L’autobiografia a sostegno del singolo e dello sviluppo organizzativo
a cura di Alessia Vagliviello
Intervista a Maurizio Lichtner, esperto di metodologie qualitative nella formazione degli adulti, docente di Pedagogia Generale all’Università “La Sapienza” di Roma
La responsabilità sulle persone in ambito lavorativo è oggi più che mai responsabilità “verso le persone”. Per dirla come Howard Gardner, studioso di scienze cognitive ed educazione, quando parla delle cinque super-intelligenze (e cioè meta-competenze per gestire la realtà sempre più complessa) “…manager e capitani d’industria, rettori, presidi, capi dipartimento dovranno parimenti continuare a sviluppare queste cinque intelligenze in se stessi e in ugual misura in coloro di cui essi sono responsabili […] per mobilitare al meglio le proprie capacità e quelle dei propri colleghi, in modo da rimanere tutti adeguati al presente […]”
Adeguati appunto e anche contenti…possibilmente.
Conoscere le metodologie d’intervento e gli aspetti che le caratterizzano diviene importante non solo per chi propone attività di formazione e consulenza, ma anche per chi all’interno di una azienda o di una istituzione riveste funzioni di responsabilità sulle persone e sui processi. Comprenderne anche solo a grandi linee le potenzialità permette di valutare con più pertinenza le diverse proposte, ormai cosi eterogenee e varie.
In questo scenario assumono importanza, con ancora più evidenza, gli approcci di formazione e consulenza basati su metodi che fanno appello all’autobiografia e alla narrazione perché aiutano gli individui a porsi in modo adeguato rispetto a contesti complessi (lavorativi e non ). Ne parliamo con il Prof. Maurizio Lichtner.
Alessia Vagliviello
Ci può spiegare che cosa si intende per metodo biografico?
Maurizio Lichtner
Se si vuole conoscere in profondità una realtà sociale o professionale, non basta procurarsi le informazioni disponibili o far girare un questionario; serve un approccio qualitativo, e il metodo biografico è uno di questi. Si entra nel campo, si istituiscono relazioni, si ottengono, mediante interviste in profondità, narrazioni, resoconti autobiografici. È un modo per avere accesso ai vissuti, per capire le esperienze, i punti di vista, i percorsi dei singoli, all’interno di una determinata realtà.
Per capire che cosa significa oggi essere un medico ospedaliero, o come funziona la scuola elementare, o perché in un settore si mantiene la microimpresa, bisogna far emergere tanti aspetti soggettivi, oltre alle condizioni oggettive. Inoltre è tipico dell’orientamento qualitativo voler “conoscere molto di pochi piuttosto che poco di molti”, considerando che conoscere “poco di molti” significa avere una conoscenza “in generale”, cioè una conoscenza generica e superficiale, illusoria (è la fallacy of abstractionism). Aggiungo subito che la persona che rilascia l’intervista, che fa il suo racconto autobiografico, in genere ne ricava un beneficio; la riflessione autobiografica, cioè, se è autentica, approfondita, produce effetti trasformativi.
A. V.
È per questo che si usa il metodo biografico nella formazione?
M.L.
Certamente. La persona che riflette sul proprio percorso, anche se non se lo propone come obiettivo, finisce per mettere a fuoco aspetti ai quali non aveva mai pensato, li reinterpreta, trova una coerenza in eventi, fatti, che sembravano casuali, recupera risorse, ottiene insomma un cambiamento. Quindi si può perseguire intenzionalmente questo obiettivo in diverse situazioni di tipo professionale: nella formazione degli adulti, nell’orientamento, nel bilancio di competenze, nelle helping professions, nel counseling. Oggi si usa sempre più il metodo biografico anche nell’analisi delle organizzazioni e negli interventi di sviluppo organizzativo.
Naturalmente il racconto autobiografico può non riguardare tutto il proprio percorso di vita, ma eventualmente solo una fase, o solo l’iter professionale, anche se la distinzione tra iter professionale e divenire personale è molto relativa. I metodi poi sono vari, ma è essenziale l’aspetto relazionale. Come dicono Pineau e LeGrand, c’è un “lavoro sull’enunciato” che deve essere fatto insieme, tra il soggetto che racconta e un interlocutore (l’esperto), un lavoro comune che è la condizione perché si producano risultati.
A.V.
Può dirci come processi di empowerment possono essere il risultato di ricostruzioni autobiografiche?
M.L.
Prima di tutto bisogna dire che la ricostruzione autobiografica è un’operazione riflessiva, e sappiamo quanto sia importante, per orientarsi, procedere, trovare soluzioni, la capacità riflessiva. Bisogna saper riflettere su quello che si fa mentre si agisce, e dopo, in forma retrospettiva. I metodi esperienziali nella formazione puntano su questa dinamica, come è noto: c’è un’esperienza, agita o rappresentata, e la riflessione su questa.
L’approccio biografico può essere considerato, da questo punto di vista, un’estensione del metodo esperienziale: a volte c’è bisogno di una riflessione più globale, più approfondita, sulle modalità e sul “senso” del proprio percorso personale-professionale. La narrazione autobiografica ha questo scopo, e serve quando c’è bisogno di:
“Smuovere una situazione in profondità, uscire dalla routine, rivedere le ragioni della propria scelta professionale, ritrovare la motivazione, la voglia di cambiare, la spinta a riprendere un percorso. E queste sono le condizioni base, a volte, perché il soggetto possa liberare le proprie potenzialità e sentirsi empowered”.
Ma, se lo scopo è liberare le potenzialità rispetto all’oggi, perché chiedere alle persone di fare un giro così lungo, di rivedere e reinterpretare esperienze e situazioni anche lontane nel tempo?
Per dare una risposta bisogna necessariamente riferirsi a una teoria del Sé. Ad esempio, in una concezione sistemica, il Sé è costituito da aspetti diversi, più o meno collegati, a volte remoti nello spazio mentale. C’è pluralità, e c’è il continuo tentativo di stabilire relazioni, coerenze. Così alcuni aspetti non più attuali, messi da parte (p. e. interessi lasciati cadere) possono ritornare centrali, possono emergere nuove connessioni, grazie alla rivisitazione autobiografica.
Ma soprattutto facciamo, attraverso la riflessione autobiografica, un’esperienza di alterità nell’io: siamo sempre gli stessi, ma in certe cose non ci riconosciamo più, come se si trattasse di un altro. Il risultato è una visione di sé, della propria identità, meno puntuale, meno schiacciata sul qui e ora, sui ruoli attualmente svolti, più relativa e più fluida, quindi con più risorse e più possibilità di cambiamento. Questa più ampia, meno rigida percezione di sé, è anche una condizione perché ci si possa rapportare efficacemente con situazioni complesse.
A.V.
Come si configura un intervento di empowerment organizzativo, con questa metodologia?
M.L.
Posso citare due casi in cui è utile questo approccio. Quando un’azienda non ha più chiara la sua mission, può essere necessario ripercorrerne la storia, che non è quella “ufficiale”, scritta nei documenti, ma quella reale, che si costruisce a partire dalle “storie organizzative” dei singoli, che raccontano eventi (di cui sono stati spettatori o protagonisti), situazioni di difficoltà, problemi risolti o non risolti.
Lo scopo è ricostruire una storia condivisa, in cui gli attori si riconoscano, a partire dalla quale si possa ripartire.
Oppure, quando i soggetti sono “in crisi”, stentano a riconoscersi nell’organizzazione, non si identificano, e i loro progetti, la loro ricerca identitaria, li portano in altre direzioni, si fa emergere tutto questo, si riflette sui percorsi, e si favorisce poi un processo di negoziazione con l’azienda in modo che il singolo possa dare un senso a quello che fa nell’organizzazione, e possa ritrovare un (per quanto relativo) senso di appartenenza.
Naturalmente questo è possibile quando l’azienda ha superato la logica mansionaria, ha deciso di investire sui soggetti, e riconosce che il rapporto tra la realtà organizzativa e i “mondi privati” dei singoli è un problema da porsi.
A.V.
A ben pensarci anche l’intensa attività dei blogger nella rete assomiglia per certi versi al metodo autobiografico, è spesso una costante riflessione sulla propria storia professionale e personale, un tentativo di rintracciarne nessi che spesso diventano spunti di costruzione di nuovi significati. Lei che ne pensa?
M.L.
Direi che è un modo per cercare di definirsi, per portare avanti la propria ricerca identitaria, a partire dal frammento, da una serie di frammenti, e ricercando il confronto con un numero indeterminato di interlocutori, dove ogni scambio comunicativo è, di per sé, poco più che un accenno, il possibile avvio di un discorso, un’approssimazione.
Anche questo è un modo per costruire un percorso, ma la scommessa è riuscire ad andare oltre gli spunti, gli infiniti rimandi, le approssimazioni, costruire qualcosa, progredire, e non perdersi nella infinita connettività, che sarebbe come restare sempre allo stesso punto.
A.V.
Da come ne parla (e dal suo ultimo libro) traspare in modo evidente la fascinazione che hanno per Lei le storie di vita. Quali sono gli aspetti che Le interessano maggiormente?
M.L.
Ogni conoscenza è relativa, perciò anche l’accesso ai vissuti altrui, e la comprensione che possiamo averne, è relativa; non mi aspetto nessuna particolare “rivelazione” dai resoconti autobiografici che ascoltiamo e raccogliamo, sulla “vera identità” delle persone o sulla natura della soggettività. Però quello che mi colpisce, effettivamente, sono le transizioni in cui il soggetto è coinvolto, il modo in cui cerca di attribuire un senso al suo percorso, l’intreccio tra i condizionamenti sociali e il suo margine di autonomia e di scelta. Questo è molto importante, sia per capire, a livello di ricerca, come si sviluppa un processo sociale, nella continua interazione tra tendenze oggettive ed elementi soggettivi, sia per avviare una relazione significativa con il singolo in vista di un intervento formativo che rappresenti qualcosa per il suo percorso.
Abstract
Maurizio Lichtner
Esperto di processi di apprendimento e di valutazione, si è occupato di formazione adulti in vari contesti; ha insegnato metodologie qualitative all’università di Roma Tre, e ora è docente di Pedagogia generale alla Facoltà di Sociologia, Università di Roma “La Sapienza”. Tra i volumi pubblicati: La qualità delle azioni formative (1999), Valutare l’apprendimento (2004), Esperienze vissute e costruzione del sapere (2008).
Alessia Vagliviello
Esperta di formazione e consulenza alle aziende. Ha lavorato per anni con incarichi di responsabilità gestionale presso realtà di formazione e servizi. Nelle sue molteplici attività è orientata al riconoscimento e allo sviluppo delle potenzialità e delle intelligenze individuali e a promuovere percorsi significativi per l’esperienza biografica.
Bibliografia
M. Lichtner, Esperienze vissute e costruzione del sapere. Le storie di vita nella ricerca sociale, FrancoAngeli, Milano, 2008
D. Bertaux, Racconti di vita. La prospettiva etnosociologica, FrancoAngeli, Milano, 1999
E. C. Cassani, A. Fontana, L’autobiografia in azienda, Guerini, Milano, 2000
ARTICOLI CORRELATI:
Alberto Quagliata: il vero e-learning di Alessia Vagliviello
Impresa e spiritualità di Luciana Zanon
Donne e potere: vipere o creature celesti? di Luciana Zanon
L’organizzazione androgina secondo De Masi
Workaholic: entusiasmo o dipendenza da lavoro?
Dario Forti: l’importanza di trovarsi un supervisore di Luciana Zanon
Credits Photo:
Holga Ogliari – lamiacarriera.it








October 24th, 2008 at 17:03
Riflettere sulla propria storia personale attraverso la scrittura è un bisogno che quasi tutti noi abbiamo sperimentato, non si spiegherebbe sennò la grande diffusione del diario fra gli adolescenti; eppure diventa così difficile nella vita di tutti i giorni fermarsi e riflettere appunto si di sè, sui propri momenti critici, sulle proprie aspirazioni; ancora più difficile all’interno delle organizzazione dove il tempo per pensare sembra un optional, figurarsi fermarsi per scrivere su di sè. Eppure è vero come viene sottolineato in questa intervista che ricostruire la propria biografia, anche solo per dei pezzi, conferisce senso e profondità e secondo me indirizza nelle proprie scelte future. Da parte mia ho sempre trovato conforto e sollievo nella scrittura, nel rivisitare alcuni episodi anche dolorosi, solo che proprio nei momenti di maggior bisogno, mi sento distratta da mille altri disturbi. Mi piacerebbe essere sempre capace di un bel respiro profondo, di un OM che mi faccia riprendere concentrazione e liberare infine i nodi della mente attraverso la parola scritta.
October 26th, 2008 at 10:32
Luciana ha osservato, giustamente, che in generale non c’è tempo, sotto la pressione dell’attività quotidiana, per una riflessione autobiografica. Ritengo però che un certo livello (anche “tacito”) di riflessione sul proprio percorso ci sia sempre, nel senso che c’è bisogno che “i conti tornino” anche solo per confermare, giorno per giorno, il proprio orientamento e piano di vita. In certi momenti la riflessione, come ricerca di coerenza complessiva, può diventare esplicita, porsi come un compito. Ritengo poi decisivi i momenti interattivi, che facilitano, attualizzano, e rendono sempre provvisoria e diversa, la riflessione sul proprio percorso.
October 28th, 2008 at 17:59
L’aspetto della narrazione nella formazione e soprattutto nel coaching e nel counseling è di fondamentale importanza. Attraverso la narrazione il soggetto – ma anche come correttamente sottolinea il prof. Lichtner, l’organizzazione – recupera una maggiore consapevolezza di se e questo produce benefici in termini di potenziamento delle risorse e di resilienza nei confronti delle situazioni di crisi.
Su questo tema vi segnalo un prossimo seminario organizzato dall’AIF – Associazione Italiana Formatori: Approcci ‘altri’. Le formazioni Innovative che si terrà a Roma giovedì 30 ottobre presso l’IRFI in via Capitan Bavastro 116. In particolare segnalo l’intervento del prof. Natale Losi che appunto utilizza il metodo narrativo (etno-narrativo-sistemico, come lo definisce lui) per lavorare con gli operatori che a loro volta aiutano i migranti a superare il trauma della migrazione, attraverso appunto la narrazione e la “recitazione” della propria storia.
Per maggiori info e per scaricare il programma e (dopo il seminario) le relazioni e le slide: http://groups.google.it/group/aif_form-innova
Complimenti alla redazione di 7th floor per aver sviluppato un filone di riflessione sul coaching e sul counselig e per arricchirlo costantemente con interventi così qualificati e interessanti.
November 3rd, 2008 at 11:39
Vorrei conoscere meglio il ruolo giocato dall’esperto, da colui che conduce l’intervista. Che tipo di competenze deve possedere? Accanto alle cosiddette competenze trasversali, “meta competenze”, è necessario che abbia competenze specifiche legate al territorio da esplorare? Il suo è un ruolo prevalentemente da osservatore, da consulente? Arriva ad elaborare una diagnosi e quindi può tracciare una via possibile di sviluppo, di cambiamento.
November 4th, 2008 at 15:57
Risposta a Rosa:
L’intervista biografica è prima di tutto uno strumento di ricerca, con l’obiettivo di conoscere e comprendere una realtà sociale o professionale. In questo caso, bisogna conoscere i metodi qualitativi e avere in testa non precise ipotesi ma una problematica rispetto alla realtà oggettodi indagine. Nel couseling (o nell’orientamento)l’uso del metodo biografico presuppone una concezione degli itinerari biografici, dei problemi evolutivi che si pongono e del modo di afrontarli e risolverli.
November 10th, 2008 at 09:39
L’intervista di Maurizio Lichtner mette in evidenza l’efficacia dell’approccio biografico in contesti diversi, in quelli organizzativi come in quelli formativi.
Come insegnante degli adulti e successivamente ricercatrice nel settore dell’EdA (educazione degli adulti) mi preme ricordare le potenzialità didattiche del metodo autobiografico, focalizzato sui percorsi di formazione e sullo stile dell’apprendimento.
La riflessione sulle storie di vita ha costituito, infatti, una consuetudine nei corsi per adulti fin dalle “150 ore”, tradizionalmente attuata in fase di accoglienza, come approccio teso al recupero della soggettività e della pratica sociale dei partecipanti ai corsi e come risorsa per la lettura dei bisogni di formazione e per la negoziazione del curricolo. Il corsista adulto è sollecitato, in sostanza,a puntare l’attenzione sul proprio personale percorso di formazione e a riflettere su particolari attitudini culturali che lo riguardano.
La valorizzazione delle conoscenze spontanee e delle competenze maturate, del “saper fare” professionale ed extra professionale maturato nella vita, l’individuazione delle proprie personali inclinazioni e del proprio stile cognitivo rappresentano per l’adulto la base su cui fondare motivazioni e progetti. La formazione diventa in tal modo un’opportunità consapevolmente affrontata, coinvolgente, che genera un processo attivo, è in grado di produrre trasformazione dall’interno e quindi generare apprendimento. La ricognizione biografica avviene attraverso attività concrete, che richiedono impegno professionale del docente e personale del singolo e il cui terreno è cognitivo, poiché esse si avvalgono di abilità quali la riflessione e la verbalizzazione e mirano alla costruzione di un sapere su se stessi.
Se realizzata in gruppo, la pratica ha efficacia sul piano del potenziamento delle abilità comunicative e per lo sviluppo delle competenze relazionali e sociali: il soggetto si confronta con gli altri e confronta diversi punti di vista.
November 10th, 2008 at 09:41
L’intervista di Maurizio Lichtner mette in evidenza l’efficacia dell’approccio biografico in contesti diversi, in quelli organizzativi come in quelli formativi.
Come insegnante degli adulti e successivamente ricercatrice nel settore dell’EdA (educazione degli adulti) mi preme ricordare le potenzialità didattiche del metodo autobiografico, focalizzato sui percorsi di formazione e sullo stile dell’apprendimento.
La riflessione sulle storie di vita ha costituito, infatti, una consuetudine nei corsi per adulti fin dalle “150 ore”, tradizionalmente attuata in fase di accoglienza, come approccio teso al recupero della soggettività e della pratica sociale dei partecipanti ai corsi e come risorsa per la lettura dei bisogni di formazione e per la negoziazione del curricolo. Il corsista adulto è sollecitato a puntare l’attenzione sul proprio personale percorso di formazione a riflettere su particolari attitudini culturali che lo riguardano.
La valorizzazione delle conoscenze spontanee e delle competenze maturate, del “saper fare” professionale ed extra professionale maturato nella vita, l’individuazione delle proprie personali inclinazioni e del proprio stile cognitivo rappresentano per l’adulto la base su cui fondare motivazioni e progetti. La formazione diventa in tal modo un’opportunità consapevolmente affrontata, coinvolgente, che genera un processo attivo, è in grado di produrre trasformazione dall’interno e quindi generare apprendimento. La ricognizione biografica avviene attraverso attività concrete, che richiedono impegno professionale del docente e personale del singolo e il cuiterreno è cognitivo, poiché esse si avvalgono di abilità quali la riflessione e la verbalizzazione e mirano alla costruzione di un sapere su se stessi.
Se realizzata in gruppo, la pratica ha efficacia sul piano del potenziamento delle abilità comunicative e per lo sviluppo delle competenze relazionali e sociali: il soggetto si confronta con gli altri e confronta diversi punti di vista.
January 8th, 2009 at 16:38
Conosco Maurizio Lichtner da diversi anni e ho avuto già modo di appreezzarlo per le sue qualità professionali e, cosa non comune, per il suo straordinaria valore come persona. Non mi è per nulla difficile, quindi, complimentarmi con lui per il bel libro sulla narrazione autobiografica. Mi sono imbattuto per la prima volta nelle tecniche autobiografiche mentre, anni fa, stavo preparando un corso sull’autostima. Cercando un po’ di documentazione, mi capitò tra le mani un interessante articolo di Sam Keen dal titolo “Le storie di cui viviamo”, che parlava di come la rappresentazione della nostra storia di vita condizioni la nostra identità e la percezione che ne abbiamo. Successivamente, mi sono confrontato di nuovo con questo approccio quando ho svolto delle docenze all’interno di un percorso finalizzato a formare la figura del “Consigliere di Bilancio delle Competenze”. Non sono un esperto di questo approccio. Ciò che tuttavia mi colpisce, è la capacità del metodo autobiografico di “generare senso”, inteso sia come “direzione” che come “significato”. Saper ricostruire l’ordito, la trama della propria esistenza (e credo valga per le aziende altrettanto bene che per le persone) per dare ad essa senso e direzionalità, sia un antidoto di indubbia efficacia sia contro l’eccessiva frammentazione del nostro mondo caleidoscopico – o “liquido”, come molti amano dire – sia contro l’eccessivo “schiacciamento” sul presente del nostro tempo.
January 17th, 2009 at 18:40
Ringrazio Roberto Caire per il suo commento. La caratteristica distintiva della riflessione o ricostruzione autobiografica, che sia portata avanti autonomamente o che sia indotta da un formatore, counselor o altra figura professionale, è proprio quella di “generare senso”. Riflettere sul proprio percorso aiuta a trovare (o esplicitare) una coerenza, una direzione, al di là della pluralità di esperienze, le linee spezzate, la casualità delle scelte. E’ difficile impegnarsi validamente in un’attività senza avere almeno la sensazione che “i conti tornano”, che quello che si fa rientra in una logica, riflette un orientamento generale in cui ci si riconosce. Resta da vedere, però, se questa attribuzione di senso è una mera auto-illusione (come sosteneva Bourdieu), per quanto utile all’individuo dal punto di vista della sua “performatività”, o rappresenta davvero una chiarificazione di quell’intreccio tra condizionamento socio-culturale e intenzionalità individuale, intreccio in cui ognuno di noi è preso.