Internet, maneggiare con cura

gio, ago 9, 2007

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James Gosling, l’inventore di Java mette in guardia sulle fragilità della rete

di Stefano Marucci

james-gosling-1.jpgLa Sun Microsystem ha organizzato la scorsa estate, e per la prima volta a Roma, un grande evento di comunicazione per e tra tutti coloro che utilizzano i loro programmi (il Java), i loro sistemi operativi (Solaris) o per chi avesse voluto incontrare una grande azienda che ha costruito il suo successo seguendo la filosofia dell’open source. Sun Microsystem è davvero un’azienda fuori dall’ordinario: il blog aziendale è usato in maniera estensiva, tanto che il suo amministratore delegato, Jonathan Schwartz, ha usato il suo spazio digitale per annunciare il licenziamento di cinquemila dipendenti.

Insomma una realtà è diventata parte del mito. In una sala gremita ci siamo ritrovati ad aspettare le parole di un guru, James Gosling, che tanto ha dato alla comunità internet, ai suoi programmatori e i suoi usufruitori. Poi potrò intervistarlo. Ascolto il suo intervento, riguardo i miei appunti. E decido di buttarli tutti nel cestino. Finalmente mi ritrovo faccia a faccia con lui. E il mito si trasforma in un signore in maglietta arancione, la barba curata e un po’ di pancetta. Il classico informatico che potresti trovare in un’azienda qualunque.

Stefano Marucci – Il web 2.0 si fonda sul concetto di “rete sociale” (social networking). James Gosling costruisce con Sun le fondamenta dell’interattività tra gli utenti, considerati come sinapsi di un unico motore pensante . Cerchiamo di conoscere allora meglio la persona dietro la filosofia e la tecnica della nuova internet.

I miei colleghi dell’ufficio stampa sorridono, ed io mi domando se apprezzano l’idea o si aspettano una qualche reazione da parte di Gosling. Lui non trattiene una smorfia…

S.M. Dunque iniziamo da come James Gosling si “aggiorna”: stampa, televisione, internet. Qual è la sua interfaccia preferita verso il mondo esterno?
James Gosling – [lunga pausa, sospiro] che domanda crudele! [sussurra] Non saprei [lunga pausa]. In realtà io evito sistematicamente qualsiasi contatto con il mondo esterno. Il mio lavoro mi assorbe moltissimo e non coltivo nessun tipo di interfaccia con la rete sociale, anzi uno dei miei principi è di non affogare nella rete. Il vero problema è che internet si è talmente adattata per essere una rete sociale che potresti ritrovarti a impiegare il 100% della tua vita non facendo altro che “social networking”. Quindi, in un modo o nell’altro io mi batto contro l’idea di interfacciarsi con questo aspetto di internet, se non altro per riuscire a continuare a lavorarci con la giusta prospettiva. Prendi per esempio i blog. Una grossa percentuale dei blog è semplicemente spazzatura, ed è diventato un vero e proprio lavoro riuscire a trovare un articolo decente pubblicato su un blog. C’è molta gente che cerca di scrivere nel modo corretto un blog, e che riesce ad interfacciarsi nel modo giusto con gli utenti di internet, ma io non faccio parte di queste persone, non sono bravo a scrivere, né a raccontare.

S.M. – Si può dire che le aziende generalmente hanno a disposizione una potenzialità tecnologica che non viene sfruttata, o che comunque la tecnologia corre più velocemente di quanto un’impresa sia in grado di ammodernarsi, nella sua struttura e nel modo di comunicare all’interno e all’esterno?
J.G. – Si, Sun sicuramente è un caso straordinario, viviamo proiettati nel futuro già da qualche anno, e molti di noi si sorprendono quando vedono che molte delle cose che noi facevamo 10 anni fa iniziano ad essere implementate nelle altre imprese solo oggi. Molti dei miei colleghi ed io abbiamo lavorato nel mondo del networking da decenni, e io stesso mi sono trovato a raccontare aspetti del mio lavoro ad amici e che suonavano al tempo come un romanzo di fantascienza.

S.M. – 7th Floor, come ti dicevo, è un giornale gratuito e al tempo stesso un luogo virtuale di incontri e condivisione per dirigenti e quadri di tutta Italia. Credi ci siano degli aspetti in comune tra l’idea di un free press e l’open source?
J.G. – Io credo che l’open source sia molto, molto più libero che un giornale gratuito ["freer than a free press" in inglese, n.d.r.] e comunque un giornale, per quanto abbia anche uno spazio web di condivisione, rimane meno interattivo, per via dei limiti della stampa. E poi penso all’attività di condivisione. Prendi anche un blog. Se scrivessi qualcosa di controverso, di sensazionale, potrei avere in poche ore centinaia di risposte al mio articolo, ma di queste il 99% sarebbero solo spazzatura, e perderesti molto tempo a cercare tra quelle le poche risposte convincenti…

S.M. – Credo si possa dire che la vera sfida per il web 2.0 sia trovare il modo di filtrare il buono dall’inutile, in una rete che è sempre più ridondante e dispersiva?
J.G. – Guarda, almeno la metà delle risposte in un qualsiasi blog sono fatte da persone che non hanno nemmeno letto l’articolo in questione, leggono il titolo e gettano un loro commento, per poi passare a un altro blog per imprimere una nuova impronta.

Sono ateo delle risposte che ricevo, credo che si sentirebbero così quei fedeli di una qualche religione che scoprono il loro sacerdote ateo.

internet-1.jpgS.M. – Mi pare di capire che non ci sia la consapevolezza della potenzialità del web 2.0 . Tutta questa interattività che la nuova piattaforma della rete ci mette a disposizione, alla fine, viene sprecata. Cosa manca? Cosa ci manca come utenti, progettisti e uomini di comunicazione per poter sfruttare a pieno questo potenziale che persone come te hanno costruito e raffinato nel corso degli anni? Come si può raggiungere questa consapevolezza per entrare davvero in quella che hai definito “l’età della partecipazione?”
J.G. – Ci sono esperienze significative come quella di slashdot.org che utilizza un gruppo di moderatori con determinate caratteristiche che possono fare filtro a tutto ciò che è indesiderato di internet. I moderatori di slashdot (http://slashdot.org) scelgono le storie che interessano un certo tipo di utente, e lo mettono in grado di leggerle senza dover rovistare in mezzo alla spazzatura. [di nuovo una pausa, come a riascoltare cosa mi ha appena detto] Allo stesso tempo sono un po’ perplesso rispetto a un filtro umano che sceglie per me cosa leggere. Non lo so, spero che questa consapevolezza di far parte di una comunità responsabilizzi i suoi utenti di più nel futuro.

S.M. – James, come si coniuga questo tuo rifiuto di interazione sociale, di partecipazione digitale e reale, con la necessità di viaggiare spesso e incontrare molte persone per il tuo lavoro?
J.G. – Mettiamola così, cerco sempre di scegliere con cura con chi e quando relazionarmi. E’ facile lasciare che il mondo che ci circonda, e le possibilità di interagire con gli altri, finiscano per rinchiuderci in una specie di prigione. Ci sono tante persone che non hanno altra vita che all’interno dei loro blog, o nei blog dei loro amici. Io sono un ingegnere elettronico, sono felicemente sposato, ho dei figli e tutte queste cose sono più importanti per me che navigare tra i blog altrui.

Fa caldo in questa stanzetta, nonostante l’aria condizionata. Fa caldo, e mi pare di capire che il mio tempo sarebbe già scaduto da molto.

S.M. – Nel tuo lavoro ti sei trovato a conoscere e scontrarti magari con culture diversissime dalla tua e tra di loro. Si può però dire che internet sia diventata un linguaggio universale?
J.G. – Bhè si. C’è stato un libro che mi ha cambiato la vita, è stato per me come uno spartiacque. Sarà stato 25 anni fa. E’ un libro sulla teoria dei giochi, “l’evoluzione della cooperazione” [in Italia "Giochi di reciprocità: l'insorgenza della cooperazione", Feltrinelli 1985, n.d.g] del matematico Robert Axelrod. C’è questa teoria chiamata “il dilemma del prigioniero”, che è tutta fondata sull’interazione. Il libro è accessibile a tutti. E’ difficile generalizzare quelle che sono le sue riflessioni applicandole al modello di una società, ma si può dire che le sue teorie portano a pensare che se ci sono poche interazioni sociali la strategia migliore è lavorare per conto proprio. Ma quando le interazioni sociali sono frequenti, allora si raggiunge il maggior risultato attraverso la collaborazione. Quindi se mettiamo nella condizione di incontrarsi più persone possibili, non importa quale sia la loro strada o il loro modo di pensare, queste persone inizieranno a collaborare. E questo in fondo è internet, il luogo per eccellenza dove si possono incontrare persone, superando le barriere geografiche, politiche, e di pensiero. Internet è stato il collante durante la transizione dell’Unione Sovietica in Comunità degli Stati Indipendenti. Senza internet sarebbe avvenuto un colpo di Stato, perché i media erano già sotto controllo, e nessuno avrebbe saputo nulla. Ma attraverso internet la gente ha saputo, e si è potuto fermarlo. Come in Russia, in qualsiasi altro posto.

S.M. – Grazie per il tuo tempo James, sono davvero felice di aver potuto chiacchierare con te.
J.G. – Grazie a te, e buona fortuna a 7th Floor!

stef.marucci at gmail.com

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