Strategia di espiazione per guadagnarsi il corporate paradise. Anticipazione di quanto Roberta Casasole scriverà su 7th floor 9
di Roberta Casasole*
C’è il paradiso fiscale, tropicale, artificiale, dantesco, perduto. Quello dei cani, delle macchine, degli uomini. Quindi vogliamo dire che non ci sia un paradiso pure per le aziende? Uno spicchio di dimensione mistica per le corporate che passano a miglior life? In fondo, sotto la patina di peccaminosa propensione al profitto, le aziende celano tutti i segni di una timorata religiosità. Per esempio reiterano i tempi di produzione divini, con sei giorni feriali e uno festivo, aderiscono all’etica calvinista del successo come salvezza e, perseguendo una mission, possiamo dire che sono pure missionarie.
E poi, se non esistesse il corporate paradise, da cosa scaturirebbe questo moto di coscienza che muove le aziende a commozione, a responsabilità sociale, a codice etico? Questo proliferare di iniziative benefiche, di packaging che non inquina, di scarichi industriali che rispettano i fiumi, di fiumi che ringraziano, di automobili alla Ecoennesima, quale scopo avrebbe? È evidente che il Dorian Corporate Grey s’è visto ritratto e non si è piaciuto. Così ha deciso di procedere a un restyling dello spirito per guadagnare un sereno riposo eterno (evitiamo gesti apotropaici che poco si confanno a manager timorati, per favore).
La responsabilità sociale coincide quindi con le quattro avemarie e i cinque paternoster con cui il prete ci assolveva quando avevamo ancora il coraggio di confessarci. Certo, le litanie erano un po’ noiose, proprio come l’etica aziendale, ma in fondo non ci costavano troppo, esattamente come l’attenzione alla collettività. E poi dopo che le avevi recitate ti sentivi più leggero e quasi bendisposto verso il peccato. Con l’anima candida, potevi indulgere in qualche fatuità senza sentirti subito sporco e se, puta caso, finivi lo stesso per sentirti sporco, tornavi alle quattro avemarie/cinque paternoster e via a andare.
Quasi mai l’espiazione era conseguenza di un pentimento sincero. Spesso serviva solo a mettere ali e veste virginale a un baratto bell’e buono: io faccio la (piccola) fatica di confessarmi, assolvo alla (piccolissima) incombenza della penitenza e in cambio ricevo il dono pesante e leggerissimo della purificazione.
Se le aziende sono sovrastrutture che riproducono la socialità umana, è naturale che anche loro applichino questo meccanismo utilitaristico alle buone azioni. Ma l’aggravante diabolica che manca a noi comuni mortali è quella del ritorno economico. Come se il prete dopo averci dato l’assoluzione ci sganciasse anche un centone, le aziende con la strategia dell’espiazione ci guadagnano. Colpendo il core (da leggere alla romana) del business, toccando le corde più sensibili del cliente-peccatore, facendo leva sul suo senso di colpa per l’immondizia, l’inquinamento, le ingiustizie sociali che contribuisce a produrre con la sua fame di consumo, generano verso i loro prodotti quella redditizia simpatia da extraprofitto che fa tanto Conto Economico.
La bontà come strategia di marketing mette un po’ inquietudine. È troppo ottenere il paradiso dell’anima e il paradiso in terra con una botta sola. Le tecniche per arrivare nel migliore dei modi alla fine del mese, non dovrebbero coincidere con quelle necessarie per arrivare tranquilli alla fine del mondo. Ma tant’è.
Accontentiamoci; che sull’egoismo dei buoni s’è molto detto e nessuno ne è esente. Consoliamoci; è sempre meglio poco che niente.
Seppure è una vera disdetta dell’umanità dover sempre scegliere fra quantità così esigue.



sab, ott 13, 2007
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