Un caso di dipendenza da Internet
di Manuela Romagnoli

Asia è una ragazza di sedici anni. Molto bella, di una bellezza nascosta dall’incertezza di essere diventata donna. Capelli legati, niente trucco, jeans e felpa che coprono ogni sessualità, aggressività da capobranco.
Apparentemente disinvolta, socievole, in realtà ritirata, schiva, dipendente da internet. Giorno dopo giorno la sua vita è scandita dal monitor che le permette l’accesso ad un mondo parallelo, nascosto, potente, al mondo degli dei.
In internet c’è la sua vita virtuale, la sua seconda identità, quella scelta da lei, svincolata dalla crescita, dai cambiamenti del corpo, dalla timidezza.
In rete Asia è diversa , si tramuta, diventa un uomo: un ragazzo più grande, brillante, amato.
Per due anni lo ha fatto crescere, incontrare, baciare, dalle centinaia di persone che come lei si collegavano alla rete. Ha rinunciato a tutto per tenere in vita lui, il ragazzo che voleva amare ma che la vita con i suoi limiti assurdi ha fatto morire a diciotto anni.
Perchè affrontare il lutto, la colpa, perchè accettare quello che non c’è più, potendo sostituirsi ad esso e magicamente tenerlo in vita?
In compagnia di ‘complici inconsapevoli’ di un benevolo delirio, comparse di una società che rinuncia volentieri alla saggezza per l’onnipotenza infantile.
Internet, il mezzo che ci ha permesso il più grande salto spazio temporale che si potesse sperare, seduce con le sua voce e con le sue possibilità. Ci permette di sperimentare l’anonimato, di spiare, di mettere a volte sotto scacco quella piccola coscienza morale che
sostiene la vergogna.
Ma tutto questo ha un rischio e un costo, il costo di navigare in un mondo fatto per gli dei, un mondo onnipotente.
La potenza degli dei, l’impotenza dell’uomo.
In questa visione del mondo accettare i propri limiti diventa un atto di coraggio, di dignità, di riconoscimento. Ma la cultura dei riti di passaggio, delle iniziazioni, della sottomissione alle forze naturali, è svanita tramortita dalla vertiginosa velocità con cui
la scienza ha attraversato il ventesimo secolo.
Padri che osservano svalutanti il piercing sulla lingua della figlia contrattando, con scarsa sopportazione, il numero accettabile dei buchi sul corpo.
Oggi è così.
O peggio, al posto dell’intolleranza per l’immaturità dell’adolescenza si sostituisce il gusto per qualcosa che oggi si può fare, ieri no. E allora l’orecchino al sopracciglio, il tatuaggio sulla schiena, divengono simbolo di trasgressione, di libertà rubata alla moralità condivisa.
Ma non potrebbe essere che quel tatuaggio nero sul collo, quel buco largo un centimetro che allarga il lobo dell’orecchio non stia lì a sancire un passaggio, lo stesso passaggio che i ‘grandi’ avrebbero, in altre culture e in altri tempi, operato per aiutare a crescere, per non
tornare indietro e diventare?
La crescita, la forza, il matrimonio, il lutto, la sessualità, la sottomissione, il sacrificio, un simbolo per ogni passaggio, per ogni individuazione, un simbolo visibile, sulla pelle, per tutti.
Oggi non esistono riti di passaggio perchè il concetto di passaggio e quindi di tempo lineareè stato sostituito dal concetto di tempo circolare e per questo ‘eterno’.
Ripetizione, reversibilità, nuova occasione, seconda adolescenza.
Sbagliare, cancellare, ripetere.
L’onnipotenza non è più prerogativa degli dei, e d’altra parte se rinunciare non porta più con sè nessun valore aggiunto, nessuna gratificazione, se l’impotenza non è assoggettata ad un ideale, non è condivisa, sancita dalla società e apprezzata, perchè l’uomo dovrebbe assoggettarsi ad essa, comprenderla e tollerarla?
Se un limite, un dolore, non è stato celebrato, visto, riconosciuto per quanto tempo potrà essere accettato se non per il tempo che da esso ne deriva un vantaggio?
E soprattutto che limite è se posso superarlo?



sab, set 15, 2007
Coaching