Il soffio androgino sui grappoli laboriosi

Mon, Sep 10, 2007

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Domenico De Masi, sociologo del lavoro e appassionato scrittore, spiega la transizione culturale che ravviverà l’organizzazione aziendale riportandovi il femminile dimenticato

intervista di Stefania Capaccioni

soffio.jpgCome siamo arrivati all’attuale organizzazione del lavoro così razionale, grigia e a volte così priva di passione e di soddisfazione per le persone?

Non so se avete letto un bel libro di Süskind o avete magari visto la sua recente versione cinematografica, “Profumo”. Il film racconta una storia poco prima dell’avvento dell’Illuminismo, in cui la dimensione emotiva era straripante e dominava su tutto. Qualunque cosa accadesse, una pestilenza, un disastro, un evento fortunato, tutto dipendeva dal magico, da Dio, dal diavolo. Poi tutto cambia, la ragione prende il sopravvento. Nulla va lasciato al caso, agli impulsi, ma tutto va pianificato, programmato. Solo nel tempo libero c’è ancora spazio per l’irrazionalità, al limite perfino per il divertimento, considerato comunque pericoloso.

Tutto questo viene vissuto come una doppia scissione, non solo quella tra lavoro e tempo libero, ma anche tra maschile e femminile. La sfera razionale è considerata del maschio, della serietà, della produzione e del progresso; la sfera emotiva quella della donna. È come se si dicesse: tutto ciò che è positivo è razionale; tutto ciò che è razionale è maschile; tutto ciò che è maschile riguarda la produzione; tutto ciò che riguarda la produzione si fa in ufficio o in fabbrica. Al contrario tutto ciò che è negativo è emotivo; tutto ciò che è emotivo è femminile; tutto ciò che è femminile riguarda la riproduzione; tutto ciò che riguarda la riproduzione si fa a casa.

Quindi si espelle dai luoghi di lavoro tutto ciò che è emotivo, giocoso, felice e allegro, cioè tutto ciò che è femminile. Corridoi grigi, nessuna emotività.
In un secondo momento dell’industrializzazione ci si è accorti che il lavoro si poteva direttamentedelegare alle macchine che sono molto più razionali degli uomini, più precise, prevedibili e non soggette a pulsioni. Si è scaricato sull’automazione il lavoro totalmente razionale, quantitativo.
Agli uomini sono rimasti, così, solo lavori non pianificabili, cioè creativi e flessibili. Ma siccome noi maschi eravamo abituati a saper fare solo lavori di carattere razionale, non eravamo in grado di fare lavori creativi, perché la creatività è una sintesi di emozione e di regola, fantasia e concretezza.
A noi è mancata per troppi anni la fantasia e l’emozione, per cui l’azienda oggi si trova castrata di una parte ora indispensabile, cioè la dimensione emotiva.

Voi vi rivolgete ai manager, occupandovi anche della dimensione emotiva, ma solo 50 anni fa questo sarebbe stato una specie di bestemmia blasfema. Nella società industriale la creatività era pericolosa – si immagina lei un creativo alla catena di montaggio che mette i bulloni come vuole lui! – ma con la fine dell’epoca industriale è nata la necessità di accogliere le emozioni nel tempio maschile della razionalità, l’azienda, e quindi accogliere perfino le donne.

E come spronare manager e aziende a tirare fuori queste emozioni oggi?

Bisogna abituare l’azienda a tenere conto che ragione ed emozione sono due facce di una stessa medaglia e hanno lo stesso valore; inoltre che non si può gestire l’emozione con le stesse regole con cui si gestiscono le azioni razionali.
L’azione razionale si può pianificare, con l’orario di lavoro, la disciplina, la gerarchia, il controllo; il lavoro quantitativo può essere controllato. Se lei un giorno deve fare 700 bulloni alla fine conto se ne ha fatti 700. Ma se il problema è produrre idee, tutto cambia. Dove si producono? Mica in ufficio! Si producono ovunque. Lei una buona idea può averla di notte, mentre fa l’amore, mentre sta al cinema, mentre passeggia, nel dormiveglia. Quindi, per prima cosa, cade il concetto di luogo di lavoro. Il problema adesso è come fare irrompere le emozioni sapendo che, perché questo avvenga, l’organizzazione deve cambiare totalmente.

In che modo? C’è un modello organizzativo?

Certo! Qui nella mia società! Qui tutti hanno le chiavi, possono entrare ed uscire quando vogliono, se vanno al cinema è considerato orario di lavoro, se vanno a fare l’amore è considerato orario di lavoro, se vanno ad una mostra è considerato orario di lavoro, c’è un ambiente sereno.

Ma questo modello, può facilmente adattarsi a un contesto di piccole-medie dimensioni, mentre in una grande struttura aziendale forse non è possibile..

E perché non fare tanti grappoli di piccole dimensioni? Perché la Fiat non è fatta di uffici pubblicità, vendite, acquisti, ecc.? A grappoli si arriva mano mano a piccole dimensioni che possono ben organizzarsi così. Il problema è proporre loro la cultura per capire tutto quello che abbiamo detto. Non vengono educati a questo. Non credo che la Bocconi li educhi.. Anzi, a pensarci la Bocconi forse si, perché ha delle persone che tutto questo l’hanno incamerato, da Rullani a Salvemini. Però il santctum sanctorum della business administration, cioè la Business School statunitense, è di tutt’altro avviso e l’Italia continua a scopiazzare da questi quattro poveracci!
Noi abbiamo avuto gli Stati Uniti come leader assoluti dell’organizzazione per tutta la fase industriale dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento, ma oggi non è assolutamente il Paese che può dire come si vive! Anche perché vivono uno schifo..

In molte aziende però viene censurato tutto ciò che ha a che fare con le emozioni.. se esplicitato, viene considerato una mancanza di professionalità!

Si però non credo che il fatturato sia in ascesa! Sono aziende industriali in epoca post-industriale, sono dei reperti archeologici!

Sono destinate a non sviluppare innovazione secondo lei?

Non c’è dubbio! Poi bisogna vedere che fanno, perché è chiaro che se fanno bulloni, possono tranquillamente consentirsi di essere organizzati come una catena di montaggio del novecento. Ma se devono produrre profumo, filmati, salute, estetica, simboli, valori, ecc. non possono assolutamente essere efficienti in quel modo lì.

Quindi se noi volessimo dare delle indicazioni di massima per portare la felicità in azienda…

Riuscire a sbrecciare il muro culturale che si è creato in 200 anni di società industriale. Certo questa società industriale non è priva di meriti, perché all’inizio eravamo 600 milioni di abitanti sul pianeta con una vita media di 34 anni, ora siamo 6 miliardi con una vita media di 80 anni nei paesi ricchi. La società industriale ha adottato un’organizzazione perfettamente coerente con i suoi scopi. Essendo oggi cambiati gli scopi, bisogna cambiare anche organizzazione.

Come deve essere?

Un’organizzazione a rete, meno gerarchica e soprattutto destrutturata nel tempo e nello spazio. Ed è un’organizzazione basata non più sul controllo perché c’è poco da controllare. Posso dire a un lavoratore vieni domani e produci bulloni! Ma non posso dire a un lavoratore vieni domani e produci idee! Le idee le produrrà nella misura in cui sarà motivato. Quindi passare da un’organizzazione basata sul controllo a un’organizzazione basata sulla motivazione.
Direi da un’organizzazione maschile a un’organizzazione androgina, in cui non prevale né la dimensione maschile né quella femminile, ma entrambi siano presenti e cooperanti.

Da qualche anno sembra che alcune aziende abbiano adottato questo approccio. C’è addirittura una classifica di “Best workplaces”, le migliori aziende dove è desiderabile lavorare. Ci stiamo avvicinando al modello che lei descrive?

Forse, ma siamo ancora lontanissimi dall’adottarlo su larga scala! Perché noi abbiamo impiegato più di cento anni per diventare industriali. Ora ci vuole un po’ di tempo per diventare post-industriali. Diceva Ferdinando di Borbone “è più facile perdere un regno che un’abitudine!”

stefania.capaccioni@00map.com

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