Resisto dunque sono

mer, giu 3, 2009

Coaching

Resisto dunque sono

La resilienza è la capacità di mantenere elevata la motivazione verso gli obiettivi, nonostante la presenza di ostacoli, difficoltà e disagio. Lo sport può darci qualche suggerimento per sopravvivere in un mondo turbolento? Conversazione di Luciana Zanon con Pietro Trabucchi, autore di “Resisto dunque sono” ed. Corbaccio.

Ho letto il libro di Pietro Trabucchi tutto d’un fiato
e mano a mano che andavo avanti nella lettura mi chiedevo se tutte quelle storie di veri campioni della resilienza che corrono nel deserto a temperature pazzesche o attraversano l’Alaska in mezzo alle tormente di neve, potevano dire qualcosa a chi sta lottando aspramente con le turbolenze del mercato e di un mondo del lavoro in piena confusione. Così gli ho telefonato e ci siamo trovati per parlarne.

Luciana:
Cos’è la resilienza e quanto questa capacità può essere trasportata dal mondo dello sport a quello del lavoro?


Pietro
:
La resilienza è stata definita in tanti modi ma, sostanzialmente, indica la capacità di mantenere elevata la motivazione verso gli obiettivi nonostante la presenza di ostacoli, difficoltà e disagio. Si tratta quindi di una capacità più efficace ed evoluta rispetto al semplice “saper sopportare” passivamente.

In termini di resilienza, lo sport si pone rispetto al mondo del lavoro come un laboratorio che estremizza le condizioni del gioco; e che, al tempo stesso, crea intorno ad esse metodologie e soluzioni.

Il mondo aziendale può ritrovare nello sport, in condizioni amplificate, molte problematiche che lo affliggono:

  • l’innalzamento continuo della performance,
  • la scarsità di risorse di fronte alle richieste dell’ambiente,
  • la demotivazione personale e del proprio team,
  • l’incontrollabilità del risultato finale per il continuo intervento di fattori esterni
  • etc..

Al tempo stesso può trovarci metodologie e soluzioni trasferibili, dal mondo sportivo si può imparare qualcosa di utile. Le aziende hanno trovato delle analogie con gli “sport di squadra”, solo apparentemente vicini al mondo delle organizzazioni aziendali (calcio, pallacanestro etc.).

In realtà l’analisi di particolari prestazioni individuali, come pure quelle di team del tipo che ho descritto nel libro – ricchi all’interno di differenze di genere, età, competenze e ruoli e con obiettivi differenziati – mi pare molto più valorizzante per le organizzazioni aziendali.

Luciana:
Un tema importante di questi ultimi anni è la confusione e l’angoscia per la perdita delle vecchie certezze in un mondo ormai imprevedibile. Questo è particolarmente vero con la crisi attuale dove le persone si sentono impotenti e si chiedono con ansia:

“chissà fino a quando ci sarà il mio lavoro, chissà se il mercato avrà ancora bisogno di me”.

Ma anche in situazioni non così acute, per esempio nelle fusioni o nei momenti di rapido cambiamento, le persone vanno in crisi e sentono di perdere il controllo della propria vita. Ci sono situazioni analoghe nel mondo dello sport e cosa può aiutare a non sentirsi così impotenti?

Pietro:
L’ansia, l’angoscia e la confusione mentale sono presenti in molti momenti dello sport
: per esempio negli istanti che precedono l’inizio di una gara, o quando ci si ritrova in situazioni di alto rischio personale oppure quando si è “sommersi” dalla fatica.

Nello sport la gestione passa per prima cosa dal distinguere tra gli eventi reali e le rappresentazioni e le fantasie che la mente genera continuamente. Attenzione perché la distinzione è molto sottile: un conto è anticipare strategicamente i problemi (“so quali azioni compiere se dovessi perdere il posto”), altra cosa è reagire in modo allarmato (e sostanzialmente passivo) ad un pensiero che si presenta improvvisamente: “la crisi mi farà perdere il lavoro!”.

Gran parte del tempo noi non reagiamo ad eventi concreti, ma a semplici pensieri. Ciò genera un grande carico di stress aggiuntivo, perché le nostre reazioni non sono semplicemente cerebrali, ma provocano emozioni, cambiamenti somatici e comportamenti inefficaci.

Sono un grande fautore della meditazione (anche nello sport)- ed un meditatore io stesso- in quanto ritengo che la meditazione ci insegni proprio questo: a trattare i pensieri come pensieri, non come eventi. Mettere in discussione i pensieri ha un’altra conseguenza: se mi si presenta il pensiero “perderò il posto E NON C’E’ NULLA DA FARE”, e io tratto quel “NON C’E’ NULLA DA FARE” come fosse reale e mi comporto di conseguenza, gli effetti saranno passività ed impotenza appresa.

L’impotenza appresa è una situazione sperimentale in cui qualsiasi azione del soggetto verso un obiettivo viene frustrata: alla fine il soggetto diventa completamente passivo, perché impara a credere che qualsiasi sua azione non servirà a nulla. La motivazione decade completamente: l’impotenza appresa è in termini cognitivi l’esatto contrario della resilienza.

Imparando a mettere in discussione i pensieri, il soggetto impara anche che persino nelle situazioni più disperate c’è sempre un qualcosina che dipende da lui, che lui può cambiare, uno spazio per lottare. Nello sport chi allena la sua mente a vedere le cose in questo modo, possiede un vantaggio competitivo incalcolabile.

Luciana:
L’ultimo punto di cui volevo discutere con te è a proposito del rancore
, del lamento e del vittimismo con cui spesso ci troviamo a reagire di fronte alle situazioni di perdita: così la colpa è del capo, dei clienti, dei concorrenti, insomma del mondo cattivo. Sappiamo che non è un’atteggiamento che aiuta ma molte volte questa è l’unica capacità di reazione.

Pietro:

Nel libro dico una battuta. E’ una battuta, ma rispecchia una verità:

” Tutti gli esseri viventi contemplano solo due possibilità di fronte alla vita: adattarsi o soccombere. Solo gli esseri umani ne contemplano una terza. Piangersi addosso.”

Piangersi addosso non è una buona soluzione sul lungo termine: perché, se da una parte salva nell’immediato l’Ego (“Non ho sbagliato io, è il mondo che non capisce”), alla lunga moltiplica la sofferenza e non permette di cambiare le cose.

C’è un insegnamento nella tradizione buddista chiamato “uomo delle due frecce”: un uomo viene ferito da una freccia. A questo punto, invece di agire per capire cosa fare per salvare la propria vita, egli comincia a maledire il mondo, a lamentarsi della propria sfortuna, ad imprecare.

In questo modo – dicono i buddisti – viene colpito da due frecce: la prima, è quella legata all’evento sfavorevole reale. Ma la seconda origina dalla sofferenza che l’uomo ha prodotto da solo a sé stesso. Spesso la sofferenza legata, all’evento reale, passa.

Ma quella legata alla seconda freccia può durare un’intera vita e non ce ne rendiamo conto.

Luciana Zanon
Luciana Zanon vive e lavora a Milano come consulente di coaching, formazione e out door.
Opera in azienda su temi come comunicazione, leadership, conflitto, cambiamento, stress, team work. Progetta seminari e percorsi di coaching integrando aspetti cognitivi, emotivi e, grazie alle arti marziali orientali, sensoriali.

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6 Responses to “Resisto dunque sono”

  1. ludovicovan Says:

    Sono totalmente d’accordo sul fatto che piangersi addosso non serva a nulla (la citazione di Trabucchi è illuminante!). Anzi, spesso trovo che sia utile sdrammatizzare e riderci sopra. Per questo motivo vi segnalo il sito di resistenza umana, che ha proprio tale intento.

  2. Rudy Orzes Says:

    Finalmente un articolo che riflette su un nucleo che noi formatori dobbiamo tenere sempre presente, perchè spesso presente e trasversale subdolamente agli agomenti che trattiamo. Vorrei evidenziare che il training sul “non piangersi addosso” parte già dai genitori e dagli insegnanti quando siamo nelle prime fasi “sociali”. Quando siamo adulti e inseriti nel mondo del lavoro, intervenire con la formazione su questo aspetto risulta comunque efficace e opportuno.
    Grazie per lo stimolo di riflessione.

  3. Navid Says:

    Interessante il concetto della resilienza… esistono degli studi sulla connessione tra campioni nel mondo dello sport che diventano manager/imprenditori di successo?

    Grazie Luciana… i tuoi articoli sono sempre di grande ispirazione

  4. luciana Says:

    Navid, nel libro di Pietro ci sono già tanti stimoli (la parte finale è dedicata ai manager ed è scritta da Dario Balasso).
    Pietro ti vengono in mente altri spunti bibliografici?
    Per Rudy, bella idea…organizzare training per non piangersi addosso!!
    Luciana

  5. pasquale Says:

    Grazie Luciana è un articolo molto interessante. Ai fini della resilienza, la differenza tra sport e professione secondo me sta nel fatto che lo sportivo, anche a livelli amatoriali, ha l’umiltà di ammettere che per raggiungere obiettivi sfidanti è necessaria la fatica e la continuità dell’allenamento. E’ pertanto quasi sempre in grado di fare un bilancio in tempo reale delle sue condizioni e di capire cosa gli stia accadendo in termini di sforzo, performance, energie residue, km da percorrere. Il manager invece pensa di essere sempre pronto a tutto, per cui non pianifica, cura la tattica più che la strategia. Facile che nei momenti di crisi e di apnea non riesca a capire cosa gli stia accadendo….

  6. sandra Says:

    Tutto giusto.
    Ma non dimentichiamo che nel nostro paese il ‘piangersi addosso’ E’ una forma di resilienza molto praticata.

    Si chiama ‘Chiagn’ e fotte ‘.

    Il training è continuo e gratuito, i risultati, purtroppo, garantiti.

    un saluto