Ragione o sentimento? I veri leader usano il cuore
In ufficio o nella vita, la “killer application” per avere successo è l’intelligenza emotiva. Parola di Daniel Goleman. 7thFLOOR lo ha incontrato al World High Performance Forum, per parlare di stili di leadership, difficoltà psicologiche di organizzazioni e manager, emozioni e sentimenti nelle organizzazioni.
La ricetta per avere successo nel lavoro? Trenta per cento di professionalità, tutto il resto è emozione. Ne è convinto Daniel Goleman, professore di psicologia ad Harvard e ospite al World High Performance Forum di Hsm.
E non vale solo per fare carriera. La teoria secondo la quale le emozioni vanno comprese e guidate nella direzione più vantaggiosa si applica in tutte quelle situazioni in cui dobbiamo raggiungere un obiettivo, in ufficio così come in famiglia. In sintesi: si chiama intelligenza emotiva, non si misura con un test di IQ, non ha nulla a che fare con date o numeri e non si tratta di competenza professionale, ma ci consente di capire e gestire le emozioni, per indirizzarle a nostro vantaggio.
Ha detto Goleman alla platea del forum:
“Quando ho cominciato studiare le emozioni non razionali per capire se fosse possibile usarle in modo consapevole, non avevo in mente di applicare le mie scoperte al solo campo del business, anche se questo si è rivelato il più adatto per misurarne i risultati”.
La ricetta: come calibrare ragione e sentimento
Secondo recenti indagini, in un qualsiasi lavoro il raggiungimento di alti livelli di performance è legato per il 66% all’intelligenza emotiva e solo per il 33% a quella razionale e agli skill tecnici. Questa proporzione si divarica maggiormente se prendiamo in considerazione il lavoro del leader. In questo caso, infatti, il peso dell’intelligenza emotiva arriva all’85%. Non serve studiare per essere un capo? Al contrario. Per diventare un trascinatore di masse bisogna saper infondere una forte carica emozionale, ed è qualcosa che si può imparare.
A scuola da Goleman, naturalmente. “L’intelligenza emotiva si può apprendere, perfezionare ed insegnare anche ai bambini”, dice il professore, e racconta di un curioso esperimento.
I bravi bambini sono i leader di domani
Tempo fa un gruppo di bambini è stato sottoposto ad un test la cui verifica si è conclusa vent’anni più tardi, quando i soggetti, ormai ragazzi, si trovavano al college. E’ andata così: i bambini, uno ad uno, venivano lasciati in una stanza, seduti davanti ad un tavolo con un delizioso dolcetto sul piatto. “Se non lo mangiate subito e aspettate che io torni – diceva loro il dottore – verrete premiati con due dolcetti”. Cosa succede nella testa di un bambino? Si scatena quella parte del cervello che risiede nell’amigdala ed è la più irrazionale: è lei che spinge ad afferrare il dolce e divorarlo. Per resistervi e guidare l’istinto verso una soddisfazione posticipata ma superiore, deve intervenire l’area prefrontale. Il risultato dell’esperimento? I bimbi che in quell’occasione hanno saputo attendere si sono poi dimostrati, ad anni di distanza, gli studenti di maggior successo.
E i bravi adulti?
La lezione di Goleman vale naturalmente anche per gli adulti: uomini e donne possono (e devono) imparare a gestire le emozioni a loro vantaggio. Con quale obiettivo? Raggiungere un equilibrio, un framework ottimale in cui si mescolano armoniosamente quattro elementi: auto consapevolezza e coscienza sociale, gestione di se stessi e delle relazioni. Ciascuno di queste quattro competenze richiede particolari abilità. Eccole riassunte in uno schema:
Self Awareness
- autoconapevolezza emozionale
- confidenza in se stessi
- accurata autovalutazione
Social Awareness
- empatia
- consapevolezza dell’organizzazione
- servizio
Self Management
- self control emotivo
- trasparenza
- adattamento
- risultato
- iniziativa
- ottimismo
Relationship management
- Leadership entusiasmante
- Influenza
- Sviluppo degli altri
- Catalizzatore di cambiamento
- Gestione del conflitto
- Legami forti
- Teamwork e collaborazione
Gli stili di leadership e il loro impatto sul clima
Per Goleman ci sono cinque diversi stili di leadership con diversi impatti sul clima di lavoro e del gruppo. A partire da quello più positivo, che è lo stile Visionario, quello che dà la vision e la direzione nel lungo periodo. Segue poi lo stile Allenatore, con il capo che è anche un coach e allena i suoi giocatori costantemente. Lo stile Associativo ha anch’esso un impatto positivo e crea armonia nelle relazioni di lavoro. Da ultimo lo stile Democratico, che sa ottenere l’impegno di tutti attraverso la collaborazione. Ci sono poi due atteggiamenti negativi, riscontrabili in quei capi che riteniamo i peggiori: lo stile Battistrada e lo stile Comandante. State alla larga da questi boss.
Difficoltà psicologiche di organizzazioni e manager nei confronti delle emozioni
La cultura occidentale ha da sempre un difficile rapporto con le emozioni che necessariamente ricade profondamente anche sulle pratiche manageriali, spesso e volentieri fondate sull’imperativo: qui si usa la testa, non la pancia. Il che significa: le emozioni non esistono, non sono importanti. Tuttavia le organizzazioni sono permeate, e sempre lo saranno, da una dimensione sommersa dominata proprio dalle emozioni umane, dalle paure e dai desideri delle persone, dai miti e dalle fantasie, dalle ansie individuali e collettive e dalle difese che tentano di annullarle.
La maggiore criticità di tutto quanto detto ricade sulla gestione delle risorse umane e quindi, primariamente, sul ruolo del capo, che è “il regista” del futuro organizzativo. La difficoltà maggiore per essere il “nuovo capo” consiste nel modificare radicalmente la propria mentalità. Infatti il leader deve esplorare stili di management mai prima praticati o considerati: non può più essere un pianificatore analitico che interpreta, nella struttura organizzativa, le domande attuali del mercato e che assegna compiti e obiettivi. In un contesto incerto gli individui, tra cui ci sono i suoi collaboratori, sono influenzati dal bisogno di scoprire cosa sta succedendo nel posto di lavoro e a loro in prima persona.
Tuttavia per un capo mettere in gioco le emozioni significa magari da un lato contraddire la cultura aziendale e dall’altro esporsi, mostrarsi agli altri come si è autenticamente, con i propri sentimenti “in bella vista”. E per far ciò unitamente ad un notevole dose di coraggio ci vuole consapevolezza di sé e il desiderio di lavorare su se stessi per diventare un leader.
Il management delle emozioni e dei sentimenti
L’individuo è sempre più smarrito di fronte alla pressante richiesta di affrontare con estrema flessibilità condizioni di incertezza e di instabilità e quando prova a fronteggiarle è ostacolato da vissuti del tutto personali di tipo irrazionale ed emotivo. Pertanto è assolutamente necessario recuperare il significato emotivo ed espressivo che connota il lavoro ed imparare l’arte del management delle emozioni e dei sentimenti, nel tentativo di aumentare le possibilità di gestire efficacemente i complessi vissuti emotivi che permeano ogni aspetto della vita organizzativa ed ostacolano l’efficacia e l’efficienza dell’azienda.
Troppo a lungo si è ignorato l’aspetto dell’emotività in ambito organizzativo, e si è cercato di gestire in modo asettico le esperienze di tipo emotivo, neutralizzandole o respingendole. Ancor oggi è questo l’atteggiamento prevalente all’interno delle organizzazioni. Che fare quindi? Occorre essere consapevoli che le capacità relazionali necessarie allo svolgimento del ruolo sono connesse, innanzitutto, a fattori di ordine emotivo-affettivo. I fattori emotivi, lungi dall’essere estranei alla vita delle organizzazioni, sono invece il substrato di una serie di processi di cui, a livello manifesto, spesso osserviamo solo gli esiti, come ad esempio la presenza di un clima collaborativo piuttosto che conflittuale, la motivazione ovvero la sua mancanza, la capacità di apprendimento e di cambiamento.
Bibliografia
Bonino S., Lo Coco A., Tani F., “Empatia. I processi di condivisione delle emozioni”, Giunti.
Caruso D., Salovey P., The emotional intelligence manager: how to develop and use the four key emotional skills of leadership, Jossey-Bass.
Damasio A.R., “L’errore di Cartesio”, Adelphi.
Gardner H., “Formae Mentis. Saggio sulla pluralità dell’ intelligenza”, Feltrinelli.
Goleman D., “Intelligenza Emotiva”, BUR Saggi.
Goleman D., Boyatzis R.E., McKee Annie, “Essere leader”, Rizzoli.
di Andrea Nicoletti e Stefano Verza
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andreanicoletti@yahoo.com
AUTORI
Stefano Verza
Stefano Verza è uno psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia accreditato esperto in psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Oltre alle attività di consulenza e formazione scrive su tematiche manageriali in particolare per HRonline e Sistemi&Impresa.
(+39)0226828602
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Andrea Nicoletti
Andrea Nicoletti è giornalista indipendente e consulente editoriale. Scrive di management e business per Economy e Capital, e svolge per Labmedia attività di ricerca sui nuovi mezzi di comunicazione. Laureato in Letterature Moderne all’Università di Bologna, Master in Critical Theory all’Università di Nottingham (UK) e Master in Scienze e Tecnologie dei Media all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia, è iscritto all’Ordine del Giornalisti dal 1997.
(+39)3931110061
andreanicoletti@yahoo.com
Skype: andreanicoletti
Risorse sul web
Il sito di Daniel Goleman
http://www.danielgoleman.info
Il sito di Howard Gardner
http://www.howardgardner.com
Emotional Intelligence
http://eqi.org/eitoc.htm
Il consorzio dell’EI
http://www.eiconsortium.org
Intelligenza emotiva, salute mentale e disagio psichico
http://www.benessere.com/psicologia/intelligenza_emotiva/intell_emotiva.htm





December 1st, 2008 at 17:06
Molto interessante l’analisi delle 4 dimensioni dei bravi adulti.
Spesso sono poco considerate e al contrario sono invece molto importanti.
December 2nd, 2008 at 10:08
La differenza fra un buon lavoro e un bel lavoro? Ce la spiega Goleman in poche parole: è un mestiere dove raggiungiamo performance eccellenti e riusciamo ad esprimere le nostre convinzioni etiche, traendone un senso piacevole di impegno.
Se mancano questi ingredienti, potrà forse essere un lavoro ottimo sotto altri aspetti, ma non diventerà mai quello che intendiamo per “bel lavoro”.
December 3rd, 2008 at 16:29
“Einstein voleva fare una domanda a Dio, io mi accontenterei di parlare ai bambini e lasciare loro un mondo migliore di quello che ho trovato”. L’ha detto Goleman a Milano, durante il forum Hsm e mi sembra una bella frase.
December 3rd, 2008 at 16:52
Mi fa piacere che finalmente si parli di intelligenza emotiva e la si trasponga anche in ottica aziendale. Da tempo ritengo che le organizzazioni siano spazi fisici all’interno dei quali vengono veicolati sentimenti, emozioni e vissuti (a volte comunicati, a volte solo accennati, a volte trattenuti). E qui arriviamo alla “la dimensione sommersa”: credo che uno stimolo per farla emergere possa essere anche quello di progettare o ridisegnare gli ambienti di lavoro in modo da favorire la socialità, i flussi comunicativi, la condivisione della conoscenza e la collaborazione.
December 5th, 2008 at 18:19
Molto interessante il discorso sugli stili di leadership che mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza attuale: provo a fornire uno stimolo. Gestisco a distanza professionisti sparsi per il mondo e se dovessi rapportarmi agli stili descritti vedo nei miei comportamenti un mix di fattori riferiti a stili differenti: visionario, associativo e democratico. Infatti devo innanzitutto spostare la gente verso un sogno comune, che poi è la mia vision imprenditoriale e per far questo non posso prescindere dall’apprezzare gli input di tutti e attraverso la loro attiva partecipazione creare armonia nel gruppo ponendo estrema attenzione a rafforzarne il morale.
December 6th, 2008 at 09:38
Il tema ha sicuramente forte risonanza, ma sono comunque piacevolmente colpito dalla profondità dei commenti. Danilo mi pare abbia ampliato il discorso, introducendo l’aspetto dell’intelligenza emotiva senza interazione fisica (se ho ben interpretato quel “a distanza”) che pare giocare il ruolo chiave nella sua attività e proprio per questo potrebbe valer la pena approfondire maggiormente. Di Daniela mi ha molto stimolato il binomio architettura-emozioni, aspetto che oltre agli spazi fisici come “facilitatori” di intelligenza emotiva potrebbe essere colto dalle aziende per riflettere sulla coerenza tra quello che i loro spazi comunicano e gli assunti culturali e valoriali espressi “sulla carta”.
December 7th, 2008 at 15:07
Credo anch’io nella forza dell’intelligenza emotiva. Questa affermazione
potrebbe sembrare curiosa ai più in quanto mi occupo di Merger &
Acquisition, ma il successo di ogni acquisizione e fusione richiede
ancor più di un’estrema focalizzazione sugli aspetti strategici e
organizzativi, la comprensione profonda di quello che un imprenditore ha
passato a costruire nell’arco di una vita. Senza tener conto dei
risvolti emotivi implicati è veramente difficile delineare cosa è
disposto ad accettare ed il perché.
December 8th, 2008 at 16:14
Riflettere sulla coerenza, come rilancia Stefano, sarebbe utilissimo in quanto da un lato è proprio la cultura che determina il tipo di sentimenti che si provano rispetto ai luoghi e la modalità per esprimerli (pensiamo alla chiesa come medesimo luogo di gioia, matrimonio, o dolore, funerale). E in più il livello culturale si potrebbe intrecciare con un livello esclusivamente personale che può anche entrare in contraddizione con il primo. Infatti certi luoghi (e l’azienda tra questi) evocano nel nostro profondo delle emozioni distintive per il solo fatto di sapere che lì ci sono capitati degli eventi particolari. E così non sono più uno spazio neutro, ma sono amati, odiati, temuti, evitati, etc.