Crossing India

gio, lug 19, 2007

Cultura, Tendenze

Il nostro inviato continua il suo viaggio preferendo ad hippy e turisti: le tigri!

di Alessandro Soro

yoga-sul-gange.jpgI piani dello scorso mese hanno subito ritardi e cambiamenti. Mi sono ammalato. Ho passato sette giorni confinato nella mia stanza a combattere contro una pesante influenza che mi ha debilitato nel corpo, ma non ha intaccato lo spirito. Gli hippy nel frattempo sono partiti, meglio così. Costretto all’immobilità, ho avuto la possibilità di conoscere il proprietario della mia casa a Rishikesh, il signor Narendra Nandubhai Bhandari.
Come la Namaskar Guest House è stata la mia casa a Delhi, così la New Bhandari Swiss Cottage è la mia casa a Rishikesh. Abbiamo parlato dell’India, il paese dove anche una straniera – Sonia Ghandi – può essere eletta in Parlamento; di come, partendo dal nulla ed in soli quindici anni, egli abbia costruito il suo impero, la sua fortuna: tre Guest House, due alberghi di lusso ed alcuni negozi. Soprattutto, abbiamo parlato dell’imminente matrimonio della nipote Pinki, figlia del fratello Ragindar, cui sono stato invitato a partecipare.


Nonostante fossi guarito, ho deciso di fermarmi ancora qualche giorno per attendere il grande evento. Intanto ho cercato di recuperare la forma fisica con una passeggiata alle cascate di Rishikesh. Partendo da Lakshman Jhula, le prime cascate si trovano a circa un chilometro; le seconde a circa sette chilometri e le terze a diciassette chilometri. Solo le seconde meritano una visita. Non più alte di 30 metri, sono immacolate, e scendono leggere su di un costone di roccia. I minerali contenuti nell’acqua hanno formato sugli alberi e sulla roccia stessa delle splendide quanto fragili stalattiti ed è un piacere bagnarsi sotto le tiepide acque.

Finalmente è arrivato il giorno del matrimonio. Un’esplosione di colori. L’immenso giardino sottostante la Guest House è stato ricoperto di tappeti; gli alberi e le canne di bambù che ne delimitano il perimetro ricoperti da grandi drappi rosa ed indaco; lucine e lampade al neon indicano il cammino; sparsi in ogni angolo, punti di ristoro offrono dolci di ogni genere, zucchero filato, frutta, Pakora, Samosa e dei meravigliosi Aloo Tikki (polpette fritte di patate poi ricoperte di yogurt e miele); cinque bidoni di kerosene, trasformati in forni Tandoori, sfornano incessantemente Roti; su di un bancone lungo trenta metri, quindici grandi giare in ottone vengono di continuo riempite con ogni sorta di cibo. Nella parte più ampia del giardino, di fronte ai due troni per gli sposi, trecento sedie (non basteranno); alla destra dei troni, una pista da ballo, un gruppo musicale tradizionale ed un kindergarten.

Come nelle migliori favole, lo sposo fa il suo ingresso su di un cavallo bianco e la gente si accalca per toccarlo, mostrargli reverenza e gettargli al collo collane di garofani. Appena la calca si dirada, appare un ragazzone in carne, vestito con un sari celeste trapuntato; il viso coperto da festoni anch’essi color arancio; sulla pancia, un disco fatto di banconote da 10 Rupie (di buon auspicio economico). Si siede sul trono ed inizia un rito in cui il suocero si inchina ai suoi piedi, intinge la mano in una piccola ampolla, si rialza e segna la fronte dello sposo. Il rito, svolto sotto la supervisione di un religioso, si ripete più volte e dura circa dieci minuti.cerimonia-indianaweb.jpg
L’ingresso di Pinki – la sposa – passa tutto sommato inosservato. La gente già affolla i punti di ristoro. Anche Pinki è vestita con uno splendido sari tradizionale rosso ed oro; le braccia sono ricoperte di bracciali sotto i quali si intravedono degli splendidi disegni fatti con henne. Al naso un enorme anello d’oro con rubino incastonato.
Quando la coppia è sui troni, gli invitati eccellenti fanno la fila per uno scatto, la loro serata sarà una foto continua.
Incontro nuovamente Narendra, il mio ospite, che sotto l’influsso dell’alcool mi racconta il suo disgusto per i matrimoni “all’occidentale”. << Quando, 15 anni fa, sposai mia moglie gli invitati erano almeno il doppio di oggi, e la festa è durata cinque giorni. Si stava tutti seduti in circolo, per terra su delle stuoie ed il cibo consisteva solamente in riso bollito servito su foglie di banana e lenticchie. Nient’altro. Se qualcuno si voleva alzare, doveva chiedere il premesso a mio padre. Mio zio e i suoi amici suonavano; nessun bisogno di casse o amplificatori. Eravamo poveri eppure c’era più magia, più atmosfera. Non come qui, dove ognuno fa come gli pare >>. Mi dice con aria sconsolata immerso nel suo doppio petto gessato, camicia bianca e mocassini da mafioso anni trenta.
Quando la banda tradizionale finisce la sua performance ed attacca la musica elettronica me ne vado (la festa durerà fino alle quattro), il giorno dopo devo partire. Mi aspettano le tigri siberiane.

La mattina seguente mi sveglio all’alba. Prendo il primo bus per Haridwar. Ad Haridwar dovrei prenderne un altro per Ramnagar ma è domenica ed il bus non c’è…
Sono costretto a prendere un bus fino a Kashipur (un incrocio polveroso) e poi un altro fino a Ramnagar. Il tutto in sette interminabili ore stipato come una sardina in una scatoletta di curry. A Ramnagar – principale punto di accoglienza per il Corbett National Park – mi prenoto per Dhikala, una cinquantina di chilometri a nord nel cuore della riserva.
Provo a fare un giro ma c’è poco da vedere, anzi nulla. Eccezion fatta per i Katash, splendidi alberi ai lati delle strade completamente ricoperti con grappoli di fiori rossi.
La sera mi infilo in un ristorante, il Govind, dove, oltre ad un pessimo Malai Kofta, mi vengono dati i quaderni dove i turisti lasciano le loro impressioni sulla Corbett. Vado subito a leggere i commenti dei giorni appena precedenti il mio arrivo. Sono tutti entusiasti ma nessuno è riuscito a vedere le tigri. Il periodo non è il migliore. Considerato che le tigri sono animali territoriali; considerato che la riserva si stende su più di 1.300 kmq, e che le ultime stime sulla popolazione di tigri parlano di 160 esemplari, ho – mi dicono – circa il 5% di possibilità di incontrarne una.
Ore 5 del mattino: si parte. Durante il viaggio per Dhikala, la mia guida Shammi (cell. 9719759319), inizia a snocciolare dati: il 60% degli alberi da alto fusto è costituita da Sal (Soria Robust) il cui pregiato legno è molto ricercato per la fabbricazione di mobili; gli elefanti sono circa 650 esemplari; le quattro specie di cervi circa 20.000. Incontriamo subito pavoni, cervi, macachi, scimmie entello, aquile, sciacalli e Monitar, i grandi varani color sabbia.
elefanti.jpg Arrivati a Dhikala ci registriamo e partiamo per un primo tour in jeep. Ancora varani, cervi, elefanti, cinghiali e decine di specie di coloratissimi uccelli.
Assisto, emozionato come un bambino, alla nascita di un Martin-Pescatore. L’uovo si è dischiuso sotto i miei occhi. Il piccolo, esausto, si adagia accanto all’uovo. Sembra morto. Solo con l’ausilio della macchina fotografica riesco a percepirne il respiro. La madre è li, spaventata dalla nostra presenza cerca di attirare la nostra attenzione lontano dal suo piccolo saltellando e cinguettando freneticamente. Chiedo a Shammi di andar via.
Sono le 11 e le ferree regole della Riserva ci impongono di rientrare a Dhikala. Qui tutto è regolarizzato/istituzionalizzato. Le escursioni possono essere effettuate solamente tra le 6 e le 11 e dalle 16 alle 19. Il resto del tempo si è confinati all’interno di Dhikala, protetti da una recinzione elettrica – alimentata con pannelli foto voltaici – resasi necessaria dopo l’aggressione di una tigre ad un abitante di Dhikala. Durante le escursioni non è consentito scendere dalla jeep. Si è costretti al binocolo. E come la vista, anche le sensazioni risultano filtrate. Neanche nell’enorme prateria posta al centro della riserva è possibile camminare. E’ frustrante.
Inevitabilmente, allo scoccare delle fatidiche ore d’escursione, una ventina di jeep parte all’unisono con il prevedibile risultato di far dileguare nella foresta tutti gli animali. Pare sappiano benissimo i tempi dei turisti. Vedo altri cinghiali, un folto gruppo di elefanti, di nuovo varani Monitar, un cobra grande come un tronco d’albero ed i Gharial, i coccodrilli palustri. Ma delle tigri nessuna traccia.
Shammi mi spiega che le uniche due specie non autoctone sono i Lentana (un arbusto rampicante importato dagli uccelli che infesta la zona e distrugge il sottobosco) ed i Gharial, importati dall’uomo ed ora presenti in circa 300 esemplari. Con l’uccisione di una tigre e di un giovane elefante, i Gharial hanno spodestato le tigri dal loro ruolo di predatori incontrastati. Quella che fino a venti anni fa era considerata la perfetta terai-babhar (terra delle tigri), è oggi divenuta grazie all’uomo la terai-magher macha (terra dei coccodrilli). La mia prima giornata si chiude senza aver avuto la possibilità di vedere alcuna tigre.
Mattina, ore 6. Il mio elefante è pronto per il tour di due ore. Tusker questo il suo nome, è un maschio di 40 anni di cui 30 di onorato servizio. E’ buono, ha gli occhi dolcissimi e provo tenerezza e rabbia per questo immenso pachiderma costretto da un punteruolo ad andature non naturali, a repentine retromarce e cambi di direzione. Attraversiamo la prateria ricoperta di piante di marijuana che anche Tusker sembra gradire. Eccola!
Possente, maestosa, bellissima. Un maschio di tigre di circa tre metri. Se ne sta paciosa ai margini del fiume Ramganga sdraiata in una pozza al riparo dal sole. Sembra mal tollerare la nostra presenza. I nostri sguardi si incrociano e le mani iniziano a tremare (le foto ne risentiranno). Come con i miei gatti, strizzo gli occhi e li riapro. Spero capisca il mio segno di affetto. Lui sbadiglia e ricambia la strizzata di occhi.
Penso a dove sono. Seduto sul dorso di un elefante, perso nel cuore di una riserva incontaminata, un puntino all’interno dell’immensa India. E’ incredibile!
Solo pochi giorni fa me ne stavo seduto in ufficio a combattere con la burocrazia, le nevrosi dei colleghi, le richieste dei clienti. Il tramezzino a pranzo consumato davanti allo schermo di un computer, il traffico del GRA. Adesso sono qui, flirtando con una tigre siberiana alle sette del mattino. Avevo il 5% di possibilità di incontrarla: sono felice.
Arriva una jeep, la tigre si innervosisce e sparisce nella fitta distesa di marijuana. Rientrando a dorso di Tusker verso Dhikala incontro la mia seconda passione dopo i felini, le tartarughe. Prima, nelle acque del Ramganga due tartarughe d’acqua grigio scuro se ne stanno immobili con il collo teso verso il sole. Successivamente, una tartaruga di terra dal carapace giallo a macchie nere ci attraversa la strada. Vorrei portarla via con me e farle conoscere le mie diciannove tartarughe. Chissà che bel incrocio ne verrebbe fuori.
Il mio tempo è scaduto. Lascio questa valle dell’eden soddisfatto e felice. Certo, col senno di poi posso dire che la jeep è una perdita di tempo; a saperlo prima, avrei chiesto solo di Tusker. Shammi mi accompagna direttamente alla fermata del bus di Ramnagar. Prossima tappa Nainital a circa tre ore da qui.

panorama.jpgArrivo a Nainital sotto una fitta pioggia. La cittadina, luogo di villeggiatura per indiani benestanti, si trova nella parte meridionale della Kumaon Valley ad un altitudine di circa 2000 metri e si sviluppa intorno al lago Naini. L’aria è fresca ed è una salvezza dopo un mese passato ad una media di trenta gradi. Nainital è sostanzialmente divisa in due: Tallital, la parte bassa e più antica dove ha sede la Posta e la stazione dei bus; e Mallital, la parte alta, più moderna e turistica con negozi di stoffe pregiate, alberghi, bar, ristoranti e Guest House. E’ un buon posto dove rilassarsi e dove comprendere meglio il turismo degli indiani “bene”. Principalmente sono famiglie Sikh; oltre al turbante, alla sedentarietà ed all’arroganza che li contraddistingue, ciò che più mi stupisce è il loro peso. Madri, padri e bambini rigorosamente obesi stonano in un paese dove la stragrande maggioranza della popolazione è sottopeso. Più che autovetture, oro e vestiti è il peso a determinare lo status sociale: più sei grasso, più sei ricco. Quando non sono rintanati in camera a guardare la TV a volume proibitivo, si spostano da un ristorante all’altro, da un bar all’altro, consumando quantità indicibili di cibo, gelati e bevande gassate.
Inutilmente cambio Guest House su Guest House nel vano tentativo di scappare dalla confusione, dalle TV e dalle urla dei bambini; con l’unico risultato di non aver avuto una mia casa a Nainital.

Dopo i consueti giri esplorativi, decido per una passeggiata nelle colline che sovrastano il lago. Mi accompagna Sunil (Cell. 9411196837 – www.sunilk.free.fr ) un ragazzo laureato in economia, dal perfetto inglese, che ha preferito seguire la sua passione per la natura piuttosto che un lavoro più remunerativo ma alienante. Alla pancia piena e all’anima vuota, ha preferito un’incertezza intrisa di verde. Invidio il suo coraggio. Da Mallital prendiamo la funivia che porta allo Snow View, dove, in giornate limpide, è possibile ammirare i picchi della catena Himalayana. Da lì, prendiamo un sentiero immerso in un bosco di faggi, pini, aceri e rododendro che si inerpica per quattro chilometri fino al Cheena Peak da cui si gode la splendida vista della valle. Lungo il cammino, incontriamo alcune famiglie indiane rigorosamente obese e rigorosamente in gita a bordo di una jeep. Anche Sunil conferma le mie impressioni: << Vedi, non hanno la minima intenzione di immergersi nella natura. Affittano una jeep ed arrivano solo dove questa può andare. Non camminano. Scattano foto ricordo per poter poi dire di esserci stati >>.frutta.jpg

Da Nainital mi sposto – via Bhowali (una doppia curva nei boschi) – verso Almora. Altro famoso centro turistico. La città è sul picco di una collina e si estende nei suoi due versanti. E’ sporca e senza fascino. La gente non è socievole. Uniche due cose da segnalare: alti alberi di lillà in fiore ed un numero di pasticcerie sproporzionato rispetto alla popolazione. Passata la notte mi dirigo verso Kasar Devi (a circa otto chilometri da Almora in direzione Bageshwar). Incredibilmente, riconosco – in mezzo ad una moltitudine di israeliani – alcuni dei ragazzi conosciuti a Rishikesh e persi durante la malattia. Sono venuti a prendere altri amici di ritorno dal vicino Nepal. Kasar Devi prende il suo nome dall’omonimo tempio e, a fronte dell’enorme massa di turisti che da un decennio richiama, viene brevemente menzionata nelle guide. Ci penso io a riempire la lacuna!
Non vi è un vero e proprio centro. Solo qualche Guest House sparsa lungo la strada o appena al di sotto, tre delle quali (Galaxy, Mohan’s Cafe e Dolma) sono anche ristoranti, pessimi ristoranti. Il punto di incontro principale è il Mohan’s Cafe dove, per tutto il giorno, i turisti (per lo più israeliani ma anche europei) si alternano in partite a carte e scacchi, suonando la chitarra, facendo la maglia. Qualcuno beve alcool. Due cose contraddistinguono Kasar Devi: l’onnipresente hashish ed i conseguenti colpi di tosse. Tutti ti offrono da fumare. I contadini, i gestori delle Guest House, i camerieri ed i cuochi, i tassisti, gli allevatori, i turisti. E dopo le canne, i Cilum ed i Bong (pipe ad acqua artigianali) seguono, immancabili, i colpi di tosse. Come tutti hanno l’hashish, tutti hanno la tosse: nessuno immune.
Personalmente, passo le mie giornate leggendo e camminando nei boschi di conifere perso tra volpi, corvi, scimmie, bufali d’acqua e tante mucche e tori. In una delle quotidiane camminate, ho scoperto che i corvi detestano le scimmie. Appena ne vedono una iniziano dei voli radenti su di esse simulando di volerle afferrare con gli artigli. Alle scimmie sembra non interessare ma raramente si fermano dove ci sono i corvi.
La mia casa qui è la Galaxy Guest House (non la consiglio). Nella mia “cella”, con il bagno in comune con gli avventori del ristorante e con gli affittuari delle camere, ci piove dentro; la luce va e viene. Anche qui, come a Gagotri, non esiste acqua calda. Va da sé, che dopo quattro giorni di completo e lurido relax parto.

orsoro@gmail.com

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Andrea Genovese, consulente e formatore nel campo del web marketing e della comunicazione digitale, life & corporate coach, fondatore di 7thFloor.

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One Response to “Crossing India”

  1. Kasar Devi is good Says:

    Surprisingly, Kasar Devi is homely for Israelis and there is even a chabad house here. It has really beautiful views of the himalayas. It’s also a popular place among hippies.