ALLENARSI A LAVORARE IN SQUADRA CON IL TEAM COACHING
intervista di Luciana Zanon con Ingrid Hollweck
“Il lavoro di squadra è uno dei valori fondanti della nostra azienda!”. Quante volte si sentono affermazioni simili nelle occasioni ufficiali, ma quante volte questa affermazione corrisponde a realtà o diventa invece uno slogan privo di alcun fondamento, disatteso perfino da chi lo declama con tanto entusiasmo?
Lavorare in team è la modalità operativa che sempre più le aziende nei contesti complessi sostengono e promuovono al loro interno. Questo è particolarmente vero in tutte quelle realtà che forniscono servizi e prodotti avanzati che richiedono un’alta integrazione di saperi diversi, dove approcci, competenze e ruoli differenti sono un elemento imprescindibile per un’ottima prestazione. Ma lavorare in team non è affatto facile: la diversità è un elemento di ricchezza che però, se non è gestita correttamente, può creare diffidenza ed ostilità.
Quando questo accade vi è una difficile e dispendiosa gestione delle attività lavorative di tutti i giorni e, in maniera particolare, una cattiva capacità di affrontare le situazioni critiche o di emergenza. Gli individui sono più impegnati a mantenere i loro schemi di riferimento abituali, a difendersi piuttosto che a sviluppare la creatività per la risoluzione dei problemi comuni.
Un ottimo strumento per allenarsi nel lavoro di squadra è il Team Coaching. Ne parliamo con Ingrid Hollweck di Coachpeople.
Ingrid: molto spesso ci si rivolge ad un Team Coach perché si notano delle distonie, quali liti frequenti, scarsa circolazione di informazioni importanti, o addirittura il blocco delle attività quotidiane. Una diagnosi un po’ affrettata potrebbe far pensare a semplici difficoltà interrelazionali fra i membri del gruppo. Spesso però la causa dei problemi è da ricercare in una mancata chiarezza sui singoli ruoli all’interno del team, così come in una scarsa identificazione nel team stesso e nei suoi obiettivi. Senza il riconoscimento dei valori e degli obiettivi comuni, senza l’identificazione di tutti con il team e senza condivisione sulle regole del gioco, si ottiene un gruppo di solisti, ma non un team unito e vincente.
E quando non ci si riconosce negli stessi obiettivi e nei valori del team è facile che il confronto fra i membri si trasformi in conflitto. Cosa può fare quindi il Team Coach quando lo scontro si fa duro?
Ingrid: il fatto che ci sia un vivace scambio d’opinioni è – di per sé – un segnale positivo che dimostra che ci si sente sicuri di poter esprimere apertamente le proprie opinioni. Un conflitto che viene affrontato apertamente è meglio di un conflitto soppresso. Quando la critica però diventa non-costruttiva o quando si perde di vista il focus e l’obiettivo dell’incontro, il Coach deve intervenire per riportare il team sulla strada che consente di raggiungere i risultati prefissati in maniera efficace ed efficiente.
Dunque la mancanza di comunicazione o l’incapacità di collaborare per un obiettivo comune può essere un buon motivo per chiedere l’aiuto di un Team Coach. In quali altre situazioni potrebbe essere utile ricorrere al TC?
Ingrid: le altre motivazioni tipiche per cui un’azienda utilizza il TC sono legate a dei cambiamenti organizzativi. Ad esempio dopo una fusione si può costituire o ri-costituire un team. O ancora in occasione dell’integrazione di un nuovo team manager o di un nuovo componente del team.
Mi puoi spiegare quali sono le differenze ed i punti in comune fra Team Coaching e Coaching Individuale?
Ingrid: mentre nel Coaching Individuale, il Coach supporta il cliente nell’esprimere al meglio le proprie potenzialità, perseguendo degli obiettivi individuali, nel Team Coaching ci si focalizza su di un obiettivo condiviso e raggiungibile solo attraverso lo sforzo congiunto di tutto il Team.
In entrambi i casi l’approccio metodologico del Coach è quello di un facilitatore dei processi di cambiamento trasformazionale, con l’obiettivo di ottenere una performance migliore.
La differenza principale tra TC e CI sta nel fatto che il team coaching non si focalizza sul miglioramento delle singole potenzialità degli individui, ma si concentra sulla ottimizzazione dei processi collettivi e interrelazionali fra i membri del team. Insomma il TC non consiste in una serie di sessioni di coaching individuali in pubblico; l’obiettivo è ottimizzare le azioni e le dinamiche di team, non necessariamente attraverso il miglioramento del potenziale individuale.
Normalmente come reagiscono le persone coinvolte in un Team Coaching? Cosa ne pensano, cosa temono e cosa apprezzano? Come cambia la partecipazione nel corso del tempo?
Ingrid: normalmente il Team Coaching è recepito molto bene. Lo si considera un momento utile di auto-riflessione e si apprezza la possibilità di avere uno spazio per discutere le tematiche inerenti il funzionamento del gruppo; tutto ciò con l’aiuto di un ‘facilitatore esterno” e senza la partecipazione del capo diretto. Il facilitatore esterno consente di arrivare ai risultati più velocemente, mentre l’assenza del capo diretto aumenta la sicurezza nel team di poter esprimere apertamente le proprie opinioni, senza dover temere delle ripercussioni organizzative.
Spesso i team durante le fasi iniziali si comportano in modo “riservato”. Hanno aspettative e idee molto differenziate sul TC. Perciò nei primi incontri il Coach deve guadagnarsi innanzitutto la loro fiducia, dimostrandosi un ottimo professionista in grado di accompagnare il gruppo verso l’eccellenza.
Secondo te quali sono le abilità principali di un Team Coach, quali sono le conoscenze di base e le caratteristiche personali?
Ingrid: oltre alla conoscenza di tutti gli strumenti metodologici utilizzati nel coaching individuale (ad esempio la tecnica di porre domande efficaci, l’ascolto attivo, la capacità di individuare il focus, la definizione del piano d’azione, etc.), il Team Coach deve saper gestire le dinamiche di gruppo, deve conoscere i principali strumenti per la diagnosi di team e per la facilitazione delle discussioni di gruppo. Un Team Coach deve saper presidiare con sicurezza e tranquillità anche le situazioni critiche, ad esempio i conflitti emergenti. Oltre a queste competenze metodologiche, un Team Coach deve conoscere molto bene il contesto aziendale, le tematiche tipiche del settore merceologico e deve dimostrare di avere un’ottima cultura di base in economia e cultura aziendale. I Team Coach che possiedono un’esperienza aziendale pluriennale, preferibilmente in posizione di management, sono accettati più facilmente sia dal cliente che dal team. Conoscenze di psicologia, una generale “sensibilità” per l’essere umano, ottime competenze comunicative e la capacità di autoriflessione e autocritica, completano il profilo ideale di un Team Coach eccellente.
Ingrid Hollweck di nazionalità tedesca, da 15 anni vive a Milano. E’ Amministratore unico di CoachPeople società specializzata in Business Coaching e Training. Ingrid Hollweck ha lavorato in aziende multinazionali di prodotto e di consulenza, maturando un’importante esperienza nel settore HR. È coach professionista diplomato presso la scuola internazionale CoachU ed è membro associato alla International Coaching Federation e alla Federazione Italiana Coach. www.coachpeople.it
Luciana Zanon vive e lavora a Milano come consulente di counseling, coaching, formazione e outdoor. www.lucianazanon.it






November 18th, 2009 at 23:56
Complimenti Ingrid per l’intervista, descrive molto bene il tuo stile. Nelle esperienze di lavoro insieme ho potuto constatare come il tuo approccio in aula sia SEMPRE di team coaching, anche nelle sessioni formative più classiche. Questa è una formula che considero il tuo fattore di successo dato i risultati raggiunti anche nei più difficili programmi internazionali.
November 19th, 2009 at 12:04
Tutto giusto.
Spesso queste iniziative sono richieste con un processo top down per il middle management in contesti competitivi dove l’obiettivo di emergere a scapito (ma usandolo) del team viene rinforzato per identificare i cosidetti back up dei capi.
Si riesce veramente a ottenere sempre il risultato desiderato ?
Nei casi negativi perchè ?
November 19th, 2009 at 14:54
Ottimo intervento, abbiamo sperimentato in azienda l’approccio ed i risultati si vedono.
Ritengo che il tema del Coaching sia uno strumento fondamentale per ogni azienda.
November 19th, 2009 at 22:37
Il team coaching è interessante, ma in questo periodo sono più interessato alla gestione dei conflitti: sto lavorando in un progetto consortile (più aziende) dove alcune persone litigano, a volte per problemi che esulano dal contesto oggettivo.
E’ veramente complicato lavorare in un gruppo dove l’atmosfera è sempre pesante.
November 22nd, 2009 at 18:59
Funziona sempre? Penso che un requisito fondamentale, anche nel team coaching, sia la chiarezza di fondo. Se tutti lavorano in trasparenza, con lo stesso obiettivo e mettendoci la loro energia funziona. Non funziona invece se, con aspettative magiche, si delega al coach la risoluzione dei problemi. E non funziona nemmeno se l’obiettivo ufficiale ne nasconde altri, non così congruenti con il lavoro del team. Insomma se si usa il team coaching con fini manipolatori.
November 24th, 2009 at 16:29
La gestione dei conflitti all’interno di un team è uno dei temi che possono essere affrontati con il Team Coaching in maniera molto efficace . Certo che un Team Coach, in un caso di questo genere, deve avere una ottima competenza di conflict management e una forte sensibilità per le diverse dinamiche fra i componenti del team.
November 25th, 2009 at 10:14
Sono esperienze molto efficaci. Vissute in grandi strutture, e con successo. Sono d’accordo con Ingrid, che trovo particolarmente dotata, costitutivamente, per queste attivazioni mediatorie in ragione del suo garbo e tatto.
La particolare crisi italiana -lunghissima e culturale- più ancora che economica e politica (come spesso si crede), rende sofisticata e non
sempre praticabile la gestione di conflitti, se sono radicati a livello
strategico perenne.
Ho conosciuto geni, nel burocratizzare il conflitto nel team, pur di difendere una loro piccola/grande posizione inerziale.