L’Africa non è un viaggio come tanti altri. L’Africa ti prende dentro, ti accoglie e ti sputa a terra come un nocciolo succhiato se non sei capace di viverla. Un antico adagio kenyota recita: mangia, che l’africa mangia te. E ti mangia in ogni senso.
Ti fiacca fisicamente, ti consuma emotivamente, ti ruba mentalmente. In Africa si torna da dove si è partiti, da dove lucy qualche milione di anni fa ha alzato la sua schiena curva e metro dopo metro, passo dopo passo ha dato il soffio evoluzionistico all’uomo. L’Africa è dunque il nostro passato più remoto ma è anche forse dove noi dovremmo volgere lo sguardo se vogliamo capire come eravamo e dove andremo. L’occidente ha perso molto dell’africa e sotto alcuni punti di vista menomale.
Nessuno di noi vuole morire per uno stupido morso di zanzara, a nessuno di noi fa piacere fare chilometri per un sorso d’acqua. Ma a tutti noi manca l’umanità che l’africa offre ad ogni incrocio di ogni minuscolo villaggio disperso nel nulla. L’Africa è natura, ma natura nel senso totalizzante della parola.
È natura nei rapporti interpersonali che si creano. Tutto è ridotto al livello basico, senza infrastrutture di sorta. Resisterà la società africana ai profondi cambiamenti che la stanno squassando dall’interno? Resisterà alle sempre più forti influenze occidentali? Resisterà al profondo sentimento di attrazione per un mondo che sembra essere migliore? Certo, le condizioni di vita non sono invidiabili, ma forse nella nostra presunzione da “buana” (uomo bianco) dovremmo vedere quello che l’africa ci offre: l’umanità che ancora suona nelle nostre orecchie con una voce di nonna che sussurra:”ai nostri tempi si stava meglio”.
L’itinerario proposto da Avventure nel Mondo a prima vista sembra davvero presuntuoso: da Johannesburg a Nairobi, attraverso 7 frontiere, seguendo l’antica tratta coloniale delle ferrovie inglesi per oltre 9mila chilometri. Un’Africa dei grandi spazi, dei panorami mozzafiato, dove l’uomo c’è ma il padrone è la bestia. Un’Africa ove centinaia di masai vengono sfrattati dalle terre che hanno occupato per millenni perché dannosi all’industria del turismo-safari. Ma è un’Africa anche di grandissimi contrasti, intrecciati come tasselli neri e bianchi di una scacchiera. Seguirlo passo dopo passo per me e i miei compagni di viaggio è stata un’emozione crescente, immergersi nei colori, negli odori e nei volti che cambiano è stata un’esperienza unica e irripetibile.

SUD AFRICA
La bianca Johannesburg, metropoli sconfinata con ogni tipo di comodità e ricchezza, si affaccia sulla nera Soweto, sorgente dell’esplosione antisegregazionista di Mandela.
ZIMBABWE
Poi lo Zimbabwe, dove Mugabe, presidentissimo vecchio stile, cancella con un tratto di penna la presenza bianca sul territorio destabilizzando cosi un’economia fino ad allora fiorente. Non c’è molto da ridere laggiù, l’unica preoccupazione è riempire lo stomaco e la fila per il pane è lunga ore. Ma il tempo in Africa è differente.
Non scorre veloce e regolare come scorre da noi qui in Europa. E questo non è sempre un male: si può apprezzare di più tutto ciò che ci circonda, non abbiamo l’angoscia del fare e del concludere scadenzato che abbiamo qui da noi. Il futuro è lì ad un passo, ma con il tempo immobile pare irraggiungibile.
BOTSWANA
forse è questa la coda lunga della colonizzazione europea. Immobile come l’acqua del delta dell’Okawango in Botswana, solo il canto delle donne mentre spingono i tronchi su cui galleggiamo a pelo d’acqua rompe il silenzio irreale di un posto che sembra immutato da millenni. Tutto è contrasto, ove si affaccia il turismo accanto alle capanne di fango abitate dei locali spuntano come funghi su terreno umido resort da mille ed una notte.
ZAMBIA
Il silenzio della foresta è rotto solo dal rombo imponente delle Cascate Vittoria, imponenti come ci si aspetta, emozionanti come non si poteva sperare.
MALAWI
Dorme il Malawi adagiato sull’omonimo lago. Oltre la metà del territorio è acqua e coloratissimi sono i villaggi che si affacciano sul lago. Non sembra soffrire della povertà che lo affligge, ma uno sguardo a Lilongwe, sua capitale, apre gli occhi su quella che poi è una realtà non così felice.
TANZANIA
L’uomo lascia il passo alla natura. Una natura che non permette repliche, una natura sconfinata e da un orizzonte cosi basso che si ha la sensazione di poterlo raggiungere con poche ore di jeep. Questa è la Tanzania, dei grandi parchi, degli spazi immensi, degli alberi soli in mezzo alla savana che sembrano ribellarsi ad un paesaggio piatto e mai monotono.
KENYA
Ma arriva il giorno in cui dobbiamo tornare a casa, arriva il giorno in cui il confine keniota è passato, ma noi a questo ci ribelliamo e come ultimo colpo di coda ci tuffiamo, a poche ore dal chck-in, nell’ultimo grande parco. Ancora una volta l’Africa ci regala qualcosa: le mandrie in marcia per la migrazione, dietro i grandi predatori e dietro ancora i mangiatori di carcasse che attendono pazienti il loro turno.
Testo di Francesco Pocchi
fpocchi[at]mac.com
Foto
Giovanni Sacchetti e Andrea Genovese
ps
Il gruppo Sacchetti ’07





27. ottobre 2007 at 22:41
vorrei scoprire qualche angolo di questa Africa presto….
28. ottobre 2007 at 11:56
ciao sono interessato alla transafricana, volevo alcune informazioni.
Come sono distribuiti i giorni nelle varie nazioni?Mi spiego: per esempio la visitiamo Joannesburg? e a Zanzibar quanti giorni stiamo?
Le spine elettriche? Devo portare adattatori?
29. ottobre 2007 at 18:55
@Gianfranco: eh si Gianfranco, è un’Africa che va scoperta non solo viaggiata e vista, ma ne vale veramente la pena, nonostante le scomodità che l’Africa offre.
@Marco: I giorni nelle varie nazioni sono divisi non in maniera fissa, molto dipende dal capogruppo. Di certo sappi sin da ora che il Sud Africa è un punto di partenza non tanto una nazione che vedrai. Johannesburg la vedrai, ma poco e velocemente. Non che serva molto tempo per vederla, ma si certo non la vivrai. La transafricana è un altro tipo di viaggio. Quello che veramente vedi nel viaggio è il viaggio stesso: lo scorrere delle terre e delle persone, anche attraverso un finestrino di un autobus pubblico sovraffollato.
Zanzibar: lì ci starai più o meno 3 gorni, tanto per staccare la spina, ma fidati che quei tre giorni ti sembreranno troppi e interminabili, l’Africa chiama e Zanzibar non è Africa.
Le spiene in molti paesi sono inglesi, in Zimbabwe e in Botswana ci sono delle spiene che nel mondo esistono solo lì. quindi? quindi vai al mercato e le compri, si trovano molto facilmente.
29. ottobre 2007 at 19:50
Caldo africano: i consigli degli esperti
Esistono molteplici ragioni per cui i bianchi vengono sfottuti dagli africani quando arrivano nel continente nero. Una delle principali è certamente il solerte attivismo che esportiamo in terra d’Africa.
Il nostro punto di vista europeo prevede che la giornata si svolga in un ritmo fluido ed ordinato di attività debitamente programmate e che ricalchi, più o meno, lo schema domestico.
Ci si alza alle 8, colazione prolungata (visto che siamo in vacanza possiamo permetterci di godere più a lungo del lussureggiante giardino), breve toilette e verso nove e mezzo, dieci, equippaggiati di tutto punto, siamo pronti per visite, escursioni e sopralluoghi, o per i migliori fra noi, per le attività benefiche nei villaggi sperduti nella savana.
Ci si da da fare fin verso l’una, una e mezzo, pranzo leggero (si sa, col caldo africano…) e poi pronti a ripartire di nuovo.
E già qua possiamo sottolineare qualche piccola differenza.
Intanto la colazione; non tutti gli africani hanno questa usanza la mattina appena alzati; le abitudini alimentari a dir la verità non c’entrano molto, il più delle volte è che non c’è proprio niente da mangiare per colazione e nemmeno un giardino lussureggiante da potersi godere (questi per la maggioranza esistono solo negli alberghi o nelle case dei bianchi).
Comunque, passato l’orario della colazione anche gli africani si danno da fare, a modo loro s’intende, in attività di varia natura che permettano loro di sbarcare il lunario fin verso l’una, una e mezzo.
Per quel che riguarda il pranzo si potrebbe ripetere quanto già detto per la colazione. Salvo che gli africani, potendo s’intende, caldo o non caldo non si preoccupano affatto di fare pranzi leggeri: se c’è da mangiare si mangia a più non posso che tanto stasera non si sa cosa succede.
Ma è il dopo pranzo che segna la vera differenza fra popolo bianco e popolo nero.
Dopo un breve riposo, il bianco si risistema, guarda l’orario, estrae una salvietta in bustina, si da un’ultima rinfrescata e risale fiducioso sulla sua gip, pronto per la sua agenda pomeridiana.
Il nero, pur non disponendo di giardini lussureggianti, riesce sempre a trovare un bell’albero frondoso sotto cui distendersi per contemplare l’orizzonte infinito.
Il bianco sfodera la cartina geografica, consulta il GPS, discute con i suoi compagni, pianifica il pomeriggio.
Il nero bofonchia qualcosa ad altri neri che hanno avuto la sua stessa idea, si sdraia più comodamente, da un calcio al cane rognoso che gli contende il fresco dell’ombra, ridacchia masticando una strana radice mentre lo sguardo si fa sempre più sottile e perso nell’orrizzonte.
Il bianco guarda il nero pensando: “…ecco com’è che il continente africano non riesce ad evolvere, tutti ammassati sotto un albero a poltrire…”
Il nero (e il cane) guarda il bianco pensando: “…vediamo quanto tempo c’impiega il burro europeo a squagliarsi sotto il sole africano…”
I due sguardi si incrociano, ma solo per un attimo, non c’è molto tempo, il bianco operoso riparte, forse un po’ triste per la testimonianza di cotanta indolenza.
Lungo la strada altri alberi frondosi, altri grappoli di neri semi-addormentati, altri cani spalmati sul nudo terreno. Fa caldo, è naturale siamo in Africa, comunque per fortuna oggi è più secco, la prossima tappa è il grande baobab e poi dopo è previsto l’arrivo all’isola delle conchiglie.
Ma verso le quattro e mezzo il caldo diventa davvero insopportabile, il bianco comincia a vedere strane lucine. Si concentra sulla piantina e stringe con foga la bollente portiera della sua gip. Continua a parlare con i suoi compagni, ma ogni tanto sente come se la testa viaggiasse da sola.
Alle quattro e tre quarti il bianco sviene e si sgonfia come un soufflè sul grembo accogliente della signora sedutagli accanto.
Ferma la macchina, passa la borraccia che gli rinfresco la testa, presto sdraialo e alzagli le gambe. Aspetta portiamolo più avanti, là c’è un bell’albero per dargli riparo.
Da sotto l’albero due neri vocianti arrivano di corsa, passano un telo sotto il corpo del bianco e veloci lo portano all’ombra. Tutto il gruppo di neri ora è in piedi e lo guarda, discutono a gran voce fra loro, si danno della gran pacche l’uno con l’altro, salutano con sorrisi e rassicurazioni i compagni spaventati che arrancano nella calura.
Il bianco finalmente riapre prima un occhio e poi l’altro. Un gran mal di testa, ma qualcuno gli passa un tè alla menta, inebetito sorride, lo prende, il bicchiere è un po’ sporco, con coraggio lo accosta alla bocca, il primo sorso è dolce e saporito, il secondo è ancora più buono, ottimo da assaporare in questo caldo pomeriggio africano.
http://coachduepuntozero.blogspot.com/
31. ottobre 2007 at 01:03
Cara Luciana, io non mi trovo molto d’accordo con quello che hai scritto. E’ pur vero però che una risposta esauriente richiederebbe ben oltre questo spazio. Quello che posso qui sinteticamente scriverti, per non annoiare tutti quelli che avranno la pazienza di leggere è questo. In Africa la differenza tra binachi e neri è molto meno accentuata di quanto tu hai scritto, o meglio, questo è quello che ho percepito in qualche viaggio in africa. Non è il bianco che arriva e ha i suoi tempi e le sue usanze, ma è l’africa stessa che detta i suoi tempi e le sue usanze a tutti quelli che hanno il desiderio di avventurarsi in essa. Insomma, tu rimani con le tue usanze? Aloora non sei mai stato in Africa, sì, certo la hai attraversata o viaggiata, ma mai vissuta. Milioni di persone hanno vissuto in Africa, dai portoghesi inviati da Enrico il Navigatore agli inglesi di sua maestà la Regina Madre Vittoria. Poi sono Arrivati i Boeri. Ma chi di questi ha vissuto l’Affrica? Nessuno! Ognuno di loro la ha occupata l’Africa, fregandosene di tutto e tutti. Imponendo il Bianco sul nero mai rispettando il profondo manichesimo che ha diviso le nostre due culture. Mi trovo quindi a dire, che l’Africa come un enorme masso fa scivolare questa acqua bianca sul suo dorso, e alla lunga quell’acqua sotto il sole cocente non lascia traccia alcuna!
Insomma, tutto questo discorso, eccessivamente lungo, è che trovo davvero superficiale, per chiunque decida di viaggiare in Africa, esternare le distinzioni di usanze e tempi. Come ho scritto, l’Africa ti mangia, e se non ti fai mangiare ti sputa a terra. E allora che ben vengano, se queste sono le distinzioni, trovare tante macchie bianche sputacchiate a terra!
31. ottobre 2007 at 19:53
caro francesco…lo scritto voleva essere ironico…evidentemente non ci sono riuscita…ciao L.
9. luglio 2008 at 18:21
Carissimi leggo le vostre e mail,
io parto il 30 luglio per la transafricana.
Qualcosa da dirmi? veronica