Intestinal design

lun, lug 30, 2007

Design

Riuscire a resistere anche in un ambiente orribile

di Roberta Casasole

Sarebbe bello se là dove ora c’è una città, ci fosse ancora l’erba. L’Architetto Celentano non avrebbe più da chiedersi perché la gente si ostini a vivere in posti così diversi dalla sua villa di Galbiate e tutti saremmo più felici, uomini e passerotti, francescanamente.
Purtroppo il mondo è piccolo, la gente fornica e a un certo punto le città, per non scoppiare, non solo son state costrette a inghiottirsi l’erba, ma hanno pure dovuto cambiare direzione di sviluppo. Non più orizzontale, ma verticale. Non più una casa accanto all’altra, ma una sopra l’altra.

Fortunatamente l’uomo, per sua natura, tende verso il cielo e, come dimostra questa rivista, ama salire di piano. Per cui avrebbe potuto adattarsi alle nuove altitudini nel migliore dei modi, se l’imprescindibile esigenza di cambiamento non fosse occorsa in un momento tragico per l’architettura italiana: il momento dell’intestinal design.
Si tratta di una corrente estetica ancora poco studiata, diffusasi durante il boom economico.
Il canone artistico che perseguiva era l’antitesi di quello attuale. Per capirci, se le tendenze moderne suggeriscono la costruzione di edifici in armonia con l’ambiente e arredamenti emotivi, compatibili con la personalità degli inquilini, con i loro sentimenti e il loro vissuto, l’intestinal design voleva case compatibili con il loro digerito, cioè con quello che avrebbero voluto espellere.
I fondatori di questa corrente ritenevano che abitare in ambienti decisamente orribili, permettesse di proiettare all’esterno frustazioni, paure, peccati, sensi di colpa, fobie e male parole. Cioè se il brutto sta fuori, non è più dentro di me.
L’intento, indubbiamente nobilissimo, ha però prodotto risultati terrificanti, soprattutto nelle zone abitate da chi ha maggiori scorie da espellere.
È perciò a causa dell’intestinal design se le nostre metropoli sono devastate da periferie brutte da torcere le budella (tanto per rimanere in tema).
Interi quartieri pieni di enormi parallelepipedi color ispettore Derrick, coi balconcini di vetroresina, le spranghe alle finestre e gli occhi sbarrati, pieni di terrore, a gridare una silenziosa invocazione: “abbattetemi“.

Monumenti al reddito di chi li abita, vicinissimi l’uno all’altro, tanto da far sorgere un dubbio: qualcuno ha davvero avuto il coraggio di costruirli oppure sono spuntati dalle viscere della terra, germogliati dalle spore del palazzo a fianco?
Case a respirazione assistita, tenute in vita dal condizionatore bianco piazzato sotto la finestra della cucina, che soffia nei loro asfittici polmoni la poca aria da contendersi.

Tristi come è triste chi si sente escluso e non riesce a integrarsi, extracomunitarie nella patria del rinascimento.
Diresti che sono disabitate, che nessuno le ama e invece, ogni tanto, gli inquilini sperduti della casa che non c’è mandano un segno. Stendono i panni fuori, riempiono il balcone di gerani, mettono le luci di Natale. Per proiettare all’esterno non solo il proprio digerito, ma pure un poco d’anima.
Giacomo Leopardi, un paio di secoli fa, saltò la siepe e andò a Roma. Già allora gli sembrò così vasta da non
riuscire a trovare lo spazio per viverci. L’unico modo per stare lì, scrisse, “è fabbricarsi intorno una piccola città dentro la grande”. Questo fanno gli inquilini sperduti. Perché, diciamoci la verità, se non ci fossero dentro gli uomini, questi palazzi dell’intestinal design sarebbero invivibili.


*robertacasasole@libero.

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