Intervista al Prof. Derrick de Kerckhove che ci parla del suo legame con Napoli e con le nuove comunità on-line
di Francesco D’Orazio

FRANCESCO D’ORAZIO – Buongiorno Professor de Kerckhove. Comincerei da una domanda a bruciapelo: cosa ci fa un Canadese a Napoli?
DERRICK DE KERCKHOVE – «E perché no! La prima volta che sono venuto da queste parti è stato nel 1985, ero stato invitato a un convegno sul rapporto tra arte e nuovi media. Devo dire che all’inizio non ho capito subito il fascino della città, anzi ero piuttosto spaesato. Poi ho incontrato quello che allora era il direttore del Centro Culturale Francese che era totalmente innamorato di Napoli. È lui che mi ha insegnato a stare attento ai dettagli di Napoli e soprattutto a guardarla dal mare. Vista dal mare verso Capri, Napoli è di una bellezza spettacolare.
Per molti anni non sono più tornato da queste parti se non per vacanza, poi nel 2002 sono stato invitato per la prima volta a insegnare grazie a una studentessa che aveva lavorato a una tesi su di me. Da lì è cominciato un rapporto più stabile, mi hanno proposto di fermarmi più a lungo, poi di tornare l’anno successivo ed eccomi qui. Mi hanno persino inserito in un programma che si chiama “Rientro dei Cervelli”, cosa forse non molto pertinente ma bellissima per me perché significa innanzitutto che sono un cervello e poi anche che sono considerato Italiano!».
FD – Cosa la affascina di Napoli?
DDEK – «Io sono promesso sposo di Napoli, mi sposerò, non mi sposerò, non so ancora come andrà a finire ma sento che sono pronto a prendere un impegno a lungo termine con la città perché ho scoperto che siamo fondamentalmente d’accordo. Io e Napoli abbiamo una cosa in comune: siamo tutti e due approssimativi! Napoli è una città approssimativa ma proprio per questo è allo stesso tempo una città emergente. Napoli è l’unica città in cui si fanno i fuochi d’artificio a mezzogiorno, una cosa pazzesca… Napoli è sempre in ebollizione, il traffico folle della città è una specie di danza postmoderna che funziona alla perfezione e soprattutto va avanti al millimetro, perché qui non si può guidare altrimenti che al millimetro. Guidare attraverso i Quartieri Spagnoli o Chiaia, su strade che sono larghe più o meno come questa scrivania, per me è come andare a cento all’ora nel garage! È incredibile. Quello che mi piace soprattutto è il carattere delle persone, mi da una sensazione di calore e di presenza che a Toronto non si prova. Chiaramente poi ci sono moltissimi problemi ed alcune, poche, soluzioni. Ma io dico sempre: ok, ci sono problemi a Napoli e ci sono problemi in Italia ma la soluzione è di essere Italiano o Napoletano! Cioè la soluzione magari alla fine non c’è, ma se sei Italiano hai un modo particolare di prendere la situazione».
FD – Interessante il concetto della città emergente dove le cose succedono quasi per caso…
DDEK – «Per vivere a Napoli devi per forza incorporare l’attitudine della città. Per esempio, come Canadese io sono molto più preciso degli Italiani su cose come orari, appuntamenti, organizzazione. A volte mi capita quasi di sentirmi in imbarazzo ad arrivare in orario o a fare le cose nei tempi stabiliti! Voglio dire che se a Napoli tenti di forzare il naturale corso delle cose, tutto si ferma e improvvisamente non c’è più niente che funzioni. Appena tenti di dare un ordine logico-razionale ad una serie di operazioni il progetto su cui stai lavorando, qualunque cosa sia, si ferma! Se invece lasci che le cose procedano col loro ritmo, se cerchi di orientarne il corso danzando insieme a loro, allora tutto funziona. È una forma di auto-organizzazione. Direi che Napoli si regge completamente sul concetto di emergenza, in tutti i sensi: sui fenomeni emergenti e sulle emergenze!»
FD - L’opposizione che fa mi sembra rappresenti perfettamente l’opposizione tra due modelli possibili di sviluppo della rete che oggi sono in competizione. Da un lato il tentativo di forzare le cose in una griglia ordinata, penso ad esempio all’esperanto digitale di Pierre Levy (si veda www.ieml.org e l’”Information Economy Metalanguage”) e in generale al problema del web semantico, dall’altro la logica emergente basata sul social software in cui il significato emerge dalla somma delle azioni degli utenti.
DDEK – «È assolutamente chiaro che la rete oggi sta sfruttando le possibilità cognitive della connettività sviluppando le potenzialità più “sociali” della tecnologia su cui è basata. Quindi se oggi c’è un modello di sviluppo privilegiato è quello del significato emergente che si basa sul social software. Due cose sono accadute in rete ad oggi: la prima è il passaggio dal collettivo al connettivo, anche se la rete è sempre stata il territorio di un’intelligenza connettiva più che collettiva. Lo schermo della rete è stato quello che ha diffuso per la prima volta la possibilità di interagire e interconnettersi mediaticamente con molte altre intelligenze che contemporaneamente mettono in gioco la loro identità. In questo senso l’intelligenza globale è sempre più connettiva e meno collettiva, cioè è il risultato dell’incontro di identità diverse che possono esprimersi in modo sempre più forte e definito. Il secondo elemento che oggi è fondamentale per capire lo sviluppo della rete è la forte virata sociale che tutto il web ha fatto. La rete oggi è molto più sociale che tecnologica, al contrario dei primi anni quando prevaleva decisamente l’aspetto tecnologico».
FD – Il successo delle comunità on line, come Friendster, Myspace, Facebook, Lunarstorm o Second Life è un segnale molto chiaro in questo senso. In particolare l’esempio di due comunità legate alla musica come Last.fm e Pandora.com mi sembra che metta bene in evidenza l’opposizione tra la logica sociale e quella per così dire ontologica della rete…
DDEK – «Esatto, la logica sociale di Last.fm è esattamente l’opposto della logica individualista di Pandora.com. Il primo sistema associa tracce, album e artisti in base alle preferenze degli utenti e alle loro scelte di consumo, cioè a quello che sentono, il secondo invece costruisce cluster musicali in base ad un’analisi per così dire genetica della musica, cioè in base all’associazione di caratteristiche intrinseche della musica. Io credo che in effetti la rete debba andare e stia andando molto più nella prima direzione che nella seconda. Social Tagging, Social Bo okmarking, Aggregatori, Blog, sono tutti elementi di questa svolta sociale della rete. Il blogging è stato il terzo momento forte della storia del web, un punto di non ritorno. Forse il quarto stadio è proprio il Social Tagging anche se il tag è comunque inscrivibile nella scia del Blog. Ma c’è un’aria di famiglia tra queste nuove tecnologie di rete…»
FD - Mi sembra che le accomuni un’implosione dell’informazione nel soggetto che diventa una sorta di buco nero che risucchia il mondo esterno. In generale mi sembra che si sia verificata una crescita della capacità soggettiva di rileggere e di riscrivere il mondo. In un certo senso l’aria di famiglia che lei riconosce è che social tagging, blog, wiki, aggregatori ecc. possono essere considerate tutte come tecnologie della personalizzazione del mondo…
DDEK – «È un’espressione bellissima ed è vera! Io credo che on line questa idea della personalizzazione del mondo sia sempre più pertinente. Il soggetto on line non è più un punto di vista ma è diventato un punto d’essere. Laddove il punto di vista era basato sul punto di fuga del visibile, il punto di fuga del punto d’essere è tattile. L’idea del punto d’essere in realtà è fuorviante perché l’essere non è un punto, è più un epicentro, un’area d’intensità della soggettività… Nel momento in cui la vista era il senso dominante la presenza soggettiva era relegata ad un punto; ora che l’evoluzione mediale ha messo il tatto al centro del sensorio umano la soggettività torna ad essere un globo.»
FD – In che modo la rivoluzione della connettività e la svolta sociale del web stanno influenzando la comunicazione in ambito imprenditoriale?
DDEK – «Si è diffusa nel business la tendenza a sviluppare una connettività interna ed esterna all’impresa, una connettività che però è regolata e non proliferante come quella spontanea del web. All’interno dell’azienda questo ha implicato una significativa ristrutturazione dei flussi comunicativi; all’esterno la connettività ha portato ad una inclusione sempre maggiore del pubblico nelle fasi di progettazione dei prodotti. Sin dalla seconda metà degli anni Novanta è chiaro che con la rete bisogna lavorare sulle branding communities. Cioè è sempre più forte il peso del comportamento sociale, anche grazie al fatto che oggi attraverso le piattaforme di social software on line è molto più facile tracciare, studiare ma prima di tutto vedere il comportamento sociale e l’emergere delle tendenze in termini di consumo, gusto ecc. Il blog ha già avuto un ruolo importante nella ridefinizione del marketing on line, penso ad esempio al fenomeno del word of mouth, cioè il marketing basato sul passaparola. Il social tagging è uno strumento potente ma è più difficile da trattare perché è un fenomeno totalmente emergente. Sarà interessante vedere fino a che punto e in che modo potrà essere incorporato nelle strategie di business».
francesco.dorazio at gmail.com



lun, ago 6, 2007
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