Personal media: quando contano le “voci di dentro”

lun, ott 29, 2007

Senza categoria

di Alberto Abruzzese*

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Illustrazione tratta dalla copertina del libro “La voce come medium. Storia culturale del ventriloquo”, di Steven Connor, Luca Sossella Editore

Il nome che ciascuno di noi riceve dalla nascita e ci distingue dagli altri, ci rende riconoscibili al mondo e a noi stessi, vive nello spazio, al di là della nostra presenza fisica, e nel tempo, lungo le trame della nostra esperienza. E anche qui va al di là di essa, oltre la nostra morte.Il nostro nome è un testo in rete, destinato a circolare, modificarsi, lasciarci e ritornare a noi sempre diverso. Sino al punto di avere su di esso una parziale se non totale ininfluenza.

Scriviamo il nostro nome affinché altri lo leggano, ma sono soprattutto le voci a incarnare i nomi. Ogni nome è situato nelle miriadi di voci che nominano, ciascuna con sfumature tanto diverse da moltiplicare quel nome in tante alterità. Il nome è al centro e insieme alla periferia del traffico tra tutte queste alterità. Usiamo i nomi per firmare tutto ciò che l’ambiente ci induce a condividere – dal domicilio ai vincoli civili alle attività di lavoro, per comandare e per dare atto di avere eseguito, per chiamare ed essere chiamati come amici e come nemici, vincitori e vinti – ma questa estrema forza e insieme debolezza nel nominarci ed essere nominati ha un suo luogo recondito, remoto, interiore, in cui ciascuno sente risuonare il proprio nome nel silenzio della sua persona.

Dobbiamo allora affidarci alle magie della persona? In questi ultimi venti anni, insieme al montare di miti e speranze della multimedialità abbiamo visto crescere culture sempre più schierate sulla persona piuttosto che sull’individuo. “Personal media” ha appunto assunto il significato di forme di comunicazione sempre più personali, laddove invece, nel cuore duro e autoritario delle tradizioni industriali e borghesi, la parola individuo aveva rappresentato la corazza identitaria di un soggetto astratto, di un manichino etico, estetico e politico, di un’anima e un corpo standardizzati da norme, ruoli, contratti. Nella società così come nell’impresa così come nella vita privata così come nel divertimento e nel piacere. Così come nella sofferenza. C’è chi tuttavia comincia a disincantare anche questa differenza tra persona e individuo, ne svela l’intento consolatorio e riparatore così come l’astuzia conservatrice. Da questo punto di vista le retoriche e ideologie della persona si rivelano come ultima astuzia dell’individualismo moderno nella sua epoca post-industriale, ultimo atto di dispotismo sul mondo, quello spirito assoluto che ha caratterizzato lo sviluppo tecnologico, distruggendo in gran parte le risorse su cui si è basato (sono i temi di Jeremy Rifkin) e arrivando a deteriorare e stravolgere l’intera sua macchina di pace e di guerra.

Dunque, attenzione: tagliare il discorso sulla personalizzazione per il verso sbagliato potrebbe avere il risultato di rafforzare l’individualismo che la parte migliore (se c’è) della politica e dell’impresa vorrebbe spezzare e fluidificare ricorrendo ai linguaggi interattivi delle reti. Con le loro strategie relazionali, orizzontali e situate, di produzione dal basso dei consumi e con il loro fine di mettere così in rete beni faccia a faccia – se davvero questa è l’intenzione e se essa è davvero possibile – i mercati personalizzati potrebbero funzionare da colate di cemento invece che da quello che alcuni sperano possa diventare, dal web 2.0 in poi, il liberalismo dell’era cibernetica. Una rivoluzione così clamorosa non può avvenire con i contenuti del liberalismo classico e di tutte le sue variazioni di destra o di sinistra. Ma i contenuti non nascono dal nulla, solo restare infissi nell’ideologia romantica della creatività può farcelo credere.

Quale è dunque – dopo le glorie e le miserie ottenute attingendo a petrolio e mass media – la sostanza da cui ricavare i contenuti che ora ci servono? Forse è proprio quello spazio remoto in cui il nome che portiamo ci risuona da dentro. Forse, dando voce a questo luogo intra-mondano – né soggettivo né oggettivo – possiamo sperare di rifondare la nostra capacità di essere, di incarnare, il contenuto giusto, quello in grado di operare. Tra le classi dirigenti più sensibili per quanto più esili, molti sostengono la necessità di recuperare il senso di una responsabilità professionale da tempo perduta, ma lo dicono pensando di poter farlo attraverso l’implicito recupero dei suoi stessi trapassati contenuti. Qui sta il punto. Il medium è il messaggio, diceva McLuhan: dopo le voci di fuori, dopo i nomi della scrittura e delle immagini di massa, forse è giunto il momento di agire in nome delle voci di dentro.

alberto.abruzzese[at]fastwebnet.it

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