    Quello nuovo e’:

    http://www.chi3.org/docs/hackers.it.html

    Grazie per la collaborazione.

  2. Graziano Says:

    Veramente il nuovo indirizzo e’ questo:

    http://www.sorbaioli.org/docs/hackers.html

    visto che il dominio chi3.org e’ scaduto. :)

  3. ruko dijual di malang Says:

    evoluzione tecnologica sempre più rapida

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