Cinzia Felicetti, giornalista esperta di moda e autrice di testi come “Assolutamente glam!” e “Io compro da sola”, l’abbiamo conosciuta durante il World Business Forum. Parliamo con lei del suo ultimo lavoro, “L’abito fa il manager”, dal quale siamo partiti per discutere di stile, di eleganza e di carriera in ambiente corporate.
Intervista di Stefano Mizzella
S.M.: Iniziamo ricordando una frase molto significativa pronunciata durante la conferenza al World Business Forum. Lei dice: “La prima, indelebile impressione che abbiamo di una persona si forma in 7 secondi”. È davvero così?
C.F.: Si, vero. Viviamo tutti in una società implacabilmente frettolosa, nel senso che abbiamo delle agende piene di impegni, siamo costretti a prendere delle decisioni spesso in tempo reale e, quindi, la prima impressione tende a essere non solo quella che conta, ma anche appunto a consolidarsi rapidamente in un giudizio definitivo. Dobbiamo un po’ fidarci dell’istinto e delle prime sensazioni che abbiamo. Quindi ci sono dei segreti, delle dritte, in parte già illustrate in questo libro, per riuscire a risultare vincenti in una prima impressione.
Ognuno di noi eventualmente ha il suo modo per recuperare, però si tratta innanzitutto di un compito abbastanza gravoso e faticoso e poi dal risultato incerto. Come dico nel libro, io sono più favorevole a un approccio vagamente cinematografico del tipo “buona la prima”, cioè cercare di giocarsi subito le carte vincenti ed essere sicuri che il risultato sia positivo e di successo subito.
S.M.: Un’altra affermazione molto interessante è quella secondo la quale lei dice: “Voi siete il brand, e il vostro abbigliamento è il vostro logo”. Se da una parte tale affermazione potrebbe essere considerata come un approccio forse superficiale alla persona, dall’altra restituisce appunto la sostanza di quella che è la sua teoria: come una società deve investire sulla valorizzazione del proprio brand, allo stesso modo una persona deve investire sulla valorizzazione del proprio abito. Ci spieghi meglio questo concetto.
C.F.: In realtà la mia affermazione voleva andare un po’ più in profondità rispetto a tale interpretazione. Iniziamo con una doverosa precisazione: questo libro è la traduzione e l’ampliamento di un corso che è nato in lingua inglese per l’Università Bocconi. Dico questo perché, confrontandomi inizialmente soprattutto con un pubblico straniero, composto di manager provenienti dai più disparati paesi del mondo, mi sono accorta proprio della differenza di approccio tra quello che è lo scenario internazionale e la situazione dell’Italia in modo particolare.
Mi spiego: in Italia siamo un po’ convinti di avere la moda nel DNA, l’eleganza nel DNA, perché spesso si scambiano i termini eleganza e tendenza, che non sono esattamente e necessariamente la stessa cosa. Il concetto di eleganza è, infatti, un concetto sempiterno, senza data di scadenza, legato proprio allo stile, al gusto, e quindi ha anche spesso delle citazioni di tipo culturale. È immerso sì nel tempo in cui viviamo però, ripeto, è un concetto più astratto, e comunque meno legato all’avvicendarsi spesso implacabile delle tendenze.
La tendenza è per l’appunto qualcosa che, come lo yogurt che abbiamo in frigo, è destinata a scadere, ad essere sostituita. In Italia, questo almeno fino a qualche tempo fa ma in molti casi ancora è valido, si cerca l’autorevolezza del marchio, perchè il fatto di coprirsi di loghi o indossare abiti o accessori smaccatamente riconoscibili dà sicurezza e fa sentire affermati. È un po’ lo stesso meccanismo che si ritrova nelle tribù giovanili, dove l’uso di un certo tipo di jeans o di sneakers è riconosciuto come segno distintivo del gruppo, della tribù. Queste sono tutte cose che ti danno sicurezza e rendono estremamente riconoscibili e riconosciuti. Quello che io volevo dire con quella frase è: voi siete il brand, voi siete comunque la sostanza.
Il libro non vuole dire che l’apparenza sia più importante della sostanza, lungi da me. La sostanza è fondamentale, è la base di partenza ed è il presupposto imprescindibile. In assenza di sostanza vedo delle carriere abbastanza fulminee destinate a non lasciare segni indelebili. Però, quello che propongo attraverso questo libro, è un ponte tra forma e sostanza, in modo che la prima rappresenti davvero coerentemente la seconda, in qualche maniera la esalti. Questo per me è fondamentale.
Dopo di che, l’altra cosa fondamentale è scegliersi uno stile che ci faccia da logo. Non fare in modo che sia lo stilista del momento a vestirci, ma trovare uno stile davvero nostro, attraverso magari l’uso di un accessorio particolare, di un colore, per fare in modo di risultare riconoscibili sempre nel rispetto, per esempio, del dress code imperante in azienda, perché poi la base di partenza è quella comune, più o meno implicita o dichiarata, che vige in azienda. Puntare su un look personale, su qualcosa che ci renda diversi dagli altri, perché spesso delegare la propria autorevolezza a quella di uno stilista o di un marchio ci toglie forza.
S.M.: Mi sembra un’ottima precisazione. Proviamo allora a fare qualche esempio e ad entrare veramente nel merito della questione. In qualità di esperta, quali sono i consigli che si sente di dare per fare colpo durante una riunione o un colloquio importante? E quali sono, invece, gli abbinamenti o gli accessori da evitare assolutamente?
C.F.: Facciamo un discorso molto trasversale perché ovviamente ci sarebbero un sacco di casi particolari da esaminare. Il colloquio è proprio il tempio della prima impressione, la carriera è la somma di tante prime impressioni, o comunque è il concatenamento di mille giornate vissute una dietro l’altra, quindi richiede una coerenza, uno sviluppo del discorso principale. Però, in generale, come dicevo nella presentazione, l’eleganza secondo me innanzitutto è un concetto complessivo che riguarda non solo l’abito ma il modo di porsi.
Eleganza è un garbo del tratto, del modo di trattare se stessi e gli altri, un’educazione, un’attenzione alle buone maniera, a un uso civile del cellulare, a un modo di porsi nel colloquio e nell’interazione con le persone. Poi, in generale, quello che dico sempre è quasi assiomatico, ha valenza universale perché non stiamo esaminando singoli casi specifici. L’eleganza non si staglia in maniera aggressiva, non è prepotente, l’eleganza è fatta di colori autorevoli, di dettagli che non urlano per catturare l’attenzione, è un abbinamento armonioso e armonico. Certo dipende sempre dal contesto, perché un colloquio o una carriera in una banca internazionale non può essere simile alla carriera che si fa in un grande marchio come Diesel o altri marchi particolari in cui il dress code è più decontratto, è più easy.
Bisognerebbe dunque valutare i casi specifici però, in generale, sono dettagli molto importanti un aspetto molto curato, colori autorevoli, quelli scuri in generale, l’uso di accessori di qualità, per esempio una scarpa elegante e autorevole, non con la punta all’insù o con le cuciture a vista, oppure il “suolone” in gomma tipo surf. Quello che sconsiglio sempre è l’eccesso. Per esempio, da un punto di vista maschile l’eccesso è rappresentato dall’esuberanza di tessuto: la mega-cravatta, il collo pronto al decollo, il gessato da “Padrino parte terza”, sono tutte cose che si vedono spesso in giro. Anche in questo caso, è un po’ come alzare troppo la voce, è come quelli che ti mandano i messaggini scritti tutti in lettere maiuscole che sembrano urlare.
Per le donne invece il problema è diverso, perché noi abbiamo una maggiore libertà, nel senso che il nostro dress code è meno perentorio a un livello corporate, e meno restrittivo del vostro, per cui il problema al femminile è quello della gestione della maggiore libertà. Spesso le icone di riferimento si rifanno sempre più spesso al mondo televisivo, ahimé, proponendo proprio queste scollature abissali, i tessuti che tengono un po’ sotto vuoto. Anche in base a quella che è stata l’esperienza del mio corso, succedeva che persone preparatissime da un punto di vista di titoli accademici o master, non venissero poi prese proprio perché risultavano improbabili alla vista, presentandosi acconciate in maniera un po’ bizzarra.
S.M.: Quali sono secondo lei le icone di stile da seguire, da cui appunto prendere ispirazione, sia per quanto riguarda gli uomini che per le donne. Il cinema e la televisione sono in grado ancora di proporre icone di stile o è necessario vedere un vecchio film degli anni ’20 per riuscire a scovare qualcosa di davvero elegante e adeguato?
C.F.: Su questo argomento non ho una ricetta di quelle tipo fast food, molto veloci, ahimé, nel senso che per me lo stile non si riesce a insegnare con un corso full immersion. Lo stile è un composto culturale, non perchè si dia con 30 e lode l’esame di filologia germanica, ma perché secondo me presuppone il fatto di viaggiare in un certo modo, appunto non con il pacchetto preconfezionato.
Quindi vedere film non necessariamente degli anni ’20, però conoscere lo stile delle persone che hanno fatto la storia dell’eleganza, che appunto possono essere sì Audrey Hepburn o Cary Grant, piuttosto che Jackie Kennedy, però appunto io poi non è che propongo di vestirsi come Jackie Kennedy, perché risulterebbe un po’strano di questi tempi. Però, ciò che è davvero necessario avere sono gli strumenti.
Per strumenti intendo una perfetta conoscenza della tua personalità che non è facile come dirlo, aver letto delle cose che comunque esprimano un segno, aver visto dei film che lanciano dei messaggi forti, aver viaggiato con tutti i sensi aperti e quindi non in maniera stereotipata o convenzionale. Se possiedi tali requisiti probabilmente hai acquisito proprio gli strumenti che ti consentono di fare una cernita di quello che ti viene proposto, di filtrarlo e di adattarlo alla tua personalità. Quello che vedo invece spesso è proprio un adeguamento supino ai modelli che vengono proposti, che sono poi tutti uguali, ed ecco poi che si arriva all’omologazione.
In Italia io non ho moltissimi modelli di riferimento, in questo momento il baricentro si è spostato di nuovo verso Parigi come stile. Lo stile secondo me è come una pianta: va innaffiata, va concimata. Ti ripeto, per me l’eleganza è un sostrato, ovvero comprende la moda ma non aderisce completamente alla moda, sarebbe fin troppo facile se fosse solo così.
S.M.: Concludiamo con un’opinione sul “casual friday”.
C.F.: Il casual friday è nato in un momento particolare, intorno alla metà degli anni ’90, quando le cose andavano molto bene in generale. A livello psicologico accade questo: quando le cose funzionano ci si sente più rilassati e quindi anche autorizzati a essere decontratti, meno formali. Il casual friday è nato per vestire l’esigenza del manager di metà anni ’90 che in zona venerdì cominciava a prepararsi, anche psicologicamente, al weekend. Però poi è diventato se vuoi l’abbigliamento di molti contesti lavorativi proprio a tempo pieno, in particolare della società dot com, quella legata a Internet, e a contesti appunto che non sono necessariamente la banca o la società di assicurazioni.
Io non ho assolutamente niente contro il casual friday, o contro il look business casual, usando così la sua definizione generale. Quello che dico nel libro è che si tratta in realtà di un look finto semplice, nel senso che mentre l’abito blu dell’abbigliamento corporate ti garantisce subito autorevolezza, il jeans deve rispondere a certe caratteristiche per non sembrare eccessivamente sbracato. Quindi, il business casual va benissimo, però richiede una cura nell’abbinamento e comunque una pulizia, un’attenzione al dettaglio se vuoi paradossalmente maggiore rispetto ad altri dress code apparentemente più formali. Parlavamo del jeans che è una componente fondamentale del look casual, certo non deve essere troppo delavee, troppo scolorito, troppo strappato. Anche la camicia, va benissimo quella botton down, un po’ più informale, però ecco magari non portata fuori dai pantaloni, per di più scoloriti, perché allora lì davvero significa esagerare.
Sono regole poi in realtà non così prescrittive. Il mio augurio è che il libro diventi davvero un consulente d’immagine di fiducia per chi mi legge. Mi piace che sia solo un sopporto e un modo per far poi volare la fantasia e la creatività di ognuno, perché il vero messaggio è questo: i dress code ci sono, vanno rispettati e prima ancora conosciuti. Però, come tutte le regole, la vera bellezza sta proprio nel trasgredirle.
Cinzia Felicetti
L’abito fa il manager
Lui & Lei: guida allo stile di successo
Sperling & Kupfer
2007
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18. novembre 2007 at 01:21
Finalmente un’interessante lettura da parrucchiera.