Una metafora del counseling
Spesso ci si concentra in modo totale sull’ostacolo, perdendo di vista l’obiettivo prefissato.
di Alessia Vagliviello
“Alcuni giorni fa decido di tornare a casa in taxi, stanca per la giornata di lavoro. Il guidatore è un uomo di mezza età, simpatico, disponibile. Ha il volto luminoso e voglia di parlare. Iniziamo a chiacchierare mentre procediamo lentamente nel traffico della sera. Lo ascolto un po’ distratta, poi cattura la mia attenzione raccontandomi del bambino che è in lui e che non vuole abbandonare, dell’importanza di sognare ad occhi aperti, dei diversi punti di vista con cui vedere la stessa cosa, della pericolosità di un approccio passivo e triste alla vita. Le sue parole mi colpiscono. Perché mi parla di tutto ciò? Comincio a seguirlo con più attenzione. Credo lo capisca. Mi guarda e mi dice di ascoltarlo perché vuole raccontarmi un fatto. Mi regala una splendida metafora del counseling.
Prima di poter gareggiare in pista i piloti di auto – mi spiega il tassista – sono sottoposti ad un training molto intenso. Durante gli allenamenti a loro fianco siede un supporter che ha il compito di prepararli ad affrontare le difficoltà cui possono imbattersi nelle competizioni. Uno degli “imprevisti” viene attivato dallo stesso trainer: azionando un comando, blocca una ruota e fa sbandare la vettura. Il pilota tende naturalmente a voltarsi dalla parte in cui si è verificato il problema e, così facendo, perde di vista il percorso che stava seguendo fino a quel momento. Quando questo capita, il supporter interviene girando lui stesso la testa del pilota, per riportarlo subito a guardare nella direzione verso cui stava procedendo prima della sbandata, piuttosto che lasciarlo concentrare sul problema e sulla nuova direzione presa dalla vettura.
Che significa? Spesso ci si concentra in modo totale sull’ostacolo, perdendo di vista l’obiettivo che ci si era prefissi. Così il problema acquista una dimensione assoluta e, anche se genera stress e sofferenza, diviene a sua volta un punto verso cui tendere. E’ dunque necessario gestire sì l’ostacolo, ma continuando sempre a seguire la strada che avevamo scelto in precedenza.
Rimango colpita. E’ vero, banalmente vero… E capisco allora quanto sia ancora più difficile per coloro che non lo hanno nemmeno un obiettivo o non lo vedono più chiaramente.
Consapevolezza, energia, orientamento sono le parole chiave che dovrebbero accompagnare una vita adulta. Ritrovare un obiettivo, definirne uno nuovo, riorientarsi in un progetto di vita. Da soli, se possibile e si è in grado. Oppure con il supporto di un professionista qualificato”.
Recentemente mi sono affacciata al mondo del counseling, per motivi professionali e interesse personale. Questo viaggio mi ha permesso di conoscere dall’interno una professione che per me era poco nota e che probabilmente lo è ancora per molti.
Si tratta di una figura professionale che in Italia sta cercando una sua identità visibile, riconosciuta e chiaramente codificata; mentre in altri paesi europei e negli Stati Uniti ha invece una posizione consolidata. La formazione al counseling richiede un percorso di acquisizione di competenze e conoscenze specifiche molto impegnativo. Non ci si improvvisa counselor.
Incertezza e complessità sembrano essere le parole chiave di questi tempi. La realtà contemporanea è attraversata da innumerevoli cambiamenti, l’esperienza individuale è priva del sostegno di riferimenti certi e di prospettive facilmente pianificabili. Il singolo spesso deve navigare a vista, ha bisogno di orientarsi di fronte ai problemi da affrontare, le decisioni da prendere. Sempre più spesso ci si sente bloccati…”ingarbugliati”…come “prigionieri in uno scarabocchio”, incapaci di trovare una strada, una rotta.
Il disagio, la crisi devono invece diventare possibilità, essere il necessario punto di partenza per un percorso di riorganizzazione interna, per chiarirsi le idee e ritrovare le energie per dare nuove risposte alla vita, essere “creatori del cambiamento”.
La particolarità del momento storico che stiamo vivendo, la nuova complessità sociale, motivano e rendono sempre più significativo l’intervento del counselor in diversi ambiti e in differenti modalità. Serve un interlocutore attento, che si sia “allenato” a costruire relazioni d’aiuto, capace di aiutare la persona ad uscire da pensieri e credenze “irrigiditi”, che non le permettono di poter esprimere la potenzialità, propriamente umana, di cambiare, creare e trasformare. La sua missione, potremmo dire, è quella di affiancare e sostenere individui in difficoltà per permettere loro di riappropriarsi di una dimensione progettuale e di valorizzare le proprie capacità, o di integrare la difficoltà nella propria esperienza quotidiana, ove non ne sia impossibile il superamento (come ad esempio nei casi di malattia).
Molte delle competenze di counseling sono richieste anche per altre professioni, potremmo dire per chiunque lavori in azioni di supporto, cura, educazione, orientamento di esseri umani. La dimensione dell’attenzione all’altro, dell’autenticità della relazione, della capacità di accogliere sono ormai aspetti fondamentali per realizzare una convivenza valida, per essere co-costrutturi della realtà e condividere l’esperienza del buon vivere.
Oltre ad attivare un percorso di cambiamento per il soggetto a cui si presta consulenza, ogni incontro, per il counselor, è spesso occasione anche per l’emersione di significati autobiografici.
Rifletto sul fatto che a volte senza rendercene conto mettiamo in atto, o siamo destinatari, di azioni di counseling: azioni inconsapevoli che contribuiscono ad alimentare quel circolo virtuoso per una convivenza solidale e planetaria.
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Per approfondire:
Danon M. (2003), Counseling, Red, Milano
Rogers C.R. (1978), Potere personale, Astrolabio, Roma
Biggio G. (2007), Il counseling organizzativo, Raffaello Cortina, Milano
Alessia Vagliviello
Esperta di formazione e consulenza alle aziende. Ha lavorato per anni con incarichi di responsabilità gestionale presso realtà di formazione e servizi. Nelle sue molteplici attività è orientata al riconoscimento e allo sviluppo delle potenzialità e delle intelligenze individuali e a promuovere percorsi significativi per l’esperienza biografica.






January 27th, 2009 at 17:19
Intervengo sull’ultimo punto. Sono perfettamente d’accordo: c’è un counseling come atività professionale specifica, ci sono competenze di conseling spendibili all’interno di varie professioni, e c’è un conseling “inconsapevole”, una capacità di aiuto che dovrebbe far parte della dmensione quotidiana di chiunqye, una competenza diffusa. Solo l’azzeramento di questa competenza diffusa rende necessario rivolgersi, per qualunque difficoltà o problema, a un esperto, specializzato in una delle helping professions.
January 28th, 2009 at 18:50
Intervengo sull’ultimo punto. Sono perfettamente d’accordo: c’è un counseling come attività professionale specifica, ci sono competenze di counseling spendibili all’interno di varie professioni, e c’è un counseling “inconsapevole”, una capacità di aiuto che dovrebbe far parte della dimensione quotidiana di chiunque, una competenza diffusa. Solo l’azzeramento di questa competenza diffusa rende necessario rivolgersi, per qualunque difficoltà o problema, a un esperto, specializzato in una delle “helping professions”.
February 1st, 2009 at 17:57
L’apologo del taxista è intrigante. Ma la metafora dell’addestramento dei piloti automobilistici tradotta in chiave professionale evoca più la figura dell’ “istruttore in affiancamento” che quella del counselor: sempre che ci si accordi, beninteso, sul significato dei concetti di counseling e di counselor. Per fare ciò procederei, schematicamente, in modo induttivo, dal target d’elezione del counseling al concetto che lo definisce ed alla figura professionale che ne interpreta la funzione. Se assumiamo, come fa Alessia Vagliviello, “l’incertezza e la complessità come le parole chiave dei nostri tempi,” il pubblico privilegiato del counseling, per restare sul piano lavorativo, è rappresentato da tutti coloro che sono in balia di quelle che potremmo chiamare le derive lavorative (il disoccupato di lunga durata demotivato e disorientato; il tecnico a cui la globalizzazione e l’innovazione tecnologica hanno messo fuori mercato le sue competenze; il manager over 45 in mobilità (che scopre all’improvviso che le sue competenze non sono più una risorsa ma un handicap: sono troppo specialistiche o troppo alte e costano troppo, per essere adeguatamente reimpiegate), ecc. Sono persone che hanno un bisogno estremo di riprendere in mano le redini del proprio destino, di darsi un obiettivo e poi di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento: gli “ingarbugliati”, “i prigionieri dello scarabocchio”, di cui parla Vagliviello, i viandanti, come saremmo tentati di dire (il viandante nel medioevo era colui che copriva lunghe distanze a piedi in strade fuori dalla città. Oggi la condizione di viandante sarebbe la metafora vivente della cittadinanza debole, di chi è meno civis, di chi si aggira fuori dalla polis o se ne sente escluso). In altri termini, sono soggetti deboli che lanciano segnali deboli, captabili con le basse frequenze; individui costretti a risalire; chiamati a dotarsi di bussole interne che consentano loro di orientarsi, appunto, nella complessità sociale e del lavoro; individui che debbono recuperare la capacità progettuale e, nello stesso tempo, l’energia per agirla. Sono questi il target d’ “elezione” del counseling su cui basare il relativo concetto. Per questo trovo molto convincente la distinzione di Vagliviello tra le diverse figure professionali con competenze di counseling e la figura professionale del counselor che deve essere ben visibile e distinguibile a partire dal suo insediamento sociale, dal suo profilo, dalla sua formazione e dalle sue competenze specifiche.
February 2nd, 2009 at 19:11
Bella la metafora del taxista! Mi è venuto in mente quando da piccola ho imparato ad andare in bicicletta. Il consiglio più utile è stato quello di mio padre che continuava a dirmi: “Non guardare la ruota della bicicletta, concentrati sulla strada e guarda il punto dove vuoi arrivare”. Quando finalmento ho trovato il coraggio di tenere entrambi i piedi sui pedali (senza cercare appoggio a terra) e guardare lontano lasciando alla fine perdere la ruota, magicamente ho imparato a tenere l’equilibrio e ad andare. Wow! è stato bellissimo.
February 9th, 2009 at 12:53
Bella metafora della vita. Denota intelligenza e attenzione. Di più: direi intelligenza che si fa mano tesa e affettuosa; in breve, intelligenza emotiva. Mi chiedo solo questo: se la visione della sbandata e la ripresa del centro non sia un’esperienza utile perché eccentrica: un punto di vista eccentrico ma in fondo straordinario per vedere il centro. In fondo non è forse vero che il centro si vede meglio dalla periferia? Quindi un consiglio: il consulente che riprende il pilota nella sbandata dovrebbe avere l’abilità fulminea di mostrare al pilota anche la sublime visione del centro vista dal ounto che non è centro; ne verrebbe credo una visione nuova… rallegramenti all’autrice.
February 9th, 2009 at 15:04
Bello ed interessante questo articolo.
Quando penso alla figura del “counselor” mi viene in mente la “bussola”.
Anche in Italia comincia a diffondersi la professione del “counselor”, orientata a diversi obiettivi più specificatamente psicologici o più di taglio formativo. Professione interessante, come sempre, chi la esercita deve esserne capace.
Certo, ora è una figura formalizzata, si dice di una figura attendibile che sia capace non di dare consigli, ma di suscitare attraverso la “parola”, attraverso un dialogo costruttivo, il proposito giusto, la scelta più adeguata in relazione a tutte quelle possibili in una determinata situazione: ecco perché … la bussola: che ti indica dove andare, ma in definitiva sei sempre tu che ridirezioni continuamente, nonostante … il beccheggio o il rollìo.
March 19th, 2009 at 11:47
Articolo di rara profondità e delicatezza. Una riflessione opportuna sulla differenza tra obiettivi e problemi e sui rischi della loro “con-fusione”. Un’analisi utile delle caratteristiche della professione del counsellor, ma anche del coach e del formatore/facilitatore.
Il tutto giocato con la leggerezza di una breve, piccola e bellissima storia. Grazie! e al prossimo articolo
Rispetto poi al “counselling inconsapevole” e a quanto acutamente osserva Lichtner (Solo l’azzeramento di questa competenza diffusa rende necessario rivolgersi, per qualunque difficoltà o problema, a un esperto, specializzato in una delle “helping professions”) suggerisco la lettura di un brevissimo, commovente racconto di Haniel Long: La meravigliosa avventura di Cabeza de Vaca (Adelphi)
Qui trovate il link ad una recensione:
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788845920332/La_meravigliosa_avventura_di_Cabeza_de_Vaca/Haniel_Long.html?cat1=1&page=1&pub=459&dlvSlt=2&srch=0&prcSlt=1&layout=2
April 5th, 2009 at 15:30
Grazie Maurizio per la citazione. A proposito delle competenze diffuse, delle azioni di counseling inconsapevoli, di cui parla Alessia, mi chiedo ora se l’azzeramento (e il conseguente necessario ricorso ai professionals per ogni problema o evenienza) significhi mancanza di queste risorse (per la povertà relazionale/comunicativa della nostra società) o la loro sottovalutazione, per la “invisibilità” che le caratterizza. Ma aspetto che Alessia porti avanti il suo discorso, e ci offra nuovi preziosi elementi, sul rapporto tra counseling professionale, counseling skills in altre professioni, e competenze diffuse nel quotidiano
April 11th, 2009 at 19:17
Le riflessioni di Alessia sono sempre interessanti ed originali. Questa sul counseling mi sembra particolarmente importante proprio perché siamo immersi in una crisi – non solo economica – che ci attanaglia e che rischia di soffocarci. “Dove c’è domanda c’è offerta” recita un vecchio adagio e quindi assistiamo alla proliferazione di figure professionali che cercano di ritagliarsi un ruolo distintivo nell’offrie alla persona una consulenza centrata sull’orientamento, sul sostegno, sull’educazione/formazione, sulla motivazione. Non mi è del tutto chiara però, e credo che non sia il solo ad essere un po’ confuso, la specificità del counseling rispetto, tanto per fare un esempio, al coaching. Magari la prossima riflessione/articolo di Alessia potrebbe vertere proprio su questo punto…
May 21st, 2010 at 00:28
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