di Stefano Diana
Con Carlo Infante, Andrea Genovese e Stefano Cristante siamo stati a pranzo in un posto magico due passi fuori dal bosco digitale. Una casa di campagna arieggiata dalle pergole e istoriata da pesce fresco alla brace, appena alle spalle del mare vicino Lecce. Gino Santoro, augusto professore di Storia del Teatro nonché ultimo dei Messapi, fra le proprie mura e sulla sua terra, ben munito di pomodori, sarde fritte e un’antica cultura dell’essenza, conclude i dibattiti su carte e bit con il seguente epitaffio: «Volete internet? Allora mangiatevi internet!».
Il senso dell’iperbole era chiaro: non dimenticate, voi del corpo elettrico, voi del futuro, che sotto a ogni fenomeno per quanto astratto e ascendente c’è sempre un mondo materiale, fisico, che reclama la sua fame; questo mondo non va mai dimenticato se non si vuole lasciar morire l’uomo di una vuota inedia servoassistita.
Mi sono ricordato poco tempo dopo di questo onorevole monito, nel bel giorno di brainstorming sui nuovi media che Carlo ha organizzato a Frascati e di cui su queste pagine si legge. Non per il dibattito fra persone di rara lucidità e impegno, non per l’instant blogging che ne estendeva i confini alle intelligenze lontane e vicine, non per la cornice del prezioso paesino sui colli e la sua aria pulita. Me ne sono ricordato per il finale che ha dato a tutto questo il suo senso compiuto.
Nel tepore gialloverde di un bellissimo tramonto di primavera sul caput mundi, il gruppo di teatro sostenibile Koiné ci ha preso per incantamento come il pifferaio di Hamelin e ci ha guidato a scoprire il posto e le cose buone che produce. Mai mettere i piedi in terra fu più come salire. Cuffiette in testa, riceventi FM clippate alla cinta, e dentro parole e musiche scelte con gusto notevole, lo “psicopompo” alla base e il suo compare-guida alla nostra testa hanno portato l’ignaro e divertito sciame degli “esperti di comunicazione” in giro per le piazze intorno alla Scuderia. Ci aspettavano piccole sit-com, abilmente distribuite tra gli incontri veramente casuali, passeggiando portati per mano con la gioia e la dolcezza che si riprovano a lasciarsi condurre in un allegro gioco di scoperta come quando si era bambini. Il ragazzo ignaro sulla panchina che viene interpellato dalla guida, circondato dal nostro gregge in assedio ridanciano, dopo un po’ di timida ignoranza snocciola date e personaggi. La donna dal forte accento francese, accalappiata dalla guida mentre grottescamente serra un catenaccio all’enorme cancello della Villa Aldobrandini (che spaccia per «centro di cure di bellezza») come se ne stesse uscendo lì lì, dopo un gustoso siparietto dice di chiamarsi Paolina Bonaparte e così senza peso ci rivela il passaggio della sua omonima nella storia locale.
Ed ecco il ritorno alla base con l’ultima, più
bella sorpresa: fra i reperti del Tuscolo, semplici tavoli apparecchiati con pecorino romano e vino cannellino, disposti secondo criteri narrativi e associati a numeri da 1 a 6. Scelto un numero e il piatto, ciascuno segue gli altri e se stesso nel gioco comandato dalla voce in cuffia. Ci si prende in giro, si trattiene a stento la salivazione, si apprende da dove vengono quei cibi, come sono fatti, mai con banali descrizioni dirette. Intanto l’appetito e l’eccitazione salgono, la materia chiama. Alla fine la voce ci molla l’ormeggio, via alla degustazione: si liberano gli spiriti animali, e l’ebbrezza del gusto che si appaga è accompagnata deliziosamente da versi di splendida poesia che accosta al sapore in bocca immagini della natura e della cultura da cui quel sapore prende origine.
È una specie di apoteosi sinestetica, fisica e intellettuale insieme; forse il sesso che facevano Shelley e la sua Mary aveva qualcosa di simile. Così il ritorno alla terra e al corpo chiude il cerchio di un modello di esplorazione contemporanea davvero completa: mai l’innovazione senza la tradizione, mai la mente senza il corpo, come voleva Gino. Sì, mangiarsi internet è possibile.
stef@lideologo.net



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