di Carlo Infante*
Antropizzare Internet
Il futuro di un Paese si misura sulla capacità del sistema di stimolare il potenziale creativo delle nuove generazioni. E quella creatività riguarda fondamentalmente l’ambientamento nei nuovi assetti psicologici e comunicativi create dall’evoluzione tecnologica in atto (è sempre accaduto, cambiano le tecnologie).
Le generazioni-ponte devono però creare le condizioni adeguate perché questo accada, perché un Paese che non scommette sul proprio futuro è un Paese che non ha prospettive ed è destinato ad invecchiare.
Sembra proprio che sia il caso del sistema Paese Italia dove molti pensano che la creatività sia come un diploma da attaccare sulle pareti del proprio studio professionale.
Eppure tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita.
Ma quanti si sono fermati? Quanti non sopportano di trovarsi a disagio con un mouse? O temono la dispersione delle capacità di attenzione, parametrata sullo sviluppo lineare di un testo, di fronte alla dinamica non-lineare di un ipertesto? Di quell’ipertesto d’ipertesti che è Internet?
Ambientarsi nella società delle reti significa, prima di tutto, porsi con umiltà ed impegno nel cercare di comprendere la modificazione di quegli assetti psicologici e cognitivi che, per quanto si siano fondati sulla struttura alfabetica, oggi sono sempre più proiettati nell’infosfera audiovisiva e nell’interattività.
In questo senso sarà importante occuparsi di armonizzare il thesaurus delle nostre conoscenze con i sistemi della comunicazione multimediale, senza spaventarsi per ciò che c’è da perdere nel passaggio da un paradigma cognitivo a un altro. Si, qualcosa da perdere c’è. Rassegniamoci. Ma molto altro c’è da acquisire.
Si tratta quindi di trovare il modo più efficace per trattare delle nuove condizioni culturali che stanno emergendo (da più di quindici anni) per non perdere troppo equilibrio e non sbandare.
C’è, ad esempio, da operare perchè le forme della comunicazione interattiva possano rivelarsi come opportunità di partecipazione alla nuova “res” pubblica espressa dalle reti, giocando la scommessa antropologica che sta alla base dello sviluppo della Società dell’Informazione.
Homo ludens
Già Jeremy Rifkin (in “L’era dell’accesso”, Mondadori, 2000) ha affermato che si sta passando dall’homo faber della società industriale all’ homo ludens, agile nel selezionare le informazioni per tradurle in valore.
Gioco, dopotutto, é una delle migliori parole chiave per interpretare quella flessibilità psicologica che sottende la mutazione in corso sotto il segno dell’evoluzione tecnologica. Il gioco, in quanto motore della creatività, è il concetto che possiamo quindi permetterci di porre in stretta relazione con la comunicazione, nuova materia prima della società delle reti, il principio attivo di quella complessità interpersonale che conduce verso il superamento dei ruoli prestabiliti e delle competenze stabilizzate, in un mondo che sta mutando attraverso le promesse dei nuovi media.
Promesse che non si compiono da sole e che presuppongo un rilancio del gioco evolutivo, ludico e politico al contempo, secondo quel “bricolage antropologico” di cui parla Levi Strauss, quando indica il modo di assimilare i concetti nuovi usando gli oggetti sparsi nell’ambiente da esplorare, procedendo senza schemi prefissati, ma lasciando alla manipolazione delle cose e delle idee le opportunità combinatorie. Tale procedimento si basa sul principio della condivisione dell’esperienza conoscitiva, cooperando con gli altri, attuando una sensibilità ludico-interattiva che pone al centro la serietà di un gioco che si traduce nel sapere
fondato sull’esperienza.
Ciò significa investire le migliori risorse creative per conoscere ed interpretare l’ambiente condiviso, giungendo ad obiettivi non previsti, a soluzioni inaspettate.
In questo senso va rilanciata la dimensione ludica dell’esperienza sociale del comunicare per scoprire le caratteristiche della società in divenire.
Ambientarsi nel mondo digitale della molteplicità delle fonti informative significa proprio questo: usare il linguaggio in quanto strumento di conoscenza per fare società. Perché ciò accada bisogna però reinventare il nostro rapporto con il linguaggio alfabetico, una delle più antiche tecnologie capaci di comunicare nel mondo, tra noi.
Creare spazio pubblico nelle reti
Già con l’ipertesto e ancor di più con il web, l’ipertesto degli ipertesti, abbiamo capito come l’uso dell’alfabeto possa diventare meno lineare attraverso la combinazione di link che sollecitano le combinazioni possibili in un discorso, superando lo schema temporale per abbracciare la potenzialità spaziale del linguaggio: lo strumento migliore per tradurre in azione il nostro pensiero.
E’ ormai chiaro che le tecnologie digitali interpretano al miglior grado questa evoluzione del linguaggio. Espandendo la ricombinazione delle informazioni testuali con altri media, come quelli audiovisivi, si dà luogo all’ipermedialità che rende libero il linguaggio d’interagire sia con la dimensione cognitivo-ricostruttiva sia con quella percettivo-motoria.
La questione cruciale non riguarda, quindi, solo la mutazione dei linguaggi (decenni di multidisciplinarietà ci hanno predisposto a ciò) ma anche l’ambientazione in un nuovo contesto, come quello espresso da Internet in cui non solo si legge, non solo si vede, non solo si scrive, si agisce.
Un nuovo ambiente da antropizzare: dall’esplorazione alla progettazione di nuove relazioni per giungere alla partecipazione in un contesto popolato da soggetti disposti a comunicare, a condividere, a partecipare, a creare nuovo spazio pubblico.
Uno dei modi migliori per misurarci con questa problematicità è quello di creare le condizioni perché sorgano domande, valori d’uso sociale e culturale della comunicazione, per dare senso a qualcosa che altrimenti rischia di perdersi nel rumore di fondo di un comunicare dei media ridondanti.
In questo quadro è pienamente inscritta tutta la necessità d’inventare nuovi ambiti per la promozione e la formazione culturale, attivando opportunità in cui, accanto ai servizi ad alto valore aggiunto tecnologico, serviranno sempre più creatività e partecipazione attiva.
Questa è la politica di cui vale la pena trattare, quella nata intorno all’idea di polis: lo spazio pubblico da condividere, anche in Rete.
*carlo[at]performingmedia.org





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