Editoria: intervista a Stefano Mauri

ven, ott 19, 2007

Cultura, Media

di Federica Morrone*

morrone2.jpgStefano Mauri, presidente ed amministratore delegato del gruppo editoriale Mauri Spagnol (Longanesi, Garzanti, Vallardi, Guanda, Corbaccio, Tea, Nord, Salani, Ponte alle Grazie, Pro Libro) ci racconta di una holding la cui origine risale ad un incontro avvenuto negli anni Venti e che da allora si distingue per il piacere di lavorare insieme.
( http://www.maurispagnol.it/ )

D. Una bella eredità da raccogliere. Anche una responsabilità. Sembri affrontarla con leggerezza, qual è il segreto?

R. Mi aiutano un dato storico, un dato psicologico e un dato biografico. Quello storico è la gradualità. La mia carriera si è svolta all’interno di un gruppo in forte e costante sviluppo. Mentre il gruppo cresceva crescevano le mie responsabilità all’interno, ogni volta che diventavo padrone di un ambito cominciavo ad occuparmi del successivo. E la maggior parte delle persone con cui lavoro sono state mie compagne di viaggio, ho passato più tempo con loro che in famiglia. L’elemento psicologico: vi è una soglia oltre la quale i problemi non si cumulano più. Quando arriva la saturazione devi necessariamente smettere di pensare ad un altro problema perciò il carico psicologico non aumenta. E poi, dato biografico, chi ha avuto dei problemi reali nella vita sa relativizzare quelli lavorativi.

Più in generale è importante avere un senso delle priorità ben chiaro e cercare di prevenire. L’urgenza carica di uno stress e di un’enfasi che possono impedire la visione generale. A volte capita che due questioni urgenti arrivino a scadenza simultaneamente e lì bisogna essere disposti al sacrificio personale, a passarci le nottate.

D. Come convivono realtà editoriali diverse?

R. Bisogna distinguere tra metodo e contenuto. Io cerco di dividere in due ambiti ben precisi ogni cosa. C’è un ambito di gruppo che deve fare tesoro di tutte le esperienze attraversate da tutte le case editrici, unificare i processi industriali nei quali la dimensione porta convenienza, rappresentare una spalla. Il gruppo raffigura il metodo e il mestiere. Deve essere un punto di forza, per le singole realtà editoriali e diffondere le best practice. Poi c’è il rovescio della medaglia. Bisogna saper rispettare e incentivare la diversità di ogni casa editrice, la sua autonomia, il suo profilo che può arrivare persino al modo in cui si stende la relazione di bilancio. Nella relazione di bilancio della Guanda, la casa editrice più letteraria del gruppo ad esempio, i programmi editoriali precedono i numeri. Mi piace che sia così. Pur imponendo un metodo comune per molti aspetti gestionali, lascio che coesistano metodi diversi per ciò che riguarda il lavoro editoriale, il processo di acquisizione di nuovi autori, lo scouting, gli uffici stampa e parte della comunicazione di prodotto. E’ ancora un lavoro molto artigianale perché i libri vanno trattati come persone. In effetti sono quanto di più prezioso e a volte intimo le persone-autori hanno. Più teste fanno meglio di una in questi ambiti e il confine tra professione e esistenza, tra relazioni professionali e relazioni personali è molto sfumato. Considera che un autore può essere più importante della sua casa editrice o anche di tutto il gruppo che lo pubblica. In editoria bisogna rispettare questo punto. Non bisogna immaginare il gruppo come un’entità troppo gerarchica ma come una serie di elementi che hanno obiettivi diversi e strategie diverse per perseguirli nel quadro di un obiettivo semplice e condiviso: trovare nuovi autori per i nostri lettori e nuovi lettori per i nostri autori. Sostenere l’impresa comune. Senza giudicare.

A ognuno cerco di accordare la libertà che mi pare possa permettersi in base ai suoi successi, alla storia professionale, alle competenze. Così facendo arriviamo in zone della società, del sapere e dell’informazione che se decidesse una sola persona non potremmo raggiungere. Ho uno spirito libero e autonomo al punto da voler imporre il meno possibile ai miei collaboratori, perché proietto su di loro questo desiderio di libertà. Ma chiaramente se le cose non vanno per il verso giusto devo intervenire…

D. Nel nostro paese il termine imprenditore non si coniuga sovente con il termine legalità. Tu la ritieni invece un’unione felice. Quindi è possibile svolgere questo lavoro in modo libero, autonomo e rispettando le regole?

R. Mio padre ha diretto il gruppo per 40 anni con una fiducia nella legge e nel principio di delega che oggi è raro trovare nelle cronache dei giornali. Più spesso si delega solo il rischio, come nel caso delle lunghe catene di società dove chi è al vertice di fatto controlla con poco rischio tutto il resto a cascata. 2000 anni di diritto romano la sanno più lunga di me e di te, diceva sempre. Naturalmente questo non significa non criticare le leggi e schierarsi per cambiare ciò che non condividiamo ma rispettarle spesso significa rispettare il distillato di un’esperienza umana del vivere in società millenario. L’impresa è inserita nella società e interagisce con essa perciò può combattere mille battaglie contro leggi che le sembrano controproducenti ma finché esistono vanno rispettate. Ci sono imprenditori con una finta indole rivoluzionaria che confondono il diritto di mettere in discussione le leggi con un presunto diritto a non osservarle. Comunque non condivido nemmeno certi eccessi di moralismo. A volte si condannano senza vere ragioni pratiche comuni in tutto il mondo capitalista. Bisogna in questo caso premere perché ci siano più regole, non condannare chi si muove nella legalità. Diciamo che chi lavora davvero con il mercato ha interesse nella legalità.

D. E’ recente la notizia che dopo 33 anni di magistratura Gherardo Colombo ha accettato di diventare vicepresidente di Garzanti.

R. Sono contento che abbia accettato il nostro invito. Perché credo che non solo noi ma in generale il settore librario quanto a correttezza in generale si distingua, forse perché non girano tanti soldi anche se questo non sempre è vero (certi autori di bestseller sono tra gli uomini più ricchi dei loro paesi), preferisco pensare che ciò accada perché la stragrande maggioranza delle persone che ci lavorano, in Italia come all’estero, non vedano nei soldi il fine ultimo del loro impegno professionale. Tutto sommato un numero limitato di persone, 1000-2000 non di più si incontrano ogni anno a Londra e a Francoforte per decidere cosa tradurre e cosa no, cosa viaggia e cosa no. E’ una comunità al servizio delle idee.

D. C’è anche un messaggio dietro questa nomina?

R. Certamente. Credo che più che mai la società civile abbia bisogno di risposte in questo momento, di elaborazioni. Quando è crollato il muro di Berlino mio padre, senza dubbio un ‘capitalista‘ a suo modo, mentre tutti esultavano era triste. Gli chiesi perché. Mi rispose: se il capitalismo perde il suo antagonista significa che non c’è un’alternativa migliore. Significa che il capitalismo, con tutte le sue ingiustizie, è il sistema migliore che c’è. Siamo condannati a questo.

Da Gherardo non mi aspetto le risposte, mi aspetto che ci aiuti a formulare le domande giuste ai nostri autori. Sta poi a loro, in totale indipendenza, cercare di dare le risposte che i lettori aspettano. Se fossi autore di un saggio sull’attualità italiana degli ultimi 30 anni considererei un privilegio poter contare sull’esperienza di Gherardo nella stesura.

D. Provare a tendere verso una società migliore. Lo credi possibile?

R. Credo sia un sentimento diffuso, e che non sia monopolio della sinistra; anche se spesso la destra finisce per concentrarsi su obiettivi privati mentre la sinistra su obiettivi a volte troppo astratti perché la gente capisca. Credo poi che gli elettori compiano proprio un atto differente al momento del voto. Alcuni elettori votano immaginando un modello di società più giusta, il che è nobile ma anche astratto e indiretto e poi abbiamo visto molte strumentalizzazioni di questi modelli nel ‘900, mentre altri votano per i propri interessi ma spesso con lo stesso fine: “se la somma delle persone che vota come me prevale allora vorrà dire che si fa l’interesse della maggioranza.” E’ il voto all’americana. Del quale hanno saputo approfittare molto di più i partiti ‘nuovi’, Lega e Forza Italia, rispetto ai vecchi che si basavano su modelli ideologici. Anche questi ragionamenti in realtà non tengono conto del bene comune perché non si può vessare una minoranza solo perchè tale. Alcune cose, come i DICO piuttosto che la tassa di successione (che non ha quasi impatto sui conti pubblici) forse andrebbero fatti scegliere al paese con referendum propositivi, sono impostazioni della società che non possono cambiare ad ogni governo, perché su questi diritti le persone costruiscono i propri progetti di vita di lungo periodo.

Quanto ai politici, un po’ troppo viziati da privilegi che impediscono loro di percepire veramente cos’è la vita di un impiegato o di un pensionato, sono così presi, in questo momento di sabbie mobili, dal mantenimento del potere personale, da non aver tempo sufficiente per occuparsi della cosa pubblica. Gran parte del tempo è impegnato in tattiche, strategie, visibilità sui media. Forse contano più quei ministri che lavorano dietro le quinte e che magari per questo non verranno rieletti. Non è facile trovare una soluzione a queste dinamiche che inceppano la democrazia.

D. L’Italia sembra aver abbandonato la sua prerogativa culturale, spogliandosi di un abito straordinariamente bello per restare nuda. Il processo di “superficializzazione” è un business quindi, per arginarlo, non si può prescindere da leggi di mercato. Ci sono i bottegai ma anche gli artigiani. “Impresa e Cultura” può funzionare?

R. Noi pubblichiamo libri provenienti da tutto il mondo. Siamo costantemente attraversati da culture differenti alle quali dobbiamo dare una forma compatibile con il nostro mercato e con il nostro pubblico. Perciò è un problema che non ci poniamo. Non dobbiamo implementare cultura, dobbiamo selezionarla. Viceversa le più grandi imprese culturali filantropiche dei grandi gruppi industriali italiani sono state spesso purtroppo foglie di fico di realtà imprenditoriali molto dubbie.

D. Editoria e nuove tecnologie secondo la tua esperienza.

R. E’ un tema molto vasto, mi limito a parlare di alcuni aspetti che sono cambiati grazie ad internet. Dal punto di vista dell’informazione internet è come una discarica dove attraverso i motori di ricerca è possibile cercare di ridurre il campo di ricerca. I libri viceversa sono approfondimento. Dunque internet consente innanzitutto agli autori di fare ricerca più facilmente. Un autore, competente in un argomento, investe il suo tempo per cercare nella discarica dell’informazione i pezzi che gli occorrono. Un lettore incompetente potrebbe prendere dei granchi ma l’autore è invece molto facilitato dall’esistenza di internet. Forse pochi se ne sono accorti ma grazie a ciò i romanzi di genere sono molto migliorati. Una volta ci voleva l’efficienza di una biblioteca americana per un autore che volesse descrivere con minuzia, che so, un ak-47 o un elicottero particolare da fare entrare nella sua scena, piuttosto che le vie di una città, l’orografia… Oggi tutto questo si trova a portata di mano. Poi internet ha cambiato il rapporto tra gli agenti letterari e gli editori. I primi, ieri fotocopiavano i manoscritti e poi li mandavano ad un numero selezionato di editori. Oggi possono inviarli con un click a molti editori contemporaneamente. Quindi è più facile che trovino un editore e hanno anche un test più ampio su cui basarsi per capire quanto valgono i manoscritti che devono vendere. Gli editori, ahimé, devono giudicare ed esaminare molti più testi di prima ma alla fine sul mercato arrivano libri selezionati con maggior attenzione. Anche quando i libri sono nelle librerie, grazie a internet l’editore oggi può sapere quanto si stanno vendendo. Internet è una tecnologia, in una parola, molto utile a mettere un po’ più di ordine in un mercato costituzionalmente caotico, che è poi la ragione per cui è capace di estrarre il nuovo.

D. Hai sicuramente avuto la possibilità di conoscere autori straordinari. Regalaci un particolare umano inedito di alcuni di loro.

R. Gli autori per me sono sacri. Sono sempre persone con le idee molto chiare sulle passioni della loro vita. Mai persone banali, nemmeno se scrivono un manuale di giardinaggio. Hanno sempre qualche punto che li distingue dal resto dell’umanità. Anche gli autori di bestseller. Mentre le Pop Star quando diventano ricche fanno bagni nel latte, rompono chitarre, viaggiano con venti bauli, magari raccolgono fondi per qualche buona causa ma poi non pagano le tasse nel loro paese, gli autori di best seller benché eccentrici frequentemente hanno maggiore spessore e spendono i propri denari per cose in cui credono: Wilbur Smith per proteggere gli animali in via di estinzione nella sua riserva sudafricana, Clive Cussler per cercare relitti storici sottomarini, J.K.Rowling per aiutare i bambini poveri, Luis Sepulveda per promuovere con una fiera annuale la narrativa sudamericana, Jostein Gaarder sovvenziona borse di studio e premi per i giovani scienziati e via dicendo.

Negli ultimi anni ho avuto modo di conoscere soprattutto donne straordinarie. Da Somaly Mam, ex schiava del sesso che combatte lo sfruttamento minorile in Cambogia; a Shobhaa Dé che si batte per un’India moderna e scevra dai pregiudizi religiosi che relegano soprattutto le donne a ruoli secondari. Da Angela Terzani (senza la quale non ci sarebbe stato il grande Tiziano) a Emma Bonino (che si batte con passione e onestà per i diritti dei deboli) che tutti conoscete, fino a Monica Maggioni: tutte le volte che c’è un evento catastrofico lei è lì in prima linea a raccontarcelo. Vorrei che queste donne, coraggiose e generose, incidessero ancora di più nella realtà.

D. Lavorare con i libri. Un privilegio?

R. Un amore passionale, che comporta tanti sacrifici, il ‘lavoro’ invade la vita privata fino a 80 ore la settimana, ma certamente porta anche tanti privilegi.

D. Leo Longanesi ha detto “L’intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto”. E un editore chi è?

R. Quella definizione appartiene ad un’epoca nella quale si rilegavano anche le annate di riviste e di quotidiani, come faceva mio zio, Valentino Bompiani. Però lui i libri che pubblicava li leggeva. Che molti libri non vengano letti è vero ma che c’è di male? Se non vengono letti di solito è perché se ne parla così tanto che non ce n’è più bisogno, il che non fa che sottolinearne l’importanza. L’editore può essere tante cose, non c’è un solo modo di fare editoria. Io mi considero un organizzatore al servizio di autori e lettori, non giudico i libri scelti dalle direzioni editoriali, cerco di aiutarli a raggiungere più lettori possibile e a volte scelgo in prima persona degli autori perché penso che interessino ai nostri lettori. Siamo dei ristoratori che vorrebbero avere il ristorante sempre pieno e vogliamo remunerare il talento dei nostri chef

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One Response to “Editoria: intervista a Stefano Mauri”

  1. fiasco Says:

    a belle in foto siete proprio bbone