Scusi, dov’è l’uscita?

dom, set 9, 2007

Coaching, Creatività

La mente è come il paracadute: funziona solo quando è aperta

di Mario Vigna

uscita1.jpgAvete presente il tipico aspirante suicida sul cornicione, con la folla sotto che lo prega di rinsavire e tornare sui suoi passi? Beh, levategli quell’aria spaurita da “la faccio finita” e mettetegli una tuta, un paracadute e condite il tutto con un bel po’ di adrenalina da sport estremo: quello che otterrete è un BASE Jumper.

Il termine BASE dice già tutto, infatti è un acronimo che sta per: B. Building (Palazzo) – A. Antenna – S. Span (Ponte) – E. Earth (Terra, Montagna), ovvero tutti i punti fissi da cui si può saltare, basta che siano ad un’altezza superiore ai sessanta metri. Il termine saltare poi forse è un po’ riduttivo, un Base Jumper direbbe “trovare una EXIT” ovvero un punto dal quale spiccare un volo come fosse una vera e propria uscita dal mondo. Tecnicamente se nella vita si salta da tutti e quattro i punti fissi della parola base allora si è ammessi nell’Olimpo di chi ha fatto un “base number”: il Club degli Angeli. Alcuni esponenti del Club degli Angeli, una sorta di community internazionale dei Base Jumpers, spiegano che il Base Jumping può apparire ad una prima occhiata come una specie di mix tra paracadutismo e bungee jumping, ma la realtà è molto diversa. Sebbene ci siano delle ovvie affinità ed avere un brevetto da paracadutista è un requisito essenziale, la filosofia del base jumper è sostanzialmente focalizzata sulla ricerca delle EXIT. Ognuno vuole trovare il proprio punto di stacco e poi godersi quel volo a duecentocinquanta orari fatto di paura, adrenalina e pensiero che frulla in testa per i circa 10-15 secondi tra il salto e l’atterraggio. Bisogna tener conto che per un salto spiccato tra i sessanta e i novanta metri di quota, il tempo dedicato alla caduta libera, ovvero prima di aprire il paracadute, non può andare oltre i due secondi, questo sempre se si vuole evitare di diventare dei budini. Il rischio dei più inesperti è quello di venire colti da quella smania di “non aprire il paracadute” che ti prende nel momento in cui sei in caduta libera, quando nuoti nell’aria e “l’infinito sembra ti circondi e colpisca da tutte le direzioni” come dicono i base jumper. Con il base jumping i tempi sono ridottissimi rispetto ad un lancio normale e “aprire la vela” al momento giusto, come si dice in gergo, è assolutamente fondamentale.

Ritornando ad aspetti meno tecnici e più spirituali dicevamo che trovare la propria EXIT è la maggiore soddisfazione per un base jumper. E’ per questo motivo che essere il primo a buttarsi da un determinato punto non è come saltare per secondo. Il volo è uguale ma è come entrare in una città proibita dopo che qualcun altro l’ha già violata: sarà per sempre quest’ultimo che racconterà l’impresa e quello che ha scoperto.

Legalmente parlando mentre negli States il base jumper è vietato e si possono addirittura rischiare accuse che vanno da “spettacolo abusivo” sino ad “istigazione al suicidio”, da noi non c’è alcuna normativa che vieti di per sé i salti, ovviamente nel rispetto delle proprietà private e statali e del necessario brevetto da paracadutista. Il Colosseo è salvo per motivi di altezza mentre la Madonnina del Duomo di Milano, con i suoi 108 metri di altezza, se non fosse per le navate sottostanti, uno di questi giorni avrebbe già potuto rischiare di trovarsi accanto un tizio in tuta e paracute, un po’ come è successo al Cristo Redentore nella foto. Ironia a parte se non soffrite di vertigini, se a teatro vi è sempre piaciuta più la galleria che la platea e se a volte le mura del vostro ufficio vi sembra che si stiano comprimendo sino a schiacciarvi allora state attenti: il prossimo in tuta e paracadute, che la folla ha scambiato per un aspirante suicida e che in realtà ha trovato la sua exit sul cornicione al 20 piano dell’ufficio, potrebbe essere uno di voi…Se invece non avete il brevetto da paracadutista ricordate che la fantasia resta il salto più bello che c’è e già solo l’immaginare di lanciarsi dalla Torre Eiffel come nei film di James Bond…un brividino per la schiena lo fa passare eccome!uscita.jpg

Giuseppe “Bepi” Hoffer è uno dei più famosi base jumper d’Italia. Ideando e curando il sito www.baseitalia.com, un vero e proprio vademecum per chi si avvicini al mondo base jump, Bepi Hoffer ha deciso di rendere merito ai luoghi della sua terra, il Trentino, rendendo partecipe la gente della bellezza di montagne come il Monte Brento che con il suo “becco d’aquila” e la sua parete “vertigine” è il trampolino ideale di ogni base jumper che si rispetti. E lui con i suoi 25 anni di paracadutismo e 10 di base jump è una delle massime autorità del luogo. Dopo vari tentativi abbiamo raggiunto Giuseppe “Bepi” Hoffer telefonicamente mentre si trovava in mare al largo della Croazia, su una barca a vela.

Mario Vigna – Non mi aspettavo di trovarla su una barca, quanto piuttosto su qualche cima pronto a saltare…

Bepi Hoffer – In realtà lo skipper è un’altra cosa che mi piace fare, soprattutto quando si unisce ad un’iniziativa di solidarietà come quella che porto avanti da qualche tempo: fare navigare in barca a vela disabili e malati psichici. Al momento siamo vicini le coste della Croazia ma il prossimo viaggio in programma è ripercorrere la rotta che fece Cristoforo Colombo ed arrivare sino a Cuba. Sarà una bella esperienza per tutti.

M.V. – Complimenti, splendida iniziativa. Immagino che ora abbia un po’ meno tempo per buttarsi dal Monte Brento?

B.H. – E’ così, ma non appena trovo l’ispirazione per un salto non me la lascio sfuggire. Sarà sempre una passione e sono anche lieto che in questi anni il numero dei Base Jumper sia progressivamente aumentato e che molti paracadutisti si siano fatti prendere dalla “filosofia della exit”. Molti però, e ci tengo a sottolinearlo, spesso tendono a confondere il termine “estremo” con “privo di senno”. Bisogna ricordarsi che se c’è l’estremo c’è anche il rischio di perdere la pelle quindi non ci si può improvvisare base jumper.

M.V. – E’ per questo che ha proposto insieme ad altri base jumper di autoregolamentare l’attività di base jump sul Monte Brento?

B.H. – Sì, chiaramente. Dopo aver visto gente perdere la vita ed altri andarci molto vicino io e gli altri paracadutisti trentini abbiamo ritenuto doveroso porre dei requisiti di sicurezza per i salti, nonché definire una sorta di albo degli istruttori dotati di quell’autorevolezza per organizzare i corsi ed accompagnare gli aspiranti base jumper nei salti. Deve essere chiaro che il base jumper non è uno che prende e si butta da un palazzo o una montagna senza valutare i molti aspetti che coinvolgono il lancio come ad esempio il clima e lo studio dei tempi massimi per l’apertura della vela. A buttarsi da una montagna si può passare da folli ma certo non da scemi.

M.V. – Lei è stato il primo a gettarsi da un aereo ed atterrare “di precisione” sul Monte Bianco e sul Cervino. Brividi diversi rispetto al base jump?

B.H. – Abbastanza. Specie il Cervino è uno dei miei ricordi più belli. Atterrare su una cima di una montagna con un paracadute è un qualcosa di “estremamente estremo” se mi passa il gioco di parole. Quando fai base dopo pochi secondi devi aprire il paracadute e diciamo che l’atterraggio è la parte meno difficile, specie se sei un paracadutista esperto. Quando arrivi sulla cima del Cervino non puoi sbagliare, pochi centimetri in là c’è il vuoto e non hai un altro paracadute da aprire. Per me che sono uno scalatore nell’animo è stata un’emozione sfidare la montagna dall’alto. Nel base jump invece l’adrenalina è nel momento in cui sei sulla exit. Ne ho visti tanti arrivare in cima, guardare giù e riprendere la strada da cui erano saliti senza buttarsi.

M.V. – Il base jump è uno sport costoso o alla portata di tutti?

B.H. – Bè, certo non è come giocare a tennis o a calcio. Di per sé bisogna avere una lunga serie di lanci col paracadute alle spalle e questa già è una bella spesa da mettere in conto. Per quanto poi riguarda il base jump in sé e per sé, la spesa, come in tutti gli sport del resto, dipende da che livello uno voglia praticare. Faccio un esempio: quasi tutti all’inizio comprano un paracadute monovela con imbraghi e attrezzatura per i quali i costi si possono contenere intorno ai 2.500 euro. Io che oramai faccio salti anche da punti altissimi, con vari secondi tra il salto e l’apertura della vela, utilizzo un paracadute doppio ed una tuta alare. La spesa per tale attrezzatura è dai 6.000 euro in su.

M.V. – Un’ultima domanda. Cosa cerca un base jumper?

B.H. – Le posso dire cosa cerco io: precipitare a 200 kn all’ora lungo la facciata di una montagna, il sibilo del corpo che cade nel vuoto, l’apertura della vela al momento giusto, la natura di cui posso godere mentre plano lentamente e la conquista del vuoto stesso. Adrenalina al mille per mille.

maiotribe@hotmail.com

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2 Responses to “Scusi, dov’è l’uscita?”

  1. Maurizio Says:

    Salve.
    Volevo solamente segnalare il seguente sito web http://www.basejumper.it, in quanto penso sia interessante ai fini di una maggior informazione rigurado la pratica del base jump in Italia e all’estero.
    Questo perchè ho notato alcune inesattezze nella stesura dell’articolo “Scusi, dov’è l’uscita” scritto dal sig. Vigna !
    Cordiali saluti.
    Maurizio (un base jumper) !

  2. Roger Says:

    Gentile redazione vi segnalo questa discussione http://www.basejumper.it/muchobase/index.php?topic=280.0
    nella quale si parla proprio del vostro articolo.

    Giuseppe Hoffer scrive: E’ così, ma non appena trovo l’ispirazione per un salto non me la lascio sfuggire.

    Ed io vi scrivo: Sono 2 anni che frequento assiduamente il Monte B. ma NON ho mai visto il sig. Hoffer, lo sanno tutti che non pratica il BASEjump ormai da diversi ANNI.

    Leggere che “è una delle massime autorità del luogo” mi fa sorridere!

    Saluti.

    Roger (un locale basejumper italiano)