La multidentità secondo Alberto Abruzzese
Vorrei commentare due note filastrocche: “Piazza mano piazza ci passò una lepre pazza” e “Stretta la foglia larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia“.
Come sappiamo queste filastrocche popolari, sopravvissute nel rapporto affettivo e educativo tra adulto e infanzia, sono tra quanto ci resta dei miti. E i miti sono assai prima della storia e delle società a cui apparteniamo e di cui abbiamo memoria. La dimensione multimediale che stiamo vivendo ci riporta al linguaggio dei miti, là dove non ci sono identità ma persone che si interrogano sul mondo in cui sono state gettate. Ma prima di commentare queste filastrocche, ci vuole una premessa.
Sono a casa, per strada, in ufficio, al supermercato, in macchina, a teatro o al cinema, in viaggio, al museo, al mare o in campagna. E via dicendo. Sono l’attore, il soggetto di ciascuno di questi luoghi o modi d’essere e agire.
Il fatto di esserne il protagonista mi fa credere di restare sempre lo stesso, la stessa persona, pur passando da una situazione all’altra. In realtà ciascuna di queste dimensioni della mia esistenza ha una sua topografia, una sua architettura, una sua storia, una sua organizzazione, un suo ritmo spazio temporale, insomma ha una struttura che, indipendentemente dal fatto di accorgermene o meno, regolamenta – diversamente l’una dall’altra – la mia persona, dividendomi in tante persone a seconda del sito in cui mi trovo.
Si tratta anche di strutture di un unico sistema di appartenenza e dunque disposte secondo specifiche mappature, secondo percorsi – direzioni, tempi di sosta – prestabiliti. Anche qui le regole che derivano da questo sistema di luoghi e oggetti in cui si articola la mia giornata e la mia vita mi convincono – proprio in quanto insieme di azioni a cui sono stato educato, fatto crescere – di essere protagonista. Protagonista entro certi limiti, non solo attore che interpreta ma anche che recita un testo: il mio tempo di frequentazione dei luoghi è scandito da un tempo sociale che, anche quando sia ideologicamente da me condiviso, mi può risultare estraneo, imposto, non desiderato, alieno alla mia persona.
Al contrario mi può sembrare di avere più libertà nel vivere, sentire e valutare gli spazi della mia quotidianità privata e pubblica. Ma anche in questo caso questa libertà è relativa alla forza impositiva dello spazio in questione. Tuttavia proprio il percepirmi libero o meno a seconda dei luoghi che abito mi conforta sull’idea di avere una identità personale rispetto ad essi. Penso o mi fa piacere pensare di abitare me stesso prima ancora dei luoghi. Delle loro strutture e delle loro funzioni. A volte riesce, altre no.
Eppure ciascuno di questi luoghi non è solo disposto in un percorso ma anche in una gerarchia. E’ un percorso non solo urbano, sociale o ludico-affettivo ma è anche un palinsesto orario in cui i luoghi esercitano diversi gradi gerarchici nel peso che hanno sul nostro comportamento, sulla nostra formazione identitaria.
Dunque più ci penso e più la mia identità si stacca dalla mia persona, si fa altra da me: in realtà sono un protagonista dei miei sentimenti e desideri ma appartengo a un’identità molto distante e spesso troppo distante dalla mia sfera personale. La mia persona rivendica un suo mondo affettivo, immaginario, mentale e anche ideologico ma è di continuo costretta a rinegoziare il senso della propria esperienza di sé a fronte della cornice identitaria che caratterizza il proprio ambiente sociale e a fronte del peso che uno o più luoghi vi assumono rispetto ad altri: la casa, l’evasione o il lavoro, ad esempio. La chiesa o lo sport. La carriera o il piacere. Il volontariato o il divertimento. E così via.
Allora i luoghi della nostra vita entrano in conflitto tra di loro. Stando in un posto si desidera di essere altrove. Stare in un luogo significa essere sradicati da un altro luogo.
Sino a questo punto abbiamo ragionato come se fossimo monadi, persone che vivono come singoli e basta. Sappiamo bene che invece la singolarità della persona è fatta di relazioni con altri esseri umani. Sappiamo che la qualità dei luoghi che abitiamo è strettamente connessa ai mondi relazionali di cui questi luoghi dispongono.
Qui le modalità del discorso faccia a faccia o comunque la compresenza fisica tra diversi attori consente, quando resa possibile, la metabolizzazione dei fattori di disagio che la persona prova di fronte a un sistema di regole e funzioni esclusive rispetto a altri sistemi. Disagio?
Sì, per esempio: sono in un ufficio postale ma vorrei stare al cinema, sono a casa ma vorrei essere alla partita, sono in una riunione aziendale o con un cliente ma vorrei stare altrove, fare altro, parlare con altri.
Sento con sofferenza o fastidio o addirittura angoscia che i luoghi della mia giornata sono ghetti tra dimensioni personali spesso inconciliabili tra loro.
A questo punto possiamo renderci facilmente conto di quanto i regimi relazionali di società a basso livello comunicativo siano diversi da quelli in cui una grande quantità di media, una molteplicità di piattaforme espressive e di reti connettive offre sempre più estese e intense possibilità di comunicazione interpersonale.
A partire dal computer e ancor più dalla telefonia mobile, le barriere relazionali tra le persone di un luogo e tra i luoghi delle persone sono cadute. Se è vero che sono le relazioni a dare sostanza alla vita di una struttura locale e parcellizzata, allora ecco che la totale delocalizzazione dei luoghi – comunicazione da ogni dove a ogni dove – rende ora possibile un netto recupero della esperienza personale rispetto alle mappe in cui la sua identità sociale è stata gerarchizzata e divisa. E’ questa la prospettiva indicata da una parola oggi emergente: multidentità. Posso essere molti in uno, e uno in molti luoghi, in molti diversi regimi di regole e di senso sentendomi ugualmente a mio agio. La scelta di un me stesso plurimo per restare me stesso.
Ecco perché trovo calzanti le filastrocche da cui sono partito. Sono uno splendido riconoscimento della qualità innovativa dei new media e insieme la dimostrazione che essi rispondono a contenuti specifici, senza dei quali l’innovazione tecnologica non può fare nulla di nuovo, e infine che tali contenuti affondano in una sensibilità ancora socialmente non pregiudicata dalle prigioni identitarie della modernità a cui siamo stati educati.
Cominciamo dalla prima filastrocca: la piazza è la matrice di ogni campo comunicativo, dal centro urbano allo spazio televisivo. Bene questo spazio accentrato in ogni momento della sua espansione è stato ora attraversato da una “lepre pazza”.
Conosciamo il suo fuggire in apparenza incoerente, l’astuzia istintiva delle proprie mosse di, appunto, spiazzamento. Sono le specifiche qualità che conosciamo in quella esperienza personale che, braccata dalle strategie identitarie del mondo moderno, è stata per lungo tempo costretta a formarsi nell’esercizio quotidiano di tattiche di sopravvivenza.
L’immagine della “lepre pazza” funziona assai bene per indicare una possibile nuova utenza delle dimensioni multidentitarie del computer.
Concludiamo con la seconda filastrocca: le grandi linee di trasporto e di comunicazione sono una articolazione dei processi di socializzazione della piazza. Le foglie – si dice sensibili come le foglie – sono invece lievi, corpi leggeri, singolarità di un tutto ramificato, respirano l’aria, seguono il vento, non hanno traiettoria, sono di breve periodo. Due narrazioni a confronto, dunque: a raccontare sino ad oggi è stata la via larga del tempo unidirezionale delle identità moderne, ora è arrivato il momento per la fabula di sensibilità fondate sul continuo ricambio di se stesse.
alberto.abruzzese@iulm.it



21. agosto 2009 at 08:14
Caro Abruzzese,
ho letto con molto interesse il tuo concetto di “multidentità” e subito naturalmente mi sono chiesto se tale concetto può avere qualcosa a che fare con la “semiosociologia”, la disciplina che, come sai io sto studiando da anni. E’ chiaro che la multidentità implica problematiche sociali, ma l’”altro”, l’osservatore, il diverso dal multidentitario, può cogliere “segni” che possano spingerlo a formulare ipotesi sulla multidentità del singolo? rilevare la sua posizione nel contesto sociale? Se ciò fosse possibile, l’altro, osservando i comportamenti del multidentitario, potrebbe formulare ipotesi di relazioni, indicare connessioni col sociale, rilevare contrasti, rappresentare funzioni ed altro.
Da quel che mi sembra di aver capito, insomma, constatare la “multidentità” di un soggetto può aprire spiragli di valutazioni di tipo sociale, procedere cioè a interpretazioni sociologiche dei segni manifestati dal multidentitario e metterli in relazione col contesto.
Arnaldo Zambardi
arnaldozambardi.myblog.it
21. agosto 2009 at 09:35
arnaldo Says:
August 21st, 2009 at 08:14
Caro Abruzzese,
ho letto con molto interesse il tuo concetto di “multidentità” e subito naturalmente mi sono chiesto se tale concetto può avere qualcosa a che fare con la “semiosociologia”, la disciplina che, come sai io sto studiando da anni. E’ chiaro che la multidentità implica problematiche sociali, ma l’”altro”, l’osservatore, il diverso dal multidentitario, può cogliere “segni” che possano spingerlo a formulare ipotesi sulla multidentità del singolo? rilevare la sua posizione nel contesto sociale? Se ciò fosse possibile, l’altro, osservando i comportamenti del multidentitario, potrebbe formulare ipotesi di relazioni, indicare connessioni col sociale, rilevare contrasti, rappresentare funzioni ed altro.
Da quel che mi sembra di aver capito, insomma, constatare la “multidentità” di un soggetto può aprire spiragli di valutazioni di tipo sociale, procedere cioè a interpretazioni sociologiche dei segni manifestati dal multidentitario e metterli in relazione col contesto.
Arnaldo Zambardi
arnaldozambardi.myblog.it