Michel Maffesolì, sociologo, docente alla Sorbonne di Parigi ci parla dei nuovi nomadi nelle metropoli contemporanee
intervista a Michel Maffesolì di Vincenzo Susca
Una serie di scosse telluriche si insinua su ogni ordine istituito del mondo contemporaneo, facendone scricchiolare le basi e mettendone in discussione forme e ragioni. L’accelerazione e l’imprevedibilità dei flussi globali (persone, corpi, comunicazioni, segni, merci), con tutto ciò che comportano in termini di stili di vita, di sensibilità e di mobilitazione simbolica, scatenano un vortice di turbolenze dove ogni certezza – identitaria, politica o comunitaria – viene messa in crisi e accompagnata da figure ibride, a volte dissonanti, ma sempre ancorate nell’esperienza vissuta di chi abita i nuovi paesaggi postmoderni. Accanto a chi intravede in queste onde brusche il segno di una deriva catastrofica, la perdita dell’anima o la dissoluzione delle forme belle dell’Estetica e della Cultura, c’è chi, come Michel Maffesolì, vi scorge i segnali di una nuova cultura che, piaccia o no, a partire da un’effervescenza generalizzata e dall’abbattimento di ogni verità universale, di qualsivoglia progettualità astratta, si radica nel presente, fa del carpe diem e della ricerca del piacere una regola di vita, lascia prevalere la gioia dell’emozione e l’ebbrezza della confusione rispetto all’ordine cristallino della ragione.
Professor Maffesolì, in maniera provocatoria lei parla dei nuovi nomadi che abitano gli spazi delle metropoli contemporanee e quelli dei media elettronici come di nuove avanguardie. Cosa intende con ciò?
Osservando la vita quotidiana possiamo ben dire che i valori e le sensibilità elaborate dalle avanguardie artistiche tendono sempre più a capillarizzarsi nel corpo sociale. Pensi al nomadismo dei bohème del XIX secolo e mi dica se nelle cyberculture o nelle danze senza sosta delle culture giovanili urbane non vi siano inscritte, sebbene in forme nuove, le stesse sensibilità vitali. I modi d’essere che un tempo potevamo considerare fluttuanti, confusi o semplicemente azzardati sono sempre più la moneta corrente di una serie di soggetti che, partendo da una condizione di marginalità, stanno divenendo il centro della socialità nascente.
Perché l’erranza che caratterizza le culture postmoderne, e in particolare i movimenti giovanili, infastidisce o preoccupa molti rappresentanti delle élite e delle istituzioni sociali e culturali?
Il nomadismo, come è accaduto in altre epoche storiche, si pone come dispositivo di rifondazione di ciò che esiste. Tale cambiamento – inutile addolcire lo scenario – non può che essere doloroso, fitto com’è di strappi e di dissonanze, così come di distruzioni. Basti pensare a tutte le forme di astensione, di rifiuto e di sovversione minuscola che caratterizzano la vita collettiva per rendersi conto della portata del fenomeno. E’ d’altra parte proprio nel vuoto di queste distruzioni che dobbiamo guardare se vogliamo vedere l’elaborazione di ciò che sta nascendo.
Molti scorgono nell’abisso che lei ci indica una degenerazione tale da evocare l’immagine del “barbaro”, ovvero di chi aggredisce il sistema portandolo alla totale dissoluzione e alla perdita d’armonia. C’è qualcosa di effettivamente barbarico nel nomadismo dei nostri giorni?
I barbari sono la causa e l’effetto di una civiltà che langue, di una cultura che, arrivata al suo punto di saturazione, trova una via d’uscita solo tramite la propria implosione. E’ interessante vedere quanto tale spinta ricreativa provenga sia dall’interno che dall’esterno del sistema occidentale. Gli immigrati, gli hacker, i nuovi vagabondi e tutti i nostri figli sono i nuovi barbari. Con tutte le loro differenze, essi esprimono in comune il desiderio di superare i rigidi confini in cui il mondo è stato disegnato e ridotto dalla parabola della modernità. Se andiamo a rivedere le ragioni che portavano gli antichi romani a diffidare dei barbari, ci rendiamo conto che la prima di esse è la paura del movimento che questi apportano nella vita quotidiana. Il barbaro turba la quiete del sedentario. Rappresenta, con la sua sola presenza, l’irruzione sulla scena dell’imprevisto e dell’imprevedibile. Il problema dei nuovi nomadi è che essi sfuggono continuamente allo sguardo e alla logica di chi li controlla, che non siglano nessun contratto sociale con nessuna istituzione, mettendo se stessi, il proprio immaginario e le vibrazioni del proprio corpo come mezzo e fine dell’essere insieme.
Parallelamente agli strappi di cui i nuovi nomadi si rendono protagonisti ci sono quindi nuovi legami, sempre più segnati da forti compartecipazioni a segni o valori che rimandano all’estetica, all’edonismo, alla passione e agli stili di vita. Possiamo segnalare con ciò la fine di un’idea di emancipazione e di società basata su rapporti di funzionalità reciproca, di distacco degli individui e di sacrificio della persona o del gruppo, nel nome del raggiungimento di un futuro ideale? Qual è, volendo semplificare il discorso, il vero contenuto della nuova erranza?
Per rispondere alla sua domanda dobbiamo rievocare l’immagine di Dioniso, ovvero della figura emblematica che avvolge l’immaginario postmoderno. Alle spalle delle grandi cerimonie collettive che si celebrano attorno ai nuovi miti della vita quotidiana, e in particolare all’interno delle nuove tribù che, in modo sparpagliato e disordinato, ridisegnano le mappe della società, c’è una corsa appassionata verso la fusione e la confusione. In questo senso l’orgiasmo dionisiaco, quello delle emozioni collettive esacerbate, raggiunge uno stato di saggezza demoniaca. Non a caso Jung parlava di Satana come del “figlio errante di Dio”.
Vuole quindi suggerire che c’è un impulso erotico generalizzato a soffiare sulle vele della cultura postmoderna? Si tratta a suo avviso di una semplice metafora o di qualcosa di più profondo?
I riti e le manifestazioni più eclatanti della cultura postmoderna – i grandi affollamenti musicali, le feste techno, la love parade, le notti bianche, le chat line segnate da un forte investimento passionale… – sono tessuti di una pulsione erotica verso l’altro che non si limita solo a un aspetto metaforico o di ornamento, divenendo invece il cuore dell’animale sociale. Assistiamo quindi al ritorno prepotente dell’erranza erotica che il razionalismo prometeico era riuscito in parte ad occultare. Così, come accadeva tramite la scostumatezza delle antiche baccanti, il sesso non è più assimilato alla semplice “ri-produzione”, né inquadrato all’interno dell’ “economia” della famiglia. Torna ad essere errante. L’immoralismo legato a una tale erranza diviene anche la matrice di nuove etiche che trascendono i paradigmi della politica, dell’estetica e di ogni ideologia. La relativizzazione della morale sessuale è così il segno particolare della relativizzazione generale di tutti i valori istituiti e pietrificati. Da queste etiche immorali dobbiamo ripartire per comprendere, al di là del bene e del male, l’anima, i flussi e le forme della lobalizzazione e della cultura postmoderna.
Il suo discorso sembra alludere ad alcune chiavi di lettura utilizzate negli anni Sessanta e non a caso legate al discorso sulla liberazione del corpo e dei suoi istinti più bassi, ma appare al tempo stesso sganciato da qualsiasi anelito politico-sociale che non sia la semplice esigenza di affermare la vita e le sue pulsioni in quanto tali. Nel momento in cui, tramite il suo sguardo, fotografa una sensibilità emergente sganciata da finalità politiche o ideologiche, è in grado di indicare le forme che essa alleva nel proprio ventre? I nuovi idoli? In breve, cosa sgorga da un così intenso, seppur ebbro, vuoto di contenuti?
Il denominatore comune delle figure di socialità emergenti e dei loro vagabondaggi iniziatici non è più la “liberazione” come fu rivendicata negli anni Sessanta, ma delle forme di libertà interstiziali prive di ideologie quanto empiricamente vissute. Si tratta, in effetti, di libertà che si apparentano a quelle dell’errante e che traducono bene il bisogno di avventura, il piacere degli incontri effimeri, la sete dell’altrove e, in definitiva, la ricerca di una nuova fusione comunitaria. Ecco il contenuto di ogni effusione collettiva e di qualsivoglia rituale in cui l’io si perde nell’altro. La globalizzazione e i suoi flussi divengono oggetti incomprensibili e insensati se non riusciamo a cristallizzarli continuamente nei corpi che investono e in cui si investono.
*vincenzo.susca at gmail.com



lun, ago 27, 2007
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