Dario Forti: Formazione, Mentoring, Coaching o Counseling? L’Importanza di Trovarsi un Supervisore

Wed, Oct 15, 2008

Coaching

Dario Forti: Formazione, Mentoring, Coaching o Counseling? L’Importanza di Trovarsi un Supervisore

Formazione, Mentoring, Coaching, Counseling: l’Importanza di Trovarsi un Supervisore …nei momenti di crisi!


“Trovarsi un supervisore, un ‘consulente al ruolo’ che aiuti non solo a lavorare sulle proprie capacità ma anche nell’esplorazione dello spazio circostante, per cercare la strada anche nella nebbia più fitta.”


INTERVISTA A DARIO FORTI
di Luciana Zanon

Dario Forti è psicologo, psicosocioanalista, consulente di sviluppo organizzativo, formatore; amministratore delegato della società di consulenza Skolé (www.skole.it), socio fondatore e past president di Ariele, Associazione Italiana di Psicosocioanalisi (www.psicosocioanalisi.it); consigliere della Fondazione Luigi (Gino) Pagliarani (www.luigipagliarani.ch); autore di numerosi saggi, articoli e recensioni sulla teoria e la tecnica della psicosocioanalisi, dello sviluppo organizzativo, della formazione.

Incontro Dario Forti, psicosocioanalista e co-autore con Daniela Patruno di “La consulenza al ruolo”, domenica mattina, primo giorno di un autunno che si preannuncia difficile, per discutere appunto della grande crisi attuale.

Luciana Zanon
Allora Dario, cominciamo alla lontana e proviamo a ricostruire come le grandi crisi economiche influenzano le organizzazioni.

Dario Forti
Beh, se le guardiamo con la distanza temporale che ci consente di non essere coinvolti nell’immanenza del processo, allora le grandi crisi ci appaiono come movimenti rigeneratori che costringono le società a trasformarsi, a trovare alternative. A livello macro sono dei poderosi breakdown che permettono salti d’innovazione impensabili al di fuori delle situazioni di crisi. Ma se le guardiamo invece a livello micro, nelle storie individuali, allora vediamo dei costi sociali e umani terribili, grandi sofferenze, rovesci di fortune.

È come essere in guerra, tutti contro tutti. Se con la macchina del tempo riuscissimo ad entrare per esempio dentro alla presa della Bastiglia, ci accorgeremo che è molto diverso leggere la Rivoluzione Francese sui libri oppure esserci dentro.


L. Parliamo allora di questa crisi, quella in cui ci siamo dentro anche noi
D
. Quando ci sei dentro la cosa è molto diversa, è come essere nella nebbia, non vedi nulla e non sai dove andare. Forse con questa crisi diventeremo migliori, ma potrebbe preannunciare l’avvento della catastrofe, non lo sappiamo e questo necessariamente genera confusione e ambiguità. In questo momento si vede un’accelerazione del tramonto di modi, comportamenti e abitudini consolidate.

Ad esempio e al di là del giudizio politico vediamo l’azione di Brunetta nei confronti degli impiegati pubblici, o i piccoli privilegi delle corporazioncelle Alitalia: sono fenomeni che mettono a nudo la concezione di un mondo protetto, del pensiero che se hai il posto nessuno ti manderà più via. Oppure, all’incontrario, eventi incomprensibili come le delocalizzazioni anche di imprese efficienti, dove il merito di chi ha contribuito alla solidità di un’impresa ha la stessa ricompensa degli ormai famosi “fannulloni”.

Il sentimento che si vive oggi, epoca di grandi trasformazioni e di grandi crisi, è lo stesso dei sudditi del ‘600, nelle Fiandre o nel Palatinato, quando continuamente passavano da un sovrano all’altro in seguito a trattati, negoziati o semplicemente matrimoni dinastici. È il sentimento di essere in balia di eventi totalmente al di fuori della propria capacità di controllo.


L. E l’effetto sulle persone che dentro o fuori le organizzazioni lavorano qual è ?
D.
Quando sei nella nebbia e non sai dove andare, l’effetto psicologico è quello di sentirsi paralizzati. Mi ha colpito un’immagine dei broker licenziati della Lehman: non tanto dove li vedi con le scatole dei loro effetti personali, immagine che ancora incarna il sogno americano della facile ripresa. In un’altra foto li vedi tutti assiepati, con le loro scatole in mano ad aspettare notizie, incapaci di muoversi: ecco, questa è la rappresentazione del non saper dove andare, del rimanere appunto paralizzati nell’incertezza.

L. Se l’effetto è la paralisi, come si può lavorare allora in un’epoca dove non si vede nessuna prospettiva?
D.
Come nei grandi film catastrofici si salvano quelli che sanno dove andare: nelle varie versioni della storia del Poseidon i sopravvissuti del piroscafo che si ribalta non sanno da che parte andare per salvarsi; fino a quando uno di loro, un giocatore d’azzardo che ne diventerà il leader, trova la via d’uscita dirigendosi non verso l’alto dell’imbarcazione ma verso il basso dove ancora c’è l’aria.

E dunque per superare la paralisi c’è la necessità di un auto orientamento: non basta fare ricorso alle proprie risorse ma diventa fondamentale la lucidità (e alle volte il culo) di saper dove dirigersi. È fondamentale saper leggere la realtà, capire dove si è e quali strade ci sono davanti, come Teseo nel labirinto.


L. Come attrezzarsi allora per sopravvivere e per rinnovarsi?
D.
Il rischio che tutti noi corriamo in momenti come questi è quello di subire passivamente oppure di incazzarsi con il mondo. È necessario invece uscire dall’ingenuità e dal fatalismo e questo richiede una certa dose di impegno.

Per sopravvivere la cosa migliore è ‘navigare a vista’ (prestando attenzione ai bassi fondali, alle mine che infestano il mare), mentre per rinnovarsi è necessario esplorare l’orizzonte (cercando nuove rotte). Fuor di metafora, navigare a vista vuol dire fare attenzione ad ogni passo, muoversi con circospezione, mettere ancora più attenzione, ad esempio, nell’analizzare a fondo le attese dei clienti, dei capi e strutturarsi per soddisfarle.

Esplorare l’orizzonte vuol dire individuare spazi liberi, procacciarsi incarichi, impegni, anche faticosi e rischiosi – può darsi che nessuno li abbia scelti per mancanza di coraggio e non perché sono delle ‘sòle’.
Ancora una volta la capacità di ascolto e l’attenzione sono la via maestra per valorizzare il proprio ruolo, ma anche per cercare nuove possibilità. Insomma essere depressivamente propositivi: sono nei guai, non potrò gestire tutto, vediamo cosa posso fare io per contribuire al mio risollevamento.


L. Eccola là la parola depressione…ma si può fare qualcosa per stare meglio?
D.
Direbbe Luigi Pagliarani, mio maestro e fondatore della psicosocioanalisi: imparare ad accettare la dipendenza quando è funzionale, quindi meglio sorprendere il cliente che subirlo. Trovare il coraggio di rifiutare la dipendenza difensiva, cioè l’acquattarsi, l’usare l’azienda, il capo o il sistema come persecutori: non porta da nessuna parte e si finisce, come diceva tanti anni fa Jannacci in una canzone, come sempre divertententemente amara, per tornare a casa e picchiare i figli per scaricare la propria frustrazione.

È importante darsi un programma, crearsi l’obbligo di aumentare la propria consapevolezza dei rischi e dei vincoli della situazione. Non ci si può rinchiudere in sé, ma è necessario arricchire le reti di relazione e lo scouting delle opportunità. Questo implica una forte autosorveglianza e come nelle diete, una forte disciplina.


L. C’è qualcuno che può dare una mano?
D.
Tutte le situazioni in cui hai la possibilità di riflettere sono utili. In azienda per esempio formazione, mentoring, coaching, counseling sono occasioni di riflessione su di sé, per essere autosorveglianti. È importante non farsi prendere dallo scoraggiamento e cercare tutti percorsi a supporto del self empowerment. Trovarsi un supervisore, un ‘consulente al ruolo’ che aiuti non solo a lavorare sulle proprie capacità ma anche nell’esplorazione dello spazio circostante, per cercare la strada anche nella nebbia più fitta.

Luciana Zanon vive e lavora a Milano come consulente di coaching, formazione e out door.
Opera in azienda su temi come comunicazione, leadership, conflitto, cambiamento, stress, team work. Progetta seminari e percorsi di coaching integrando aspetti cognitivi, emotivi e, grazie alle arti marziali orientali, sensoriali.

www.lucianazanon.it

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Alessia Vagliviello - who has written 15 posts on 7thFLOOR.

Esperta di formazione e consulenza alle aziende. Ha lavorato per anni con incarichi di responsabilità gestionale presso realtà di formazione e servizi. Nelle sue molteplici attività è orientata al riconoscimento e allo sviluppo delle potenzialità e delle intelligenze individuali e a promuovere percorsi significativi per l’esperienza biografica.

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8 Responses to “Dario Forti: Formazione, Mentoring, Coaching o Counseling? L’Importanza di Trovarsi un Supervisore”

  1. Daniela Fregosi Says:

    Quello della crisi è un tema molto coinvolgente soprattutto se si parla di crisi individuale più che economico-sociale. Su quella economico sociale non mi dilungo, è veramente uno sfacelo. Io che sono una consulente aziendale vedo che il mercato è sempre più una giungla, lo è sempre stato, ma adesso è veramente troppo. Giungla tra concorrenti ma soprattutto giungla con i committente che oramai, avendo un potere negoziale enorme (con tutti i fornitori che ci sono in giro) la fanno da padroni.
    Detto questo mi interessa molto di più come il singolo affronta la sua crisi personale.
    nella mia particolare esperienza posso veramente affermare quanto i taoisti cinesi abbiamo ragione nell’identificare in un unico ideogramma il concetto di crisi ed opportunità. Niente di più vero nel mio caso.
    La crisi professionale afforntata con sangue e dolore ha portato, come nella canzone di Fossati “la costruzione di un amore”, ha costruire veramente qualcosa di “altro”, a fare un salto, un salto di paradigma, a far finalmente spiccare il volo ad un sogno. E’ proprio nella crisi e nel vuoto che questa accompagna, che si crea il giusto spazio per vedersi con occhi nuovi, per inventare, senza più vincoli e senza più quella stramaledettissima zona di comfort così allettante. Nel pieno della zona di rischio, se la si sa gestire senza entrare in quella di stress, nascono splendite opportunità, nuove attività e soprattutto nuove relazioni. Si cresce professionalmente e quindi anche personalmente.
    Viva la crisi!

    PS Io ce l’ho fatta da sola, ma se intorno c’è qualcuno che ti dà una mano, male non fa…..

  2. Rudy Orzes Says:

    L’articolo presenta stimoli di riflessione personale e aziendale molto interessanti anche se l’applicazione del metodo (psicoanalisi)nato per scopi personali anche a contesti sociali o lavorativi, nonostante la mole di studi e studiosi che da anni sono presenti, con varie sfaccettature con questa taglio, genera in me alcune (poche) perplessità.
    Il punto su cui non ho dubbi e credo sia da promuovere e rendere consapevoli nella cultura sociale e aziendale è la necessità di rendere esplicito che la depressione è la base per l’analisi reale della situazione, l’ascolto e successivamente per essere propositivi. Le vie di uscita non persecutorie, il coraggio di rifiutare la dipendenza difensiva sono argomenti che devono entrare nella cultura sociale e lavorativa. Credo che il supporto dato dalla formazione, dal coacching ecc sia lo strumento principe per uscire dal già fatto, già detto, che hanno la sola funzione di proteggere la nostra integrità vissuta in funzione antidepressiva. Ma ci impediscono di coglire la realtà per quello che è anche per il mondo che ci circonda. Come dire: “Se mi appoggio non cado anche se guardo oltre l’ostacolo”.

  3. Helga Ogliari Says:

    Nebbia e paralisi sono proprio le immagini che incontro più frequentemente nella mia attività di consulenza di carriera.
    Paradossalmente nel momento in cui la parola chiave in azienda è “risultati” non si fa nulla per ottenerli, anzi. Si tagliano fondi destinati a formazione, coaching, in genere alla crescita delle persone ed aumenta l’attività di controllo che arriva a situazioni parossistiche come quella a cui ho assistito qualche giorno fa. Un CFO che trascorre parte del suo tempo a verificare che la gente non sia alla macchinetta del caffé.
    Un’altra parola molto di moda negli ultimi tempi è “leadership”.
    Quanti corsi per leader! Dovremmo essere circondati da manager leader e invece… Questo perché spesso i corsi spot non hanno un seguito e per esperienza so che un corso spot serve a poco. Servono percorsi seri di consulenza al ruolo, percorsi capaci di aiutare le persone ad orientarsi anche nella nebbia e a muoversi in essa un passo alla volta verso la luce.

  4. marco Says:

    Direi che il quadro è ben fatto, stesse sensazioni, stesse immagini di quello che si prova; nebbia e senso di sudditanza. ma se questo è molto chiaro a chi lavora per i fatti suoi, e che ogni giorno si deve dar da fare per procacciarsi un lavoro, non so quanto in azienda si percepisca lo stesso, tutti intenti al proprio lavoretto attenti sempre a compiacere il capo (e comunque per la stragrande maggioranza tranquilli che a fine mese lo stipendio c’è).

  5. Helga Ogliari Says:

    Ciao Marco, in realtà le persone che lavorano in azienda sono perfettamente consapevoli di ciò. Il senso di malessere cresce a vista d’occhio. Pare che metà della popolazione italiana esprima ogni anno il desiderio di cambiare lavoro. Da una mia statistica personale la percentuale è ben più alta. Tuttavia poi all’atto pratico la maggior parte delle persone non ha il coraggio di muoversi alla ricerca del proprio posto nell’”universo professionale”.
    Al rischio di affrontare la nebbia si preferisce l’alternativa di restare al proprio posto, intenti nel proprio lavoretto e lamentarsi.
    Io credo che in questo articolo-intervista sia stata proposta una terza alternativa: muoversi nella nebbia con il supporto di una guida, affidarsi ad un facilitatore di cambiamento per imparare a guidarlo e non a subirlo.

  6. luciana Says:

    Durante l’incontro con Dario ci eravamo chiesti se potesse essere diverso vivere e affrontare la crisi per chi lavora dentro all’azienda e per chi invece sta fuori.
    Certamente le differenze ci sono e per chi lavora da freelance, come Daniela e Marco, l’impatto è certamente più immediato, ma questo del resto è il rischio che ogni libero professionista si assume.
    Quello che invece accomuna,dentro e fuori l’azienda, è proprio il modo di affrontare crisi e cambiamento e quello che fa la differenza, come dice Helga, è decidere se subire o guidare quello che ti succede.

  7. Francesca Luongo Says:

    “Decidere se subire o guidare quello che succede”.
    Ci sono situazioni come l’andamento del mercato globale che forse non possiamo guidare, ma il nostro fato si.
    Voglio orientare il mio contributo sul valore aggiunto della supervisione.
    Tendenzialmente chiediamo supervisione ad un collega o a un teorico solo se siamo consapevoli di avere un problema nel gestire qualche cosa. Ma se il problema non lo vediamo? Possibile che esistano sistemi perfetti?
    In campo clinico la supervisione è il fulcro della costante crescita e consapevolezza personale e professionale. Se non si percepisce il problema la supervisione pone quesiti a cui solo il tempo, la riflessione e lo studio possono dare risposta. Non è una relazione di dipendenza simbiotica ma di interdipendenza nel rispetto delle diversità di ognuno. Non è sottoporsi al giudizio ed alla valutazione ma proporsi ad una supervisione, essere disponibili ad apprendere e riuscire a “tollerare” che qualcuno metta i puntini sul mio operato.
    Nel mondo della consulenza questo atteggiamento è spesso pensato come quello dell’apprendista ed allora a me piace essere un’apprendista!. Affermare che ce la facciamo da soli è una posizione di forza verso se stessi che forse tende a svalutare la capacità degli altri e non fa stare in relazione in modo flessibile e plastico.
    Nel mondo della consulenza ognuno è una monade, un sistema chiuso nel suo potere e sapere. E’ un problema di competizione? Forse, ma in una situazione in cui si percepisce il cambiamento la monade può andare in ansia o in depressione sclerotizzando comportamenti e modi sperimentati come sicuri, ma certamente autodistruttivi. La supervisione può collaborare a comprendere il cambiamento ed aprire nuovi modi di stare dentro questa professione aiutandoci così ad essere noi stessi dei sistemi aperti che con pazienza si orientano nella nebbia e guidano ciò che succede.


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